(CorSera) Messori: IL VALORE DI UN GESTO

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Corriere della Sera 5-3-2003

MERCOLEDI’ DELLE CENERI

IL VALORE DI UN GESTO

di VITTORIO MESSORI

E’ almeno dal Terzo secolo che i cristiani fanno giorno di digiuno, di preghiera, di penitenza del mercoledì che precede di quaranta giorni la Pasqua. E’ il giorno delle Ceneri, che il sacerdote sparge (o spargeva) sul capo dei fedeli, con le proverbiali parole ammonitrici: « Memento homo… ». E’ almeno dal Terzo secolo che i cristiani fanno giorno di digiuno, di preghiera, di penitenza del mercoledì che precede di quaranta giorni la Pasqua. E’ il giorno delle Ceneri, che il sacerdote sparge (o spargeva) sul capo dei fedeli, con le proverbiali parole ammonitrici: « Memento homo… ». Ricordati, uomo, che non sei altro che polvere e in polvere ritornerai. Quest’anno porta, però, una novità: per la prima volta dopo tre secoli dalla frattura settecentesca tra la Chiesa e un certo mondo di intellettuali e politici, anche questi ultimi dichiarano pubblicamente di voler ritornare a fare penitenza al fianco dei fedeli. Il digiuno accomunerà, oggi, praticanti e agnostici, vecchine e senatori, preti e mangiapreti. Non è, ovviamente, una conversione religiosa.
Si tratta, invece, di un modo per mostrarsi solidali con l’attività del Papa per opporsi alla «guerra preventiva», voluta da un’America che sembra volersi sostituire al tribunale divino, vagliando governi e popoli e spartendoli tra Giusti da premiare e Ingiusti da castigare.
Per una volta, dunque, oggi noi credenti non ci sentiremo diversi dal «mondo», almeno nel digiuno delle Ceneri. Naturalmente, un nostro eventuale moto di soddisfazione va temperato dal realismo. Innanzitutto, digiuno e penitenza hanno significato soltanto in una prospettiva religiosa, in una logica di supplica a Dio perché veda e provveda. Se nessun Padre ascolta nell’Alto dei Cieli, la mortificazione corporale non è che segno forse simbolico ma comunque impotente. Il cuore dei Signori della Guerra non sarà di certo intenerito dalla notizia che un certo numero di agnostici o atei ha dichiarato di volere rinunciare, per un pasto, alla pietanza di carne o, magari, alla sigaretta e al grappino.
Il compiacimento cattolico, poi, è frenato da una spiacevole consapevolezza: fra coloro che oggi osservano, edificati ed edificanti, l’esortazione del Papa a un giorno penitenziale, sono molti coloro che non solo quel Papa non ascoltano, ma che lo riempiono di contumelie, quando esorta a evitare ben altre stragi. A cominciare, s’intende, dalla strage di quei milioni di nuovi innocenti che sono i feti abortiti. Il magistero pontificio è un blocco, dal quale non è lecito separare elementi che appaiano politically corrects nella sensibilità del momento. Debbono forse rifletterci (e sia detto con rispetto, anzi con affetto fraterno) certi sorprendenti «papisti» per un giorno. Per passare, poi, all’interno stesso della Chiesa: la «guerra di Bush», come viene chiamata, sembra avere portato a un’altra, sorprendente unità.
L’opposizione alla crociata americana ha costituito un motivo di convergenza, quale da lungo tempo non si constatava, tra le varie «anime» ecclesiali. Sinistra e destra, progressisti e conservatori (usiamo, per pigrizia, i termini mutuati abusivamente dalla dimensione politica), si ritrovano compatti nel giudicare negativamente il bellicismo yankee . Certo, le motivazioni sono diverse. Per il «progressismo» cattolico agisce un’ideologia pacifista radicale che non è affatto condivisa dai credenti «conservatori», attenti piuttosto al realismo, al bilancio smagato tra profitti e perdite. Succede così che parroci e laici praticanti si dividano tra chi espone sulla facciata delle chiese o ai balconi delle case le bandiere multicolori della pace e chi, invece, preferisce non farlo. Sta di fatto che, seppure per vie diverse, la conclusione è unanime: questa guerra non s’ha da fare. Unanime, naturalmente, anche la riprovazione per la brutale tirannia di Saddam Hussein. La condanna, però, si accompagna alla constatazione che in Arabia Saudita, alleato costante e inossidabile degli americani, la condizione dei cattolici, e dei cristiani in generale, è assai peggiore.
Agisce poi, nel mondo ecclesiale, il sospetto che l’ossessione di Washington per colpire l’Iraq, e quello solo, sia determinata dalle pressioni di Israele, che vede un nemico pericoloso in un Paese che ha il torto di esser troppo vicino alle sue frontiere. Poiché non sono un mistero le simpatie di vasti e influenti settori cattolici per la causa palestinese, anche questa impressione (fondata o no che sia) contribuisce all’avversione per una guerra giudicata «per procura».
Tutto, insomma, porta a un effetto sorprendente: l’esortazione papale per un mercoledì di penitenza, per una testimonianza che, Deo adnuente , fermi le armi, pare accolta dentro e fuori la Chiesa con un’unanimità di cui si era perso il ricordo. Non c’è, come avvertivamo, da lasciarsi andare a entusiasmi irrealistici. Resta, però, confermato che la voce del Pontefice, e di questo più che mai, non è sempre e comunque quella di chi «grida nel deserto».

Vittorio Messori