(CorSera) Fratel Carlo, il santo che volle essere un tuareg

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Corriere della Sera 21-5-2003









Oggi a Milano l’incontro su de Foucauld. Dopo il via libera dell’inchiesta condotta dalla diocesi ambrosiana, presto sarà elevato agli altari.

 






Quando i tuareg chiamarono Charles de Foucauld il «marabutto cristiano» (la parola significa «santone», «eremita» nel lessico magrebino) non potevano immaginare che questi in effetti un giorno sarebbe stato indicato dalla Chiesa come modello di santità. Gli «uomini blu» del Sahara sapevano solo che tra loro, a Tamanrasset, era venuto un religioso, il quale aveva scelto di amare visceralmente quella terra di fede musulmana, tenendo tanto a comunicare con la gente del deserto da comporre un dizionario tuareg-francese; uno che pregava e adorava il suo Dio almeno dieci ore al giorno, che condivideva cibo e medicine con i poveri del villaggio nonostante nessuno di essi avesse lasciato l’Islam e si fosse convertito al Vangelo.







 L’Europa e l’Occidente hanno impiegato qualche tempo nel riconoscere le virtù umane e la carica profetica di quel rampollo di famiglia nobile partito per la terra dei tuareg nel 1904 dopo vicissitudini e travagli. Certo non poteva non suscitare controversie e stupori Charles de Foucauld. Era stato ufficiale di cavalleria ma insofferente della disciplina e della vita di guarnigione; aveva dissipato il patrimonio familiare in una giovinezza spesa tra gioco, ragazze fatte venire da Parigi, sigari di prima qualità; posseduto da una sottile ètat de en nui , dalla noia e insieme dalla curiosità, era partito per esplorare il Marocco travestito da ebreo errante (lì imparerà l’arabo, studierà il Corano, accosterà vecchi manoscritti) e si meriterà un’onorificenza della Sorbona; entrato da ateo nella cattedrale di Sant’Agostino, ne era uscito convertito; poi, in un susseguirsi di scelte estreme, era partito pellegrino per la Terra Santa, si era fatto trappista e sacerdote, sino all’abbandono del convento e il ritiro nel deserto, in povertà assoluta.
Adesso che distrazioni e dubbi sono dissolti, si può dire che Charles de Foucauld ha vissuto il suo tempo (era nato a Strasburgo nel 1858) in maniera del tutto originale e anticipatrice. In un Occidente eccitato dal progresso, in pieno spirito di conquista (colonie, materie prime, scoperte scientifiche, invenzioni, pensiero positivo, rivoluzione industriale, opere ciclopiche come i trafori alpini e il canale di Suez) egli prende molto sul serio il nucleo dell’annuncio evangelico che aveva colto nell’apprendistato tra Nazareth e Gerusalemme nel 1896 e cioè «cercate il regno di Dio e la sua giustizia e tutto il resto vi sarà dato in più»; elabora una sua regola religiosa e sceglie una vita al limite della sopravvivenza, decidendo di stare in mezzo a uomini e a donne che non hanno la sua stessa fede. E a proprio emblema pone il cuore di Gesù sormontato da una croce e da un cartiglio: Jesus caritas . La logica corrente risulta capovolta. In hoc signo vinces : nel segno del cuore, dell’amore il vangelo potrà diffondersi, non nella conquista di tipo costantiniano.
Una testimonianza molto personale, che si candida però ad acquistare valore esemplare oltre i riferimenti storici e soggettivi, con effetti nel tempo. La gente mostra di credere al messaggio di completo affidamento, alla logica della croce, di un cristianesimo testimonianza, annuncio di passione e di vittoria della vita sulla morte, granello di senape e lievito, amore e condivisione, non imposizione o distintivo di superiorità. L’«imitazione di Cristo» è dunque il centro del messaggio di de Foucauld. Un seguire Gesù, classico nella storia della spiritualità cristiana, che assume in fratel Carlo connotazioni radicali, di sacrificio assoluto di sé: sceglie l’«abiezione». Parola sconvolgente per le connotazioni che evoca, ma in fratel Carlo il termine significa riconoscere l’autentico spirito evangelico in colui che si fa piccolo piccolo sino ad annullarsi, che scende in basso, appunto, nel buio della terra, si lascia macerare oscuramente, muore come seme e genera così nuove piante, nuovi frutti, nuovi semi.
Icona dell’impronta evangelica di de Foucauld è il modo in cui è morto, nel dicembre del 1916, assassinato, solo, nell’estremo Sud del Sahara, legato con mani e piedi dietro la schiena da predoni che in realtà avrebbero voluto rapirlo e pretendere un riscatto non si sa bene da chi, visto che Francia e Europa vivevano vicende fra le più tragiche della Grande Guerra e l’Africa pativa con disordine le ripercussioni del conflitto. Così fratel Carlo resta vittima sacrificale, esemplare e riparatoria delle ricadute di un colonialismo che, all’apice dei successi, incominciava a mettere le premesse della propria decadenza. Si devono aspettare gli Anni Trenta perché l’eremita di Tamanrasset sia «riscoperto», sorgano quei seguaci che non ebbe in vita, a cominciare da René Voillaume e dal suo fortunato «Come loro», i francesi lo seppelliscano più a Nord, a El Golea.
I luoghi di Charles de Foucauld presentano testimonianza viva di un’avventura per molti versi da scoprire. Adesso è possibile recarsi a visitare le oasi e le città dove fratel Carlo ha vissuto e pregato, nei duemila chilometri di Sahara compresi tra Algeri a Tamanrasset. Seguendo le tracce di fratel Carlo cogli la nuova frontiera di un possibile, sorprendente rapporto tra Nord Africa ed Europa, tra cultura di radici cristiane e civiltà musulmana, fra un vangelo considerato con rinnovata attenzione grazie a una Chiesa sempre più internazionalizzata nelle strutture e postcoloniale nei messaggi del papa, e lo spirito di indipendenza dei Paesi che aspirano all’autonomia politica, economica, culturale. Il governo algerino, per esempio, sta incoraggiando un turismo culturale e religioso che ripercorra l’itinerario di fratel Carlo. Le tappe sono: Beni Abbes, Timimoum, Ghardaia, El Golea, il Grande Hoggar, sino alle vette dell’Assekrem, a 2.780 metri, dove de Foucauld si ritirava ad adorare Gesù e ancora oggi due piccoli fratelli ne fanno memoria viva in un eremo.
Il contrasto acuto e rigenerativo tra vette e quotidianità aiuta a comprendere l’eredità e la fortuna di fratel Carlo. Ora che si torna a parlare di lui e si può fare l’esperienza di attingere in modo suggestivo anche alle fonti ambientali della sua ispirazione, il deserto, riemerge come egli sia stato al centro di relazioni umane, intellettuali, religiose e come al suo esempio ci si sia rifatti in occasione di passaggi epocali.


Marco Garzonio