(CorSera) Dio: l’ineliminabile

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Armando Torno ripercorre gli sforzi dei filosofi di negare l’Onnipotente. E spiega perché sono falliti


L’ateismo è morto. Si torna a cercare Dio


Severino: «Ma spesso è una moda, in voga nei momenti difficili»



«Signori, Dio è morto!» annunciò Jean-Paul Sartre a un gruppo di giornalisti sbalorditi. Erano tutti a Ginevra, da poco era finita la Seconda guerra mondiale e in giro c’era una gran voglia di affrontare grandi temi, dopo tanti lutti e massacri: cominciando dall’esistenza di Dio. Dov’era infatti, il Creatore, mentre si violentavano le donne e si incenerivano i bambini? Da nessuna parte, rispondeva Sartre; anzi: il compito della filosofia esistenzialista consisteva nel liberare l’uomo da Dio, nell’essere «senza dei». Collocando questo episodio all’interno del suo ultimo saggio, Armando Torno non giudica. Avrebbe potuto facilmente rilevarne il carattere datato; invece preferisce sottolineare che Sartre, con quella battuta, intese semplicemente «stupire» i suoi interlocutori. Ma anche interessarli: perché allora come oggi, sessant’anni dopo, il problema di Dio non si riesce proprio a metterlo da parte.
Il motivo centrale di Quel che resta di Dio , libro insolito che a tratti assume l’andamento della confessione, si trova proprio qui: nel denunciare, raccontare l’impossibile morte del principio primo, tanto spesso proclamata dai filosofi (oltre che dai politici e a volte anche dai teologi) ma ogni volta rimessa in discussione. Perché, a quanto sembra, l’esigenza metafisica cacciata dalla porta rientra nelle nostre vite sotto diversi travestimenti.
Ciò che invece è proprio morto e stecchito, secondo Torno, è il suo contrario: l’ateismo. Allude naturalmente a quello rozzo e violento, all’ateismo di Stato messo in atto dai regimi totalitari del secolo scorso. L’altro, quello alto e drammatico, che ha i suoi padri nobili in Nietzsche o Leopardi, si presenta invece ai suoi occhi con un carattere doppio e problematico. Da un lato, denuncia infatti l’inarrestabile scomparsa del divino dal mondo; allo stesso tempo però delinea il superamento del presente attraverso una nuova era, sulle tracce del poeta Hoelderlin («gli dei “già stati” ritorneranno») o del filosofo Heidegger («l’annuncio della morte di Dio è un nuovo inizio»).
E’ un punto, questo, che ha il suo naturale interlocutore nel filosofo Emanuele Severino. Più volte richiamato nel saggio di Torno, Severino concorda con l’autore nel constatare il decesso dell’ateismo dogmatico, quello materialistico e illuministico di d’Holbach o Helvétius o neopragmatista alla Rorty o neomarxista o legato ai processi cerebrali come in Davidson. «Ma questo ateismo sviluppatosi già come dogma, e dunque nato morto, non tiene conto di quello autentico: che va oltre Nietzsche e Leopardi, che include Gentile e Peirce, che nega radicalmente la tradizione e il valore divino e che a differenza dell’altro non è affatto scomparso, anzi sta progressivamente invadendo e determinando le sorti del pianeta». Non ha dubbi, Severino: «Questo ateismo, se vogliamo chiamarlo così, possiede un nucleo d’acciaio, un argomento distruttivo, perché dimostra che se Dio esistesse, per il fatto stesso di essere onnisciente, renderebbe impossibile il divenire».
C’è dunque, evidente, una distanza fra le tesi di Torno e l’antimetafisica di Severino. Con un vistoso punto di contatto: per Torno il continuo risorgere, il riproporsi del bisogno di Dio va di pari passo con la decadenza delle istituzioni religiose, cominciando da quella cattolica. E qui Severino concorda: «La distruzione di ogni sapere assoluto è connessa alla crisi delle chiese. Il distacco dalla pratica religiosa in Occidente si può toccare con mano, è un fenomeno planetario. Altrove, nel mondo indù o in quello musulmano, il sentimento religioso è certo molto forte, ma non si può parlare di una sua rinascita, piuttosto di un permanere nel passato. