(CorSera) Scarseggiano oggi i pescatori d’uomini

Pubblicazioni

 Erano poche, ma qualche donna si addormentava anche alle …


CorSera 7-4-2006


M. Giuseppina Muzzarelli, Pescatori di uomini , Il Mulino, pp.315



E rano poche, ma qualche donna si addormentava anche alle prediche di Bernardino da Siena pur cosi «gagliarde e ricche di splendore calore e vigore», scrive il cronista. In quel caso Bernardino montava in collera e dal pulpito gridava «Queste non son cose da dirle a chi dorme. A casa!». Povere donne, quel momentaneo assopimento si poteva ben capire: lunghe ore di attesa prima – ci si alzava alle cinque del mattino per trovare posto in chiesa o nella piazza tutti in piedi, mercanti, notabili e artigiani con le loro mogli – e poi due, tre anche quattro ore di predica. Ma che spettacolo: di sicuro non ci si annoiava quando Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Bernardino da Feltre, per citare solo alcuni fra i più famosi predicatori italiani del Quattrocento, parlavano nelle piazze delle città più ricche e popolose di allora, Firenze, Bologna, Padova… Già, perché la città, diversamente da secoli prima era il luogo ideale di scambio di merci, di idee e di discorsi; i predicatori ci nuotavano come pesci nell’acqua del fiume. «Uno solo qui basta per informare altri duemila contemporaneamente, il che non può verificarsi in solitudine» scriveva acutamente il francescano Eixemenis. La comunicazione era infatti il settore nel quale i predicatori dispiegavano la loro sapienza arrivando persino a far prediche «sulle prediche». Come quando Bernardino nel campo di Siena dedicò due giornate al tema di «come si fa una predica» che, insegnava, deve essere fondata soprattutto sul «diletto» e sul modo «chiarozzo» di esprimersi: parole sante che oggi andrebbero meditate. La folla era enorme, se teniamo presente la popolazione di allora: quindicimila persone a Padova per Bernardino da Feltre in prediche talvolta «a puntate» che duravano più giorni.
Ma di che parlavano questi «pescatori d’uomini»? (M. Giuseppina Muzzarelli, Pescatori di uomini , Il Mulino, pp.315, 22). Non si pensi solo a sermoni religiosi anche se il primo scopo naturalmente era quello di spiegare il Vangelo in lingua volgare e in maniera comprensibile ai più. «Per avere il cibo rimane preso il pesce… Il cibo è la parola che per andare a prenderla rimane presa l’anima che si salva». Ma altri scopi erano evidenti, più terreni, iscritti nei problemi della città per la quale si proponeva un modello di bonum comune e di benessere solidale. Così si spiegano le tirate di Bernardino e gli altri contro l’usura che depauperava i ceti cittadini più produttivi, i mercanti e i bottegai, il gioco d’azzardo, contro il quale i predicatori agivano in accordo alle autorità cittadine, il «lusso delle donne» che spingeva le famiglie a una gara dannosa per i patrimoni privati.
A proposito della «caccia al lusso» accadevano scene grottesche: i funzionari della città si appostavano vicino alla chiesa prendendo nota della lunghezza degli strascichi, delle «maniche così ampie da sembrare ali», dell’eccesso delle sete e dei velluti, tutte cose proibite dalla legge perché sottraevano denaro agli investimenti e talvolta cancellavano le opportune differenze sociali sulle quali si fondava l’ordine della città. Quei funzionari non erano dei moralisti: prendevano nota e distribuivano multe salate. Quando il successo dei predicatori ostacolava – poteva capitare – gli interessi dei politici, il quadro si faceva complicato.
B ernardino da Feltre a Firenze nel 1493 aveva «con meravigliosa forza infervorato il popolo» e i Medici erano in allarme. Il motivo era la istituzione, caldeggiata da Bernardino, del Monte di Pietà che avrebbe danneggiato gli usurai della città amici dei Medici. Piero de’ Medici, malconsigliato, in un primo momento proibì a Bernardino di predicare ma poi si decise a concedere il permesso «poiché era così caro al popolo che predicasse» riconoscendo il potere della comunicazione: Bernardino quella volta la spuntò predicando in una piazza stracolma dove «molti per allegrezza lacrimavano». In questo vivido affresco di un tempo lontano, il lettore scorge facilmente le analogie con il nostro presente: la consapevolezza della importanza della comunicazione per la vita civile e dello studio delle sue regole, il successo della cultura mediatica legato anche alla presenza del carisma personale. Forse meno evidenti sono le differenze con il nostro tempo: fra queste, allora la partecipazione a un progetto civile condiviso e il forte senso di appartenenza a una comunità che, predicatori e governanti, tenevano vivo ciascuno con i propri mezzi. E’ su queste differenze, credo, che conviene riflettere.