Cristianesimo e religioni per il bene comune

Fede e ragione
Che cosa intende Benedetto XVI quando sostiene che non può esserci in senso stretto un dialogo interreligioso?
E che è invece auspicabile un confronto sulle conseguenze cultural etiche e politiche delle diverse forme di vita religiosa?
 

di Roberto DI CEGLIE

Il mondo d’oggi – lo sappiamo – risulta dominato dal fenomeno culturale, economico, sociale e politico denominato «globalizzazione». Esso riguarda anche le religioni, che sempre più si trovano a vivere l’una accanto all’altra. È quasi spontaneo chiedersi se da una simile convivenza possa derivare un qualche supporto alla realizzazione del bene comune. In un mondo travagliato da contrasti di ogni tipo, non è forse il caso di attendersi dalle religioni perlomeno un impegno deciso e costante verso la promozione della pace, del rispetto della persona umana, della sua dignità, della sua libertà?
Tutto questo però fa emergere la necessità di un dialogo sincero tra le varie realtà religiose. Già solo ritenere che la religione dovrebbe promuovere il bene comune significa dire qualcosa di decisivo e imprescindibile riguardo alla sua natura: la religione non può essere contro l’uomo, non può disprezzarne la ragione, non può mortificarne il desiderio di bene. Atti di terrorismo, raggiri a fini di lucro, imposizioni alla coscienza altrui, forme di fanatismo e di superstizione: tutto questo sarebbe indegno della religione. Però – si badi – ciò non significa che i rappresentanti delle varie religioni debbano incontrarsi per stabilire quale sia la vera religione. Significa solo che senza un riferimento alla natura della religione, alla verità del suo significato per la vita dell’uomo, nessun dialogo sarebbe possibile. Significa insomma che va facilitato, nella prassi delle relazioni tra uomini e tra istituzioni, il riconoscimento di alcuni aspetti che fanno parte della natura della religione e che oggi costituiscono criteri irrinunciabili per la promozione del bene comune.
Si ritrova questa decisa consapevolezza in tutti i pronunciamenti del Magistero cattolico recente e persino negli interventi di carattere diplomatico. Mi si consenta di riferirmi a un discorso di qualche anno fa tenuto da mons. Celestino Migliore, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel quadro delle consultazioni dell’Assemblea Generale dell’ONU relative alle strategie contro il terrorismo. Egli ricordò che all’inizio del 2006 Benedetto XVI aveva invitato tutti gli uomini e le donne di buona volontà a unire le proprie forze per sconfiggere il terrorismo ed edificare una coesistenza giusta e pacifica della famiglia umana. Secondo il Papa – affermò il Nunzio – le cause del terrorismo non sono solamente «politiche e sociali» ma anche «culturali, religiose ed ideologiche»: «La Santa Sede è disponibile ad appoggiare le iniziative che incoraggiano i credenti ad essere agenti di pace [.. .]. Inoltre, se la vera natura della religione viene giustamente compresa e vissuta, essa può divenire parte della soluzione piuttosto che il problema, perché promuove l’impegno umano e il rispetto della dignità altrui, per il bene comune di tutti. Perciò questa Organizzazione deve incoraggiare le religioni a dare questo importante contributo, […] cioè creare, sostenere e promuovere il presupposto di ogni incontro, di ogni dialogo e di ogni comprensione del pluralismo e delle differenze culturali. Tale presupposto è la dignità della persona umana.
In perfetta sintonia risulta anche ciò che più di recente papa Benedetto XVI ha scritto in una lettera che introduce il volume di Marcello Pera, Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori, 2008). Il Papa scrive all’autore del libro: «Ella spiega con grande chiarezza che un dialogo interreligioso nel senso stretto della parola non è possibile, mentre urge tanto più il dialogo interculturale che approfondisce le conseguenze culturali della decisione religiosa di fondo». Non avrebbe senso insomma – per portare un esempio – discutere la realtà della Trinità o dell’Incarnazione: per un cristiano, essa costituisce già materia di fede, è stata già accettata come vera. Quello che invece risulta necessario discutere è ciò che l’adesione a quel credo comporta nella vita personale e sociale. Da essa deriva, ad esempio, il rispetto per la dignità della persona umana, anzi di ogni singola persona senza distinzione di ceto, di sesso, di razza? O ne deriva forse l’imposizione su chi è politicamente ed economicamente meno forte, magari su chi, come l’embrione umano, rappresenta per antonomasia i deboli la cui vita può essere manipolata a piacimento senza che neanche un gemito di dolore dia atto della violenza subita? Così il Papa sostiene che «mentre su quest’ultima [la decisione religiosa di fondo] un vero dialogo non è possibile senza mettere fra parentesi la propria fede, occorre affrontare nel confronto pubblico le conseguenze culturali delle decisioni religiose di fondo. Qui il dialogo e una mutua correzione e un arricchimento vicendevole sono possibili e necessari». Che cosa insomma tali verità religiose comportino sul piano etico e politico: questo risulta indispensabile affrontare.
Nel presentare il volume di Pera a Roma nel dicembre scorso, il cardinale Ruini ha commentato questa posizione. Poiché mi pare che difficilmente si sarebbe potuto farlo meglio, ne riporto le parole: «Marcello Pera afferma nettamente che un tale dialogo [il dialogo interreligioso], "in senso tecnico e stretto" non può esistere, perché presuppone che gli interlocutori siano disponibili alla revisione e anche al rifiuto delle verità con cui iniziano lo scambio dialettico, mentre le religioni, e specialmente le religioni monoteiste e rivelate, hanno ciascuna la propria verità e i propri criteri per accertarla. Perciò, richiamandosi all’invito al "dialogo delle culture" con cui Benedetto XVI concludeva la sua celebre lezione di Regensburg, propone che tra le religioni si instauri questa seconda forma di dialogo, che riguarda non il nucleo dogmatico ma le conseguenze culturali – in particolare di tipo etico – delle diverse religioni, ossia i diritti attribuiti o negati all’uomo, i costumi sociali consentiti o proibiti, le forme di relazioni interpersonali ammesse o censurate, gli istituti politici raccomandati o vietati. Questo dialogo interculturale tra le religioni può essere dialogo in senso stretto e può condurre gli interlocutori a rivedere le proprie posizioni iniziali, correggerle, integrarle e anche rifiutarle, senza che ciò implichi necessariamente una messa in discussione del proprio nucleo dogmatico». Una tale messa in discussione, e l’eventuale conseguente conversione da una religione all’altra, costituisce difatti l’esito di un cammino personale alla ricerca di Dio. Mentre l’incontro tra le religioni e il confronto tra i loro rappresentanti mira invece al fine prettamente politico della promozione del bene comune, di una pacifica e armoniosa convivenza nel rispetto di ogni singola persona. Le religioni non possono mancare a questo decisivo appuntamento. È anche l’occasione per mostrare, nel concreto adoperarsi etico e civile, fino a che punto ciascuna di esse risulti capace di rispondere alla più profonda e innegabile esigenza dell’uomo, quella di amare e di essere amato.
 
IL TIMONE – Giugno 2009