(CorSera) La persecuzione dei cristiani in Pakistan

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Corriere della Sera 14-10-2003


LE STORIE


I cristiani del ghetto di Islamabad
di GOFFREDO BUCCINI

TAXILA (Pakistan) – Per la gente dell’ospedale cristiano, è ancora la ragazza del miracolo: «Parlate con Jamila – ripetono tutti – dovete incontrarla». Era incinta di 5 mesi, Jamila Nobel, quando i terroristi islamici hanno lanciato tre granate davanti alla cappella, nell’angolo più esposto del piazzale. Alle 7 e 48 di quel 9 agosto 2002 l’America aveva già invaso l’Afghanistan e stava pianificando la guerra a Saddam Hussein: lei e le altre infermiere tornavano tranquille al lavoro dalla preghiera del mattino.
Quattro di loro sono morte, ventisei sono state straziate dalla schegge: Jamila ha perso il bambino. È rimasta in coma per settimane, le colleghe hanno mandato la sua foto a Roma, perché il Papa pregasse: sembrava spacciata. Più d’un anno dopo è di nuovo qui, indaffarata nel via vai della guardia medica. Cammina a fatica, ma i grandi occhi scuri sono sereni, senza odio. «Non ho paura – dice – e nemmeno rancore. Gesù ci aiuta a superare tutte le prove».
Hamida Williams, la vecchia caposala pure ferita nell’attentato, l’accarezza con lo sguardo: «Il miracolo – sussurra – non è che sia viva, ma che sia rimasta com’era: ha perdonato, tutte l’abbiamo fatto. I musulmani sono nostri fratelli».
A Taxila o a Rawalpindi, a Islamabad o a Lahore, il cristianesimo ha la forza delle origini: sotto assedio, pieno di coraggio ostinato.
«Sappiamo di dover morire un giorno e siamo felici di morire in Cristo», dice ancora Hamida, scrutando senza convinzione le guardie che, dopo l’attacco, sono state messe all’ingresso coi fucili, il cancello ormai sempre sbarrato, il muro di recinzione e il filo spinato lungo la Faisal Shaid Road. «Questo posto era aperto a tutti, 24 ore al giorno. Ora stiamo chiusi dentro 24 ore al giorno, anche se abbiamo 500 pazienti in day hospital e 500 ricoverati, anche se aiutiamo i poveri senza badare alla religione di nessuno», dice, amaro, il direttore sanitario, Ashchenaz Lall, che è protestante.
Cattolici e protestanti si mischiano nella cappella ancora sfregiata dalle schegge, nell’ospedale (finanziato dalla Chiesa presbiteriana) e nel resto del Pakistan, stretti nella consapevolezza di essere un bersaglio ogni volta che la tensione sale in questa fetta di mondo. «Siamo ostaggi – sospira Anthony Lobo, vescovo di Rawalpindi -: i fondamentalisti vedono solo bianco o nero. Per loro dire Stati Uniti equivale a dire cristiani. E siccome siamo cristiani, ogni malefatta degli americani la fanno pagare a noi». Solo durante la campagna americana in Afghanistan gli attacchi contro scuole o chiese cristiane sono stati undici. Infermiere, preti, assistenti sociali, donne, bambini: più di sessanta sono caduti sotto il fuoco e le bombe degli estremisti islamici da due anni a oggi. L’attentato più grave, nell’ottobre 2001, a Bahawalpur: diciotto morti. Poi, quattro morti e 40 feriti a Islamabad, sette morti a Karachi, cinque a Murree, la strage di Taxila. L’ultimo sacerdote ucciso, il 4 luglio di quest’anno, si chiamava George Ibrahim e insegnava alla scuola cattolica di Renala Kot, 300 chilometri a sud di Islamabad; era stato minacciato dagli insegnanti musulmani dopo che la Regione del Punjab aveva restituito alla Chiesa cattolica la scuola, in precedenza nazionalizzata. A Lahore, nel periodo più caldo degli assalti, la polizia ha consigliato al parroco di armare i fedeli durante la messa. «Ma nessuno di noi accetterà mai una cosa simile», ha risposto per tutti John Rooney, uno dei preti di Nostra Signora di Fatima, la maggiore chiesa cattolica di Islamabad. Tuttavia andare a messa la domenica a Nostra Signora di Fatima è un po’ come entrare in un aeroporto dopo l’11 settembre.
Davanti al cancello, cinque poliziotti con mitra e fucili a pallettoni; chiunque deve passare l’esame del metal detector: la fila è lenta, però nessuno si scoraggia. Alle otto del mattino, i fedeli gremiscono la chiesa, cantando «Signore, salvaci dai mali di questo mondo». Quelli che un lavoro ce l’hanno, fanno mestieri umili: sono spazzini, lavavetri, domestici nella case dei musulmani agiati. I loro genitori erano paria, intoccabili della società induista, convertiti dai missionari al tempo della dominazione inglese.
