(CorSera) La ricerca storica smentisce la vulgata contro le crociate

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Che lo sceicco Bin Laden e certi arabi intenti a segare cervicali disprezzino i crociati è ovvio  Che lo sceicco Bin Laden e certi arabi intenti a segare cervicali disprezzino i crociati è ovvio; e peraltro neppure gli islamici che si pretendono moderati possono averli molto in simpatia. La provvidenziale cacciata degli arabi da Granada o da Otranto dà loro ancora il nervoso. Ma è davvero strano che in Italia l’intellettualità e persino i libri di testo s’adoprino a educare il senso comune al disprezzo dei crociati. Nel manuale di storia della Zanichelli, di mia figlia, Saladino è detto «saggio sovrano d’Egitto»; circa i crociati si avverte invece che «molti nobili privi di terra, ad esempio, erano disposti a qualunque avventura pur di procurarsi feudi e bottino». E neppure un intellettuale alla moda che dissenta: si ripete l’identico livore dei libri dello storico Runciman, di almeno cinquant’anni fa, magari senza averli letti. Tutti costernati per quant’erano civili gli arabi, invece venali e selvaggi i nostri antenati. Il politicamente corretto di sinistra lo prescriverà pure nelle propagande di una società multietnica. Ma, a parte che dopo l’11 settembre esse si sono di molto complicate, c’è un altro fatto del quale forse si dovrà tener conto: la più parte degli storici non la pensa affatto così.
Come spiega Thomas F. Madden, il curatore del libro The Crusades , (Blackwell Publishing Ltd; Malden, Oxford, 2002), il quale a pagina 7 dell’introduzione scrive: «La “Society for the Study of the Crusades and the Latin East”, un’organizzazione professionale di studiosi delle crociate, ha al presente 480 membri in 30 nazioni. Molte centinaia di studi sono pubblicati ogni anno. Il risultato è che ora noi sappiamo più sulle crociate e i crociati di quanto si sia mai saputo prima (…). Gli studiosi moderni hanno largamente rigettato la condanna di Runciman delle crociate». Prospera in tv, sui giornali, nelle accademie un’intellettualità sessantottina delle scoperte in ritardo, che arriva in effetti sempre cinquant’anni dopo. Soltanto tra quarantatré anni, se ancora viva, scoprirà quindi il bel libro del 1997 di Jonathan Riley Smith, The First Crusaders . Analisi d’enorme mole di documenti in cui si riportano non umori ideologici, ma solide evidenze. Riley demolisce il vecchio mito dei crociati cadetti senza terra e mossi dalla venalità. I cavalieri erano sovente signori dei loro castelli e la più parte di essi tornò in Europa dopo la prima crociata con gloria e onore, ma non denaro. E si trovò anzi meno ricca di prima. I costi della crociata erano enormi, cinque o sei volte il reddito annuale, per un cavaliere con armi e seguito appropriato. E i crociati erano uomini medievali, selvaggi ma mistici, i quali erano vincolati dall’onore al compimento di un voto. Raimondo conte di Tolosa infatti aveva più terre del re di Francia ma, vecchio guerriero di 55 anni, lasciò le sue ricchezze e decise di finire la sua vita al servizio di Dio.
Era un’umanità febbricitante di visioni che scombinavano i calcoli come siamo abituati ad averne noi moderni. Visioni come quella che fa ritrovare la sacra lancia nella cattedrale di Antiochia. O il pellegrinaggio disarmato, l’8 luglio 1099, sotto le immense mura di Gerusalemme, quando i crociati sfilano fino al Monte degli Olivi e cantano inni, tra gli arabi che li guardano dall’alto stupefatti. E dopo una settimana le mura della città santa prese col cuore e il fiume dei guerrieri che dilaga, passando tutti i musulmani a fil di spada, ma certo di rinascere a spadate dai suoi peccati.
Peraltro già H. E. J. Cowdrey, in molti libri e vari articoli, ha chiarito che il fine della prima crociata non era quello preteso da Erdmann nel suo libro del 1935. Il movente non furono la difesa del cristianesimo orientale e le relazioni con Bisanzio, ma la riconquista della Terra Santa. Gerusalemme era per la cavalleria medievale non un’avventura coloniale, ma la maniera di una rifondazione dell’Occidente cristiano. E Marcus Bull nel suo libro, Knightly Piety and the Lay Response to the First Crusade , sempre pubblicato a Oxford nel 1993, parla appunto di pietà aristocratica. Scorrendo miriadi di polverose calligrafie, verifica quanto le crociate siano state anche un movimento religioso.
Venerazione di reliquie, pie donazioni per i propri peccati e soprattutto il pellegrinaggio plasmarono le guerre d’Oriente, persino nei loro intrighi venali e nelle stragi efferate di cui pure i crociati si macchiarono; ma non solo loro.
Anche circa i percorsi contorti delle crociate, di quegli assedi per cui indugiavano lontano da Gerusalemme, o rovinavano Bisanzio, ci sarebbe da dire. Anzitutto molte delle conclusioni di Runciman circa le relazioni tra Bisanzio e i crociati sono contraddette anch’esse dalla letteratura recente. L’imperatore di Bisanzio era autokrator , despota di una recita mummificata, capace di intrighi e crudeltà inaudite. Il suo era il più infido dei governi…
Inoltre è stato un male così grande per la civiltà che la seconda crociata sia discesa al largo del Portogallo e nel 1147 abbia tolto Lisbona ai musulmani e messo al sacco le loro ricchezze, o fu un bene? In breve i tanti scopritori di libri in ritardo, che avversano le crociate, come possono tacere il bene che fecero all’Occidente? Forse che papa Sisto IV quando i turchi presero Otranto, nel 1480, e decapitarono ottocento persone che non volevano convertirsi, ebbe torto a indire una crociata? La ricerca storica dispone oggi di elementi per giudizi diversi da quelli umorali, seppur splendidamente scritti, nei tre volumi di sir Steven Runciman. E tutto questo già prima dell’attentato delle Due Torri e dello scontro di civiltà in atto.
«Certamente si può solo congetturare come gli eventi dell’11 settembre 2001 condizioneranno l’approccio della prossima generazione verso i crociati», osserva Madden. Un giudizio equanime sui crociati e diverso dalle propagande multietniche è ormai giustificato dalle ricerche storiografiche.
Per quanto riguarda il Saladino, chiamato saggio nei libri delle scuole medie, mi permetterei una citazione dal libro di Francesco Gabrieli, Arab Historians of the Crusades (New York, Routledge). Imad ed-Din, segretario del Saladino, così descrisse la scena dei templari sconfitti ad Hattin. «Egli (Saladino) ordinò che essi dovessero decapitarsi, preferendo averli morti che in prigione. Con lui c’era gran schiera di eruditi e di sufi e un certo numero di uomini devoti e asceti; ognuno di loro supplicò che gli fosse permesso di ucciderne uno e sguainare la sua spada. (…) Saladino, gioendo in viso, stava seduto sul suo baldacchino; i miscredenti mostravano nera disperazione».
Dunque a dire il feroce Saladino, come una volta, non si avevano tutti i torti. E la scena valga anche per quella schiera di storici esoteristi da dopolavoro ferroviario che volentieri mitizzano sapienze segrete e sempre trasversali.

CorSera 19-10-2004