(CorSera) E Irena salvò 2.500 piccoli ebrei.

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Varsavia: parla la donna (cattolica) che rischiò la morte per i bambini del ghetto
E Irena salvò 2.500 piccoli ebrei. Come due Schindler



VARSAVIA – Le grida disperate di madri e bambini le sente ancora oggi, di notte, quando cerca di addormentarsi e i dolori delle antiche ferite, figlie della tortura nazista, tornano a squassare il suo fragile corpo di ultranovantenne. Quando la piena dei ricordi le rovescia addosso le domande senza risposta di padri atterriti: «Che garanzia può darci che i bambini si salveranno?».

E lei va con la mente alle tante, troppe volte, in cui, il mattino dopo, li vide da lontano sul luogo di raccolta, i bambini per mano a poveri genitori, che non avevano avuto la forza di separarsene e che ora cominciavano tutti insieme l’ultimo viaggio verso Treblinka.
«Mio padre me lo ripeteva sempre: se uno annega, devi tendergli la mano», dice Irena Sendler, rannicchiata in una poltrona del suo appartamento, nel vecchio centro di Varsavia. Ha 93 anni, un volto di seta aggrinzita e una memoria popolata di fantasmi.
Ma nessun rimorso può cancellare la sua storia e l’onore fatto a quell’insegnamento: la signora Sendler, quella mano, l’ha tesa migliaia di volte.
Duemilacinquecento, per l’esattezza. Tanti furono i bambini ebrei che grazie a lei, cattolica polacca, vennero strappati a forza dal gorgo dell’Olocausto, in una delle più straordinarie e meno conosciute operazioni di salvataggio nella storia della Shoah. Non c’è stato alcun film da Oscar sulla vicenda di Irena Sendler, rimasta per anni discretamente nell’ombra, discriminata dal regime comunista di Varsavia che, senza ammetterlo, le rimproverava di aver salvato degli ebrei. Ma oggi anche la sua lista, due volte più lunga di quella di Oskar Schindler, è custodita allo Yad Vaschem, il memoriale dell’Olocausto in Israele, che nel 1965 l’aveva insignita della medaglia dei giusti, anche se poi ha dovuto aspettare 18 anni per andare a Gerusalemme, a piantare il suo albero.
Raccontarne la storia significa raccontare anche la storia dei suoi bambini. Quelli come Elzbieta Ficowska, che oggi ha 61 anni e che Irena portò via dal ghetto di Varsavia, nascosta in una cesta di biancheria, nel luglio del 1942, quando aveva appena cinque mesi. Si chiamava Elzunia Koppel, allora, figlia di Israel e Henia, che vennero annientati poco dopo. Lei cambiò nome, cambiò madre, cambiò religione e si salvò: «Senza Irena Sendler non sarei viva», dice la signora Ficowska, che soltanto a 17 anni avrebbe saputo la verità. «Il trauma più grande – racconta – fu scoprire che la madre che conoscevo e che amavo, Stanislawa Bussold, non era la mia madre naturale». Oggi, Elzbieta si occupa a tempo pieno di Irena, che lei considera la sua terza mamma.
Non ha neppure trent’anni, la signora Sendler, in quel settembre del 1939, quando la Wehrmacht hitleriana invade la Polonia. Le leggi antisemite entrano subito in vigore, la separazione fisica della comunità israelita dalla società polacca segue appena possibile. Il ghetto di Varsavia, con i suoi 350 mila ebrei, un quarto della popolazione cittadina, viene chiuso definitivamente nell’ottobre 1940. Irena Sendler è assistente sociale nell’amministrazione comunale.
Tutto il primo anno dell’occupazione, si è fatta in quattro per aiutare le famiglie ebraiche più bisognose.
Ma la chiusura del ghetto fa precipitare la situazione, i viveri scarseggiano, i bambini sono malnutriti, le malattie diventano epidemiche: «Era un inferno, grandi e piccoli morivano in strada a centinaia, sotto lo sguardo silenzioso del mondo intero».
Irena capisce che non c’è altro tempo da perdere. Grazie a un suo vecchio professore, ora a capo dell’Ufficio Sanitario del Comune, si procura permessi d’entrata da infermiera, per sé e un gruppo di amiche.
La via del ghetto è aperta. I nazisti hanno paura delle epidemie e lasciano volentieri ai polacchi i controlli sanitari all’interno. Ma Irena fa molto di più, organizza una rete di soccorso: usando i fondi del Comune e quelli delle organizzazioni umanitarie ebraiche, porta dentro cibo, generi di conforto, carbone, vestiti.
