(CorSera) I mendicanti ieri ed oggi

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Torna dopo trent’anni il rivoluzionario studio di Piero Camporesi sul mondo degli emarginati e truffatori nell’Italia del Rinascimento

Un classico del ’400 ci aiuta a capire un problema attuale

Lo storico bolognese scoprì che un autore del Seicento, Rafaele Frianoro, aveva copiato integralmente la sua opera da un testo in latino di due secoli prima, opera di Teseo Pini


«Avrete sempre i poveri con voi», sta scritto nel Vangelo; ma, se la povertà è stabile, la mendicità è fluttuante. Per un certo periodo un quartiere formicola di accattoni, e poi, da un giorno all’altro, sembra che se ne siano andati tutti: migrati come certe specie di uccelli; e noi non sappiamo se siano partiti di loro volontà, o guidati da un istinto misterioso, o costretti al trasloco da qualche autorità che ha ritenuto necessario intervenire. L’uomo o la donna che tendono la mano per chiederci un euro, o anche meno, sono gli ambasciatori di un mondo che non conosciamo; nessuno di noi, o quasi nessuno, è contrario in linea di principio a soddisfare quella richiesta; però vorremmo che esibissero credenziali attendibili; e invece sospettiamo che siano contraffatte; insomma, che non si tratti di veri bisognosi. Ognuno ha in mente un modello di accattone al quale non farebbe mancare il suo aiuto: un accattone che mendica in prima persona, e non appartiene a qualche organizzazione o confraternita o tribù di accattoni di professione; che ha sperimentato senza successo tutte le possibilità di guadagnarsi da vivere altrimenti; che non è incline all’ubriachezza o alla poltroneria; che si comporta con discrezione e si accontenta di quel che gli si dà; che prova almeno un filino di vergogna per l’attività a cui si è ridotto.
Questo è il questuante ideale; ma come individuarlo, in mezzo alla folla degli altri? La nostra vasta ignoranza intorno al retroterra dell’uomo che accatta non ha frenato la nascita di dicerie e di leggende su quel mondo, che l’opinione pubblica ha sempre visto, pregiudizialmente, non come un mondo di bisognosi, ma come un mondo di furfanti e truffatori; le ha anzi, come accade, moltiplicate: sino a dar luogo a tutta una letteratura contro i mendicanti, le loro tecniche disoneste, le loro astuzie.
Verso quei documenti volse la sua attenzione, a cavallo degli Anni Sessanta e Settanta, un singolarissimo saggista e investigatore di archivi, nonché scrittore: Piero Camporesi. Il suo punto di partenza fu un’opera già molto nota agli studiosi, Il Vagabondo di Rafaele Frianoro; leggendo quel testo dell’inizio del Seicento, Camporesi fu colpito da una sorta di sfasatura, che rimandava a un altro periodo storico, a un universo sociale più antico. Insomma, Camporesi ebbe il sospetto che il Frianoro si fosse ispirato a un’opera anteriore; e ne ebbe la conferma quando s’imbatté in un manoscritto latino del tardo Quattrocento, lo Speculum cerretanorum di Teseo Pini. Solo che il Frianoro non si era limitato a qualche saccheggio, ma aveva plagiato senza scrupoli il suo predecessore, senza mai citarlo: piccola truffa che in fondo si addiceva a un libro dedicato a furfanti e truffatori. Frutto di queste ricerche fu un’opera bellissima, che conteneva sia il testo di Teseo Pini, sia quello del Frianoro, più altri materiali, e 170 pagine di introduzione: Il libro dei vagabondi , uscito nel 1973 da Einaudi, e oggi ristampato da Garzanti con una prefazione di Franco Cardini.
