(CorSera) I frati di Assisi: Lecita la difesa dal male, no al pacifismo assoluto

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La Basilica celebra i 750 anni. No al pacifismo assoluto. In arrivo D’Alema, Fini e il premier

Non solo sinistra, svolta bipartisan dei frati d’Assisi


Corriere della Sera 6-2-2004


ASSISI – «Il tempo che passa» dice l’iscrizione all’ingresso del Sacro Convento «è Dio che viene». «Il fatto è – dice il padre portavoce Enzo Fortunato – che fino a qualche tempo fa veniva più che altro Giulietti. E poi Bertinotti, Cofferati. Di nuovo Giulietti. Ci siamo detti: bene, ma non basta. Palla al centro». Il primo a portare la destra tra i frati è stato un uomo con il fisico del ruolo, Sandro Bondi (insieme con il figlio chiamato opportunamente Francesco).Bondi ha destato simpatia, anche se i monaci quelli veri l’hanno trovato «un po’ curiale». Poi sono venuti Pera e Casini. Alemanno si è fermato a dormire, cella 64. Per il concerto di Natale, mezzo governo ma nessun peso massimo, ministri tecnici, ministri cattolici che qui non fanno notizia. Poi si è affacciato Tremonti, per una conferenza sull’economia. Prima erano venuti La Russa e Gasparri, «hanno preso solo un bicchiere d’acqua». Frattini si è fermato a cena, si è congedato dicendo «pregate per noi, nonostante tutto lavoriamo per la pace». Ora è attesa la visita di Berlusconi. Letta è in contatto con il padre custode, Vincenzo Coli da Montignoso, per fissare la data. L’altro giorno è venuto l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Odet Ben Hur. A maggio verrà l’ambasciatore americano Mel Sembler.
«Pax, paix, vrede, paz, friede, eirene, peace» dice un cartello nella basilica inferiore, sotto gli occhi del vero volto del Santo, ritratto da Cimabue. Anche sulla pace i frati hanno qualcosa da precisare. «Noi non siamo per il pacifismo assoluto, idealizzato – dice il padre custode -. Ovviamente siamo contrari alla guerra preventiva, ma non a una chirurgia che estirpi il male, alla difesa dai malvagi. La nonviolenza non basta più, dobbiamo lavorare a un recupero dei valori. Ricostruire l’unità interiore dell’uomo. Restituire il senso di comunità». Padre Enzo: «Ci fanno sorridere, e qualche volta arrabbiare, quelli che urlano parole di pace in modo così aggressivo».
Sarebbe ovviamente caricaturale dire che i frati si sono gettati a destra. Così come non sono tornati a sinistra quando hanno ospitato la triplice sindacale, come lo scorso primo maggio. Sono più ambiziosi: «Ora che infuria uno scontro così acceso, vogliamo fare del sacro convento un luogo di incontro, di dialogo. Tra le fedi, e tra i partiti». Una zona franca, al cui ingresso si depongono le armi. Il luogo di una nuova politica. Quasi un ritorno al diritto d’asilo nel Medioevo, «un’epoca da rivalutare» dice il padre custode. Così il primo marzo, al congresso che il Sacro Convento organizza con la Fondazione italianieuropei, parleranno di pace D’Alema, Fini, Amos Luzzatto presidente delle comunità ebraiche e il leader musulmano Mario Scialoja. «È lo spirito di Francesco – dice padre Vincenzo -. Chiunque entri qui lo sente vibrare. Anche i potenti, al suo cospetto, cambiano atteggiamento, sono colpiti, commossi. Qui sette secoli fa hanno lavorato i grandi artisti del tempo, uomini divisi da rivalità, Giotto, Simone Martini, Lorenzetti; trovarono un’armonia tale che gli esperti non distinguono la mano dell’uno da quella dell’altro».
Si celebrano i 750 anni della basilica. Una serie di cerimonie, fino al 24 maggio. Attesi il cardinale Re e Sting. Quattro milioni e mezzo di pellegrini. Il Costanzo Show, ospite nella sala papale. I capi delle religioni, confuciani e animisti, giainisti e zoroastriani, che già pregarono sul sagrato con Wojtyla, e i direttori dei Tg a convegno con Cattaneo e Confalonieri. L’ira mite, la rabbia silenziosa dei frati nei mesi della guerra ha lasciato il posto a un’aura alacre e cosmopolita. I vespri, celebrati prima dell’alba nel buio della cripta, e la compieta, la preghiera della sera, suggellano nel silenzio giornate frenetiche. Ai monaci sono negati tranquillità e oblio, non conoscono il senso di decadenza e l’odore di minestrone di altri conventi un tempo gloriosi. Qui la storia ha ripreso a passare. Sulla tomba del Santo arde la lampada perpetua che il Papa e Ciampi accesero due anni fa. Sul sagrato terminano marce affollatissime. L’istituto di teologia ha 320 allievi. Qui vengono musulmani ed ebrei, sulla porta accanto al refettorio è incisa una stella di Davide, «con noi gli ebrei hanno sempre avuto buoni rapporti, prestavano denaro ai miei predecessori» racconta il padre guardiano.