Sono tre milioni di anime in tutto il Paese, circa il due per cento della popolazione. «E ancora oggi non c’è un solo cristiano ricco neanche a girare il Pakistan intero, né un industriale né un ufficiale dell’esercito, né un giudice né un professionista: la nostra gente parte dal fondo della scala», spiega monsignor Lobo. Ancora più del piombo, qui fa paura la miseria.
Il parroco di Nostra Signora di Fatima, John Nevin, un sanguigno irlandese di 66 anni, approdato a Islamabad ch’era poco più d’un novizio, dice: «Il pericolo c’è sempre, non si sa quando attaccheranno ancora, ma non è questo il problema principale».
Il problema, spiega, è la legge sulla blasfemia, introdotta negli anni Ottanta dal generale Zia ul Haq per guadagnare l’appoggio dei mullah. Tuttora in vigore nonostante le sbandierate aperture alla modernità, è uno dei pochi esempi al mondo in cui il diritto penale prescinde dal dolo: basta lasciar cadere a terra, per caso, per sbaglio, un Corano, ed essere accusati da almeno due musulmani osservanti, per rischiare – in teoria – fino alla pena di morte. Lo scorso aprile un cristiano ha preso l’ergastolo per aver strappato un cartellone con i versi del Profeta.
In un disperato tentativo di far sentire la voce della sua comunità a un Occidente distratto, il vescovo cattolico John Joseph si è suicidato nel 1998 davanti al tribunale di Faisalabad. Ma l’Occidente si gira sempre dall’altra parte. E la legge sulla blasfemia continua a essere usata, in via ordinaria, per spogliare i cristiani dei loro – scarsi – averi.
Padre John racconta: «I padroni di casa se ne servono per cacciare gli inquilini cristiani. Ricordo il caso di un cristiano accusato di scrivere oscenità sul muro della moschea. Era analfabeta, e tutti lo sapevano, ma l’accusatore aveva una lunga barba da musulmano radicale: l’hanno condannato senza pensarci due volte. La verità è che i nostri diritti umani qui valgono poco o niente. Musharraf vorrebbe cambiare le cose, ma deve tenere a bada i suoi religiosi».
Due anni fa, il generale-presidente ha messo al bando sei gruppi di estremisti islamici e ha creato seggi protetti all’Assemblea nazionale per la minoranza cristiana. Tuttavia i gruppi si sono ricostituiti cambiando semplicemente nome, non hanno deposto le armi e i loro legami con pezzi importanti dell’esercito sono sotto gli occhi di tutti. In un editoriale su
The News , uno dei maggiori quotidiani in inglese, l’ex parlamentare Shafqat Mahmood sostiene che Musharraf «ha scelto di non spazzare via la rete sotterranea del terrore che alcuni, nell ’establishment , considerano utile. Il nesso tra gruppi religiosi e Jihad è troppo ovvio per essere ignorato».
La comunità cristiana è la vittima più facile di queste ambiguità. E soprattutto è la più esposta ai mali che affliggono anche il restante 98 per cento dei pakistani: l’ignoranza, la povertà, la disoccupazione.
Nel cuore di Islamabad spiccano la croce e il recinto sgangherato della Colonia Francese, una discarica a cielo aperto dove tremila cristiani, cacciati da varie zone della città, sono stati spediti trent’anni fa dal governo e, mattone su mattone, hanno tirato su settecento baracche tra gli scoli delle fogne.
Il vecchio Nathaniel siede come tutti nel fango, davanti alla sua porta: per muoversi si appoggia a una stampella, però – dice – riesce ancora a reggere la scopa per guadagnare 500 rupie (meno di 10 euro) al mese nei quartieri musulmani: «La speranza è il mio figlio minore». Naeem, l’ultimo dei suoi otto ragazzi, ha occhi più veloci del pensiero, è riuscito a diplomarsi in business, dà lezioni di matematica ai bambini del ghetto, sogna un posto da contabile: «Poi mi dicono: “Sei cristiano? Niente lavoro”. Però io non mollo».
Sono testardi i cristiani di quaggiù. «La domenica dopo la strage di Bahawalpur, i fedeli a Messa erano raddoppiati, non riuscivo a crederci», ricorda monsignor Lobo.
Qualcuno ha smesso di uscire dopo il tramonto. La maggioranza tuttavia dà del tu alla paura, come a una vecchia compagna di viaggio. Il direttore dell’ospedale di Taxila ha tre figli all’università: «Vanno a Islamabad, prendono le corriere, sono cristiani come me. Viviamo di crepacuore. Ma non dobbiamo fermarci».
L’orologio della cappella lo contraddice: da quattordici mesi è fermo sulle 7 e 48. Il dottor Lalla mormora, con pudore, che «serve per ricordare». Ma dentro di sé lo sa, lo sente che per i cristiani del Pakistan la storia è ancora immobile, come quelle due lancette bloccate da una scheggia.