(CorSera) Novak: ‘Fedeltà a Roma, niente compromessi’

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“Corriere della Sera”, 14 dicembre 2002

L’INTERVISTA / Parla Michael Novak, uno dei maestri del pensiero cattolico.

«Subito un’opera di pulizia»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE – Ennio Caretto

«Fedeltà a Roma e niente compromessi. Altrimenti la Chiesa sarà travolta»


WASHINGTON – «E’ troppo presto per dire se le dimissioni del cardinale Law
segnino una svolta per i cattolici in America: se sia l’inizio della fine
degli scandali, se rafforzino i fedeli, se riabilitino la Chiesa di Roma
agli occhi del nostro Paese. Noi, io e molti altri, pensiamo che occorra di
più. Tre cose per la precisione: fedeltà, fedeltà, fedeltà. Parlo della
fedeltà dei preti all’insegnamento del Papa, sul sesso, il dogma, tutto. Chi
non è disposto a osservarla non prenda i voti, e chi la ha perduta si
dimetta. Se non si crede, non si predica la fede cattolica. Il compromesso è
la causa degli scandali».
Michael Novak, uno dei maestri del pensiero cattolico americano, dei cui
libri e articoli si discute spesso in Vaticano, è reciso nel suo giudizio.
Sebbene fosse inizialmente contrario, definisce le dimissioni di Law
«inevitabili», smentisce che il Papa sia corresponsabile degli scandali,
denuncia aspramente «la cultura del dissenso» nella Chiesa Usa che ha
favorito omosessualità e pedofilia e «che le ha portato umiliazione e
vergogna». Novak, che ha un largo seguito anche tra i politici cattolici
italiani, lo ha scritto sulla National Review on line: «Sì, c’è stata la
rivoluzione sessuale, c’è una nuova moralità: ma se i sacerdoti avessero
rispettato la vecchia moralità, la gente non avrebbe sofferto».
Che colpe paga il cardinale Law?
«Soprattutto l’omissione, non ha fatto ciò che doveva fare. Si è fidato
troppo delle terapie e della riabilitazione dei preti pedofili od
omosessuali. Illudendosi di averli recuperati, li ha solo spostati di
parrocchia senza neppure avvertire i fedeli. Badi che è la prassi vigente
anche nel mondo secolare, le scuole a esempio. Ma se un cardinale o un
vescovo non è in grado di ripulire la sua diocesi, meglio che se ne vada».
Come mai Boston è al centro degli scandali?
«La Chiesa cattolica di Boston è la più etnica e tribale degli Usa. I preti
sono in maggioranza irlandesi, spesso vittime dei pregiudizi delle Chiese
protestanti. Perciò si proteggono tra loro, anche quando compiono abusi
inaccettabili. Il successore di Law avrà un compito difficile: potrebbero
esserci processi penali, la bancarotta della diocesi. Ci vuole un leader
forte».
Ma gli scandali sono limitati alla Chiesa cattolica?
«Assolutamente no. Philip Jenkins, un docente dell’Università di Stato della
Pennsylvania, ha fatto una ricerca, accertando che il problema dell’
omosessualità e della pedofilia è più grave in alcune Chiese protestanti e
nelle scuole. Tra i cattolici, la spinta a denunciarli è stata più potente».
Lei attribuisce il fenomeno alla cultura del dissenso.
«Sì. Nel cattolicesimo Usa c’è una corrente contraria al Papa. Secondo me, è
una crisi di fede: siamo in comunione con l’insegnamento del Pontefice o no?
Crediamo nella sua infallibilità, nell’investitura dei vescovi eccetera, o
no? Crediamo nel suo dettato sulla sessualità? Se no, allora siamo
protestanti».
E’ un dissenso diffuso?
«Lo è addirittura tra i nostri teologi e nelle nostre università. La scorsa
settimana ho partecipato a un dibattito a Boston con George Weigel, il
biografo del Papa, che ha scritto un libro splendido, “Il coraggio di essere
cattolico”; ha insistito sulla fedeltà dei preti alla Santa Sede. Ma un
gesuita ha denunciato il magistero del Pontefice: non dice la verità, ha
protestato, sulla castità, il celibato, i contraccettivi, il sesso
coniugale, l’omosessualità, l’ammissione delle donne al sacerdozio,
eccetera».
Perché il dissenso è esploso per questioni di sesso?
«Perché la natura umana è universalmente debole, perché è semplice
esternarlo in pratica, perché il clima del Paese lo favorisce. Ma l’America
non accetta la doppiezza morale né la violazione della legge, soprattutto
per un’istituzione come la Chiesa cattolica».
E perché il Vaticano è intervenuto in ritardo?
«Perché non funziona come il corpo dei marines: il Papa non è un colonnello
che fa scattare i vescovi come soldati».