È l’Onu dei francescani. Quarantacinque monaci di 14 paesi. Pietro Taki da Tokyo, Benone Butacu da Bucarest, John Kopenda da Lusaka, Salmon Barus da Giakarta. Ogni mattina bussa un postulante, gli ultimi tre sono cinesi, mangiano spaghetti alla carbonara al centro del refettorio vegliati dal «ministro degli interni». Pancrazio Faiella da Salerno. I ruoli di comando sono in mano agli italiani, tranne uno: il bibliotecario è Pasquale Magro da San Paolo, Malta, che veglia su manoscritti secolari tra cui quello del Cantico delle Creature, il primo testo della nostra letteratura. I sotterranei scavati da frate Elia custodiscono il corno donato al santo dal sultano Melek el Kamil nel 1220 e suonato per l’ultima volta un anno fa per la vana visita di Tarek Aziz. Al piano di sopra c’è il televisore al plasma donato da Piersilvio Berlusconi, teatro di vivaci dispute dopo le laudi per decidere quale tg seguire, vinte spesso dalla volitiva comunità spagnola (ma la seconda parabola appena installata prende anche i programmi romeni e polacchi). La tunica del santo è tutta un rappezzo. Telefonano da New York Times per chiedere una foto di padre Enzo.
Si ritirano in preghiera il generale Mosca Moschini e Lino Banfi, un frate colombiano convertito dopo una vita da narcotrafficante e Albano lasciato da Romina. Entrano le tentazioni del mondo. Nel porticato con la splendida vista sulla piana un frate impone il silenzio, non è la regola è la troupe di Rai Educational; padre Vincenzo è amico di Paola Saluzzi e Milly Carlucci, dice che le donne «vanno desiderate in modo casto, non per possederle ma per sentirle parte di noi». Ricevono la benedizione squadre di calcio in zona retrocessione (assidui il Perugia e il Martinafranca) e politici in campagna elettorale. Berlusconi è passato la prima volta nella primavera del 2001 con i noti risultati, l’anno dopo alla preghiera multireligiosa prese qualche fischio, visto anche un frate fischiare con le dita. Stavolta andrà meglio. I concerti li organizza la Meet Communication, gli sponsor fraternamente accolti in convento sono Gnudi dell’Enel, Sarmi delle Poste, De Vecchi della Siemens. «In Rai – assicura padre Enzo – possiamo contare su Gorla, il capo dei palinsesti, mentre Del Noce ci è inspiegabilmente ostile. È ossessionato dall’audience, non sa che noi facciamo audience». È un posto molto italiano, dove riconciliarsi con i nemici e con la propria storia. Luogo di memorie condivise. Una lapide ricorda che il 4 ottobre 1962 Papa Giovanni «ascendeva pellegrino» a chiedere al santo «l’intercessione sul Concilio Vaticano II». Accanto, il testo del Cantico: «Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale/ da la quale nullo omo vivente può scampare».
La morte è una dama di compagnia in un convento sorto su un sepolcro, è nelle letture, nelle meditazioni, nel lessico, accanto a parole fuori moda come romitorio e dormitio. I frati parlano di sant’Antonio, san Bonaventura da Bagnoregio, Giovanni da Copertino il santo delle levitazioni, il Papa francescano Sisto IV, padre Massimiliano Kolbe, con la confidenza riservata alle presenze abituali. Negli affreschi, fa notare padre Enzo, il fondatore non fa quasi mai miracoli. Non cammina nel fuoco, gli basta un passo per persuadere il sultano. Parla agli uccelli, ma solo per far capire agli uomini che sbagliano a non ascoltarlo. Scende la notte, i frati scendono ancora nella cripta, scavata per volontà di papa Pio VII – ricorda un’altra lapide – in 52 notti, nell’inverno 1816, quando furono rinvenute le spoglie del santo. L’urna da cui il patrono d’Italia veglia su tutti i suoi rissosi figli è la più scabra possibile, come l’epitaffio: S. FRANCESCO 1182-1226.

Aldo Cazzullo

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