(CorSera) Un italiano d’altri tempi, eroe e cristiano

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Nedo Nadi, in pedana con spada e rosario

di GEMINELLO ALVI


CorSera 10-12-2004



Nel 1908 alla Società Genovese di scherma un tal mingherlino adolescente tirava in pedana col terribile Pini: cinquantenne inquartato come un toro. In guardia bassa, l’occhiata omicida di chi aveva sfidato in duelli o vinto in pubbliche disfide tutti, anche Mérignac o il mancino Rue, a Parigi. Baricentro basso, furia calma. Però, tra i «bravo» rabbiosi che gli dedicava e i cazzotti alla schiena che gli tirava appena poteva, se la sudava col figlio del suo allievo Beppe Nadi. Ma, pesto e confuso, il meno che quindicenne scese dalla pedana beato: si chiamava Nedo Nadi era livornese e si sentiva onorato. Non lo sapeva…ma sarebbe divenuto più grande di Angelo Termamondo Malevolti, maestro di corte a Londra di cui Diderot prese per l’Enciclopedia i disegni; di Marchionni capitano di Napoleone, di Pini e di tutti quanti si sfidavano ancora a duello in un’Italia diversa dalla presente, ermafrodita. Allora una frase era da meditarsi prima di dirla, col doveroso impegno d’avere altrimenti a rischiare la vita. Adesso è un compiaciuto insulto reciproco, qualunque cosa si dica, tra urlii di donne in fregola, politici, unti mezzani telegenici e vili. Meglio Athos di San Malato che umiliò Damotte a Parigi col suo colpo segreto, detto Castigo di Dio; meglio i disarmi e le gomitate furiose di Pini, e meglio fors’anche quel frustino con cui nel 1899 il maestro Nadi suo padre aveva corretto Nedo seienne in pedana. Un colpo a errore; tutti i giorni senza pausa: affondi, parate, rimesse, in perfetto compasso delle gambe. Il giovane crebbe fino a 1,85 di altezza, carattere dolce, non fosse per la prepotenza che gli era dovuta venire in pedana: volontà ferrea, riservato, volentieri esteta, ostile ai maneschi in una Livorno sguaiata. Serenamente vinse il torneo dell’Imperatore a Vienna e lo si riconobbe giovane Mozart della scherma. Ma all’Olimpiadi di Stoccolma nel 1912 arrivò con otite e febbre. Vinse lo stesso. Un anno, venne arruolato in cavalleria dal colonnello Rattazzi. Costui era capace di saltare a cavallo un muro di un metro e venti tenendo in mano un uovo su un cucchiaio, e gli piaceva tirare di spada. La mattina dell’esame gli chiede quante gambe ha un cavallo. Anche perciò era un’Italia più seria. In guerra fu sottotenente: Carso, San Michele, Isonzo Caporetto. Aggirò un avamposto tedesco presso Trento, fece tutti prigionieri. Ma italianamente la proposta per la medaglia d’oro si perse e venne anzi quasi deferito alla corte marziale. Tra gli austriaci che erano usciti dalla trincea uno lo chiamò Nedo, con la o larga; era uno schermitore già suo rivale; l’abbracciò e se ne prese cura. E alle accuse replicò da cavaliere antico: «sono soldato ma anche cristiano». Nel ’18 stremato e come tutti confuso, abbisognava di riposo, che non si diede. Ma all’Olimpiade di Anversa vinse cinque ori portando alla disperazione i francesi: cavazioni in spirali strettissime in armonia di tempo perfetta. E, vinti tutto e tutti, accettò l’offerta del Jockey Club di Buenos Aires passò professionista. Partì baldo, magari poco contento di lasciare l’innamorata, ma emigrante elegante; ritornò dopo tre anni mezzo morto, alla vigilia di Natale 1923. Il pingue libretto in banca, che mise tra le mani di Roma Ferralasco, gli costava un anno di convalescenza. Si sposa e viaggia in balilla tre marce, tra le trincee della guerra, fino a quel ponte sul Tagliamento che aveva fatto saltare, ultimo della sua colonna di Cavalleria. E là risente le urla dei precipitati e finisce a grattare per terra, la fronte sul pietrisco a chiedere pietà per i nemici che aveva fatto saltare dietro di lui. Riprese a tirare di scherma, per armonia di vita, tra depressioni e rosari; se qualche volta perse col francese Haussy e perché gli piaceva vincere se stesso più che gli altri. Era quella stessa nitida eleganza invisa ai fascisti livornesi minaccianti, tanto che la moglie, a sua insaputa, si rivolse a Roma. E Mussolini che proprio a Livorno era finito da Milano per terminare il più rocambolesco dei suoi duelli con Ciccotti, invitò Nedo. Lui ci parlò; capì tutto: «sensibile, possiede fascino e ascendente, è un dittatore ma non un uomo politico di governo; è un geniale istrione. Mi ha intenerito. Avrà una vita molto difficile». Tra l’altro Nedo Nadi fu giornalista di elegante asciutto stile, e anche commissario della Federazione Italiana di Scherma. Ma nel 1936 aveva già il cuore scassato, esito inevitabile, giudicava, di quel padre che l’aveva temprato malgrado la salute cagionevole. Ma delle tre lettere che scrisse prima di morire una era per lui. Il 28 gennaio 1940, mentre pregava, prese la mano di sua moglie, si lisciò la tempia sinistra, resistette ai tentativi di farlo sedere, posò il capo. Morì poco dopo la mezzanotte e «Tutte l’arme lasciò, fuor che la spada; e ver lo scoglio, sol, prese la strada». Orlando Furioso, canto XI, 31° ottava.
Come scrisse Verratti del Corriere della Sera , che non teneva proprio per la scuola livornese ma tirò con Nedo e il fratello Aldo: «Sia ben chiaro comunque che dopo di loro nessun schermitore né italiano né straniero è mai stato alla loro altezza, nessuno ha mai raggiunto la loro arte». Del fratello diremo una prossima volta.