(CorSera) Il cedimento morale figlio dell’indebolimento della fede

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Ridare dignità al credo religioso è il grande problema della Chiesa

ELZEVIRO Fede e modernità


di Vittorio Messori

Rispondendo a una domanda sugli abusi sessuali del clero,
il cardinal Joseph Ratzinger è andato ancora una volta al
cuore del problema:
«Il cedimento morale di tanti cristiani, anzi la crisi
stessa della Chiesa, hanno una causa. E questa causa è,
per dirla chiara, l’ indebolimento della fede.
È impossibile vivere la morale cattolica se non si è più
convinti, e fino in fondo, che Gesù Cristo è il Figlio di
Dio e che nel vangelo è contenuto il progetto divino per
l’uomo».

Senza questa certezza, ha ricordato Ratzinger, il celibato,
la verginità, diventano pesi intollerabili, anzi
prescrizioni assurde e disumane; e coloro che, incautamente,
hanno assunto simili impegni cercano ogni sotterfugio e
ogni ipocrisia per sottrarvisi.

Ma molti altri aspetti della Chiesa attuale sembrano
deformati dallo svaporare della fede, così come la proclama
il Credo.

Tanti missionari tendono a trasformarsi in operatori sociali,
in funzionari di organizzazioni umanitarie, magari in
apostoli di rivoluzioni politiche.
Dunque, tacciono spesso sull’annuncio del vangelo come
speranza di vita eterna, sulla necessità del battesimo per
partecipare di questa promessa.

Si è arrivati al punto di scoraggiare le conversioni al
cristianesimo, rovesciando paradossalmente il ruolo del
missionario.
Ma questo non avviene per qualche luciferino complotto o per
mancanza di buona volontà, che in realtà abbonda: bensì, per
una crisi di fede, che trasforma l’ ardua credenza in Dio in
un ben più comprensibile progetto di solidarietà umana.

Nelle zone di vecchia cristianità, in molti ordini già
fervidi e gloriosi, la vita sembra spegnersi in una routine
grigia e noiosa che non è più in grado di attirare giovani
candidati.
Antiche e grandi avventure religiose rischiano di finire
negli sbadigli.

La «follia» del seguire Gesù come poveri, obbedienti, casti,
non ha significato se quel Gesù non è più il Cristo
crocifisso e risorto, ancora vivo, bensì un saggio, un
iniziato, un moralista di scuola ebraica.

Occorre forse quel «rinnegamento di se stessi» che è la vita
in un convento o in presbiterio, per seguire un insegnamento
che, in fondo, altro non è che un’ etica politicamente
corretta, fatta di dialogo, di tolleranza, di impegno per la
pace, di diritti umani?

C’è da temere che sia a rischio lo stesso entusiasmo che
caratterizza i nuovi gruppi e i nuovi movimenti nati in
questi decenni nella Chiesa.
Il fervore, magari chiassoso, di questi giovani è, prima o
poi, insidiato dal dubbio con il quale ogni cristiano deve
oggi confrontarsi:
«Ma, insomma, sarà proprio vero? Questo Gesù è sul serio
il Salvatore e il Redentore e sta in lui la Verità suprema?
La Chiesa cattolica è davvero il suo Corpo, come dice san
Paolo, soltanto in essa c’ è la salvezza totale? Paradiso,
purgatorio, inferno, risurrezione finale dei morti sono
simboli o realtà? Come credere che l’ eucaristia non sia
solo il cibo di un pasto fraterno ma sia davvero la carne
e il sangue di Dio stesso? Come convincersi che il Creatore
di un universo smisurato si sia incarnato in un oscuro
Galileo, per la salvezza – quale poi? – di quel granello
di polvere che è il pianeta Terra?».
E via questionando.

Il primo problema della Chiesa, oggi, è il recupero
della «credibilità del credere».

C’è una legge che regola la vita del cristiano: alla
diminuzione della fede corrisponde sempre l’aumento
dell’interesse per la morale e per l’ ideologia sociale e
politica, purché di aspetto «etico».

Più cresce il dubbio sulla verità del vangelo, più cresce
il moralismo.
Non è un buon segno che molti ambienti cristiani si
caratterizzino oggi non per la fede nella Trinità ma per
una triade ripetuta come un mantra:
«Pace, giustizia, rispetto per la natura».

Ottime cose, naturalmente, purché inserite in una
prospettiva che unisca Terra e Cielo.
Nel sentimentale «amore per l’uomo» si perde di vista la
prospettiva cristiana: l’uomo è spesso esecrabile, indegno
di aiuto, non è amabile di per sé ma, alla fine, solo per
amore di quel Gesù grazie al quale siamo tutti fratelli.

Quando cede la fede nell’invisibile, è normale che ci si
getti nel visibile.
Il sociale prende il posto del sovrannaturale.
L’impegno – concreto, verificabile, gratificante – per
migliorare la vita terrena, sostituisce l’ansia di
annunciare che questa vita terrena altro non è che il luogo
della prova e della preparazione alla vita eterna.

Non è certo un caso che tanti cristiani di buona volontà
abbraccino le fedi secolarizzate – ieri il marxismo, oggi
l’ecologismo o il pacifismo – che sostituiscono, o sembrano
potere affiancare, la fede antica, quella basata sullo
«scandalo e follia» del vangelo.

Dio, chissà se c’è; in ogni caso come esserne certi?
L’uomo, invece, c’è, possiamo constatarne l’ esistenza e
i bisogni: dunque, andiamo sul sicuro e operiamo nel
concreto, riversiamo su di lui il nostro bisogno di amare,
di servire, di costruire.

Ma, in questo aiuto pur generoso, si annebbia la persuasione
secondo la quale la prima, la più alta, la più salvifica
delle carità non è quella del pane, ma quella della verità.
Che non è una teoria.
È una Persona.

Se la Chiesa si trasforma in una sorta di «Agenzia Universale
per il Bene e per la Pace», se è dimenticata o rimossa la
scommessa ineluttabile su cui si basa – «Dio esiste e nel
Cristo si è fatto uomo» – ne vengono necessariamente gli
sfaldamenti cui alludeva Ratzinger nel suo ultimo intervento
e che il Papa stesso ha più volte denunciato.

La morale cristiana si rivela, in pratica, impossibile da
praticare se non discende da una fede esplicita e salda.
La croce di cui si fregia il cattolico impegnato in un
attivismo sociale che dimentichi l’annuncio esplicito del
Credo, non è più la croce della Chiesa di Roma ma quella
della Croce Rossa di Ginevra: rispettabile e meritoria, ci
mancherebbe, ma che nulla ha a che fare con una storia che
comincia nel tempo per sfociare nell’eterno.

Vittorio Messori
(C) Corriere della sera