(CorSera) Il mondo scivola verso un individualismo esasperato

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ELZEVIRO Povertà e individualismo

Se la solidarietà non è un valore

di VINCENZO PAGLIA



D i fronte al fiume in piena della povertà e della miseria, invece della crescita di solidarietà e di generosità, assistiamo allo straripamento di una mentalità egoistica. Si sta affievolendo nella coscienza comune lo scandalo per il crescente squilibrio tra ricchi e poveri. Non solo, sembra addirittura crescere la diffidenza verso una società «egualitaria», sino a sostenere che l’egualitarismo è più un ostacolo che un incentivo al progresso.

Troppo facilmente si esalta la dimensione della libertà in opposizione all’utopia dell’uguaglianza. E non si tratta più neanche della vecchia e comunque significativa dialettica tra destra e sinistra. . E’ evidente però che il calo di tensione nel dibattito sta favorendo il rischio di trasformare la libertà in una sorta di via libera a un individualismo generalizzato. Nessuno, ovviamente, vuole intaccare i principi di libertà e di responsabilità individuale, ma essi vanno comunque messi in dialogo con la originaria tensione a una «uguaglianza» tra gli uomini e tra i popoli. Una spia di questa tendenza individualista la si può vedere nelle critiche che da più parti vengono rivolte al termine «solidarietà». Non è mancato chi, magari semplicemente per provocare, qualche anno fa ha richiamato I pericoli della solidarietà (si tratta di un pamphlet composto di dodici «epistole sul dosaggio di una virtù» che, a dire dell’autore ha, appunto, i suoi «pericoli»). I sostenitori della corrente liberista neokeynesiana si richiamano anche al noto emendamento proposto da Friedman per la Costituzione americana: «Ciascuno è libero di fare del bene, ma a sue spese».
Sembra, inoltre, svanire anche quel senso di debito sociale, differentemente radicato sia nella cultura cattolica che in quella di origine socialista, ben presente nella società italiana nel secolo passato. E l’individualismo, un’espressione un tempo demonizzata, esprime oggi comportamenti comuni anche presso i credenti. Il generale calo della tensione etica spinge i singoli e i popoli a una competitività senza limiti. A farne le spese per primi sono, ovviamente, gli anelli più deboli della società, i poveri. E i comportamenti che emergono sono come privati della «pietas». E in effetti, la società si è fatta più dura per tutti. Lo stesso legame che contraddistingueva – magari in forma approssimativa e paternalistica – le politiche di cooperazione allo sviluppo negli anni Sessanta e Settanta del secolo XX, oggi hanno lasciato il posto al suo contrario.
I principali Paesi occidentali sembra abbiano scelto, ufficialmente o implicitamente, la via dello «sganciamento», con una rinuncia pratica anche alla precedente politica di intervento per «aree di influenza». Ed è come se sulla carta geografica siano iniziate a ricomparire quelle macchie bianche, le terrae incognitae , che punteggiavano le prime mappe del mondo, al tempo dei grandi viaggi di esplorazione.
E’ troppo complicato intervenire, arginare l’Aids in Africa, raddrizzare quella polveriera che è l’Africa centrale, occuparsi del Ruanda e del Burundi, anche se così piccoli da fare fatica a trovarli sulla carta geografica. In altre aree del pianeta, ritenute geopoliticamente strategiche, è più facile intervenire anche se sono necessari rischi e costi non indifferenti. Sarebbe certamente necessario allargare il disegno della politica per evitare rattoppi che non garantiranno uno sviluppo armonico nei decenni che verranno.
Ha notato accuratamente Dahrendorf: «La cosa più importante e anche più grave è che le persone svantaggiate e quelle che temono di scivolare nella loro condizione, non rappresentano una nuova forza produttiva, nemmeno una forza con cui oggi si debbano fare i conti. I ricchi possono diventare più ricchi senza di loro; i governi possono essere rieletti senza i loro voti; il prodotto nazionale lordo può continuare ad aumentare indefinitamente».
Quel che dovrebbe preoccupare è la crescita del fastidio verso la solidarietà, che va di pari passo con l’esaltazione di una concezione individualistica della vita, perfettamente conforme alla logica di un mercato senza regole. La civiltà post-industriale, quella del mercato globale, rischia di ridurre tutto a «merce» e gli uomini a consumatori. E’ ovvio che in un mondo ove il mercato impone il suo ordine senza regole, la legge del più forte facilmente elimina i diritti e dimentica i più deboli. In tal senso, di fronte alla violenza del mercato, una solidarietà universale, senza frontiere, è forse la sola forza adeguata per contrastare e resistere.


Pubblichiamo in anteprima un brano tratto dalla nuova edizione del libro di monsignor Vincenzo Paglia Storia dei poveri in Occidente. Indigenza e carità (Bur, pagine 514, 10.50), da oggi in libreria in contemporanea con una nuova edizione della Lettera a un amico che non crede. Ragione e fede di fronte al mistero (Bur, pagine 334, 8.50), sempre di Paglia. Monsignor Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, Narni e Amelia, è presidente della Federazione Biblica Cattolica e fa parte (tra l’altro) dell’associazione «Uomini e religioni» della Comunità di Sant’Egidio.