Poi, quando nell’estate del 1942 comincia a prendere corpo l’«operazione Reinhard», la deportazione di tutti gli ebrei del ghetto di Varsavia nei campi della morte, la signora Sendler decide che è il momento di osare di più. «Cercammo gli indirizzi delle famiglie con bambini e andammo da loro, proponendo di portare i piccoli fuori dal ghetto, per affidarli a famiglie polacche o a degli orfanotrofi sotto falso nome». «Ma si salveranno?», è la domanda che si sente ripetere cento e cento volte Jolanta, il nome con cui Irena si presenta nel ghetto. Ma lei non sa neppure se riuscirà a salvare se stessa.
Fra scene strazianti, liti tra madri che accettano e padri che si rifiutano, urla, lacrime, il grande salvataggio ha inizio. La maggior parte dei bambini viene portata via in ambulanza. Li nascondono sul fondo, coperti di stracci insanguinati o li chiudono dentro dei sacchi. Altri sfuggono alla morte nel carro della spazzatura. Molti bambini sono neonati, c’è il rischio che scoppino a piangere all’improvviso. Sarebbe la fine per tutti. «L’idea venne a Antoni Debrowski, l’autista dell’ufficio sanitario, senza il cui coraggio non avremmo avuto successo. Mise il suo cane accanto a lui, sul sedile anteriore. Appena avvertiva il pianto di un bimbo, gli pestava il piede e quello abbaiava coprendo il rumore».
Una volta fuori, i bambini vengono affidati alle famiglie polacche contattate in precedenza. Ricevono una nuova identità, nuovi documenti, spesso vengono battezzati perché la finzione sia perfetta, mentre Irena Sendler compila con diligenza la sua lista: sono foglietti minuscoli, dove ogni bambino è registrato con le vere generalità ebraiche e quelle per l’emergenza. Nasconde i foglietti in un barattolo di vetro, che poi verrà seppellito nel cortile di un’amica.
Va avanti fino all’ottobre del 1943. E’ arrivata a quota 400, quando qualcuno la tradisce. Viene scoperta e catturata. La torturano, spezzandole anche un braccio. Ma non dice una parola. E’ condannata a morte. Sono i foglietti a salvarla. «Dovevo vivere, solo io sapevo dov’era la lista con i nomi: senza di me, dei bambini si sarebbe perduta ogni traccia».
Così, poco prima che la fucilino, l’organizzazione ebraica Zegota, con cui collabora, paga una barca di soldi a un ufficiale della Gestapo.
Irena Sendler è libera, ufficialmente data per morta. Ora anche lei ha una falsa identità. Non potrà più entrare nel ghetto, ma diventerà attiva nella resistenza armata e continuerà a dirigere e coordinare il salvataggio dei piccoli ebrei. Altri 2000 di loro verranno sottratti al mostruoso ingranaggio, messo in moto da Heinrich Himmler, capo delle SS e architetto dell’Olocausto.
Finita la guerra, Irena consegna la lista ai leader della comunità ebraica. Molti bambini e ragazzi vengono ritrovati, affidati a brefotrofi polacchi o mandati in Palestina. Ma la maggior parte rimane nelle famiglie polacche, nel frattempo così attaccate ai piccoli che fanno di tutto per tenerseli.
Irena Sendler non si considera un’eroina. «Ho fatto quello che bisognava fare e non ho avuto paura. I veri eroi non siamo stati noi, che abbiamo dato una mano, ma i bambini e i genitori, che dovettero separarsi in modo così crudele».
Eroina ai suoi occhi è Elzbieta Ficowska, che oggi guida la sezione polacca dell’«Associazione dei bambini dell’Olocausto» e che, da quando adolescente ha scoperto la verità, non ha mai smesso di occuparsi delle conseguenze, spesso terribili, di quell’atto d’amore. Dei traumi di chi ha saputo soltanto tardi, a 40 o 50 anni, di essere nato ebreo. O delle lacerazioni vissute da personaggi come padre Roman Waskinzel, prete cattolico nato Jakub Wechsler, oggi instancabile nell’assicurare assistenza morale e psicologica ai sopravvissuti.
«Quante madri si possono avere?», aveva chiesto un giorno a Irena Sendler un bambino ebreo salvato dal ghetto. Lo stava per consegnare a un’altra famiglia, dopo che aveva vissuto per qualche mese in un orfanotrofio, accudito da una suora. La risposta di Elzbieta Ficowska è che lei, di madri, ne ha avute tre e che le ha amate tutte con lo stesso amore. «In fondo – dice – posso considerarmi fortunata».


Paolo Valentino