Chi legge il Pini o il Frianoro, vede sfilare l’esercito dei vagabondi, divisi per schiere o compagnie: ecco i «bianti», che esibiscono bolle pontificie e vendono indulgenze; i «felsi», che prevedono le cose future; i falsi frati; i falsi pellegrini; gli «accattosi», che affermano di essere stati prigionieri dei Turchi o dei saraceni; gli «accapponi», che «con polvere di penne abbrugiate, sangue di lepre e altre cose, fingono di avere grandissime e orrende piaghe sulla gambe»; gli «alacrimanti», che non cessano di piangere; gli «ascioni», che si fingono pazzi, o sciocchi, o sordi, o muti; gli «accadenti», o falsi epilettici; gli «attremanti», che «non tengono mai ferma la mano o il cappello»; gli «attarantati», che «fingono di essere stati morsi da alcuni animali che nascono nel territorio di Taranto»; gli «apezzenti», che chiedono il pane; gli «affarinati», che chiedono farina con la scusa di far ostie; gli «alampadati», che vanno in cerca di olio per le lampade o le lucerne delle chiese; i «reliquiarii», che mostrano o vendono false reliquie; i «crociari», che vendono croco, cioè zafferano; gli «affamiglioli», che si trascinano dietro una prole numerosa; e molti altri ancora – per esempio i «formigotti», finti soldati che dicono di tornare da qualche guerra.
Anche se alcune di queste figure conservano una loro discendenza, i mendicanti di oggi ci offrono, rispetto a quelli del tardo Medioevo, uno spettacolo meno colorato, più monotono e depresso; un tempo assimilate al mondo della «pitoccheria», molte famiglie di furfanti e ciarlatani hanno percorso brillanti carriere. Senza più infastidire i passanti, sono passate alla truffa su grande scala, e usano mezzi moderni, come la televisione. Questa separazione ha reso la mendicità agli angoli delle strade – pur alimentata dai flussi degli emigranti, per molti dei quali rappresenta una soluzione obbligata, ma temporanea – più dimessa e meno aggressiva. E tuttavia molti antichi pregiudizi sono rimasti saldi: per esempio, la sopravvalutazione dei redditi che è possibile trarre dal suo esercizio, e la convinzione che la maggioranza dei questuanti sia inquadrata in organizzazioni criminali, delle quali del resto si è sempre saputo pochissimo (su questa base, qualche tempo fa, il Consiglio Comunale di Milano esortò i cittadini a rifiutare la carità). Un’altra convinzione, tinta d’invidia, e forse oggi meno attuale, serpeggiava nel Medioevo: che i mendicanti godessero di una libertà sessuale ignota al resto della popolazione.
«La storia dei falsi vagabondi è storia eminentemente letteraria, quindi fantastica, fortemente irreale e, inoltre, tendenziosa e classista», scrisse il Camporesi in un poscritto che gli fa solo onore; e più avanti: «Se la letteratura dei vagabondi e dei pitocchi riesce spesso a muovere il riso del lettore, o almeno il sorriso, se spesso diventa divertimento e buffonesca commedia, vista e letta da un ipotetico ma autentico straccione diventa ignobile pantomima, cinico travisamento e colpevole mistificazione di un dramma millenario recitato su un copione di fame, di stenti e di sangue da una moltitudine inimmaginabile di infelici sbattuti dal destino sul palcoscenico di un atroce teatro della crudeltà».
Fare o non fare l’elemosina? Forse la risposta più luminosa a questo dilemma, che l’ostinata presenza dei questuanti ci ripropone quotidianamente, la diede un Padre delle Chiesa, Giovanni Crisostomo, che scrisse con parole memorabili: «Stendi la mano tua, perché non resti contratta». Aggiungeva, Giovanni Crisostomo, che non è nostro compito esaminare la vita» degli altri; insomma, non sta a noi chiedere a un questuante se ha i titoli per questuare. Molti sono ostili all’elemosina, persino nell’ambito della Chiesa: già nel Medioevo i membri degli ordini mendicanti e delle opere pie cercavano di dirottare la generosità dei fedeli verso una mendicità organizzata e autorizzata, e per questo tendevano a mettere in cattiva luce le altre forme di accattonaggio. Ma questo demandare i gesti caritatevoli a entità collettive o comunque sovrapersonali ci irrigidisce e inaridisce; rende la nostra mano contratta e anchilosata. I questuanti chiedono poco; noi, se possiamo e finché possiamo, dovremmo dare quel poco. Dovremmo darlo con semplicità e quasi con distrazione, per il solo gusto di dire: «Sì». Poi continuare la strada, provando per un istante, prima di dimenticare l’incontro, un lieve stupore perché il caso ci ha collocato non tra quelli che chiedono, ma tra quelli che dànno.


L’opera «Il libro dei vagabondi», a cura di Piero Camporesi, è edita da Garzanti (pagine 574, 28), prefazione di Franco Cardini
Corriere della Sera 25-6-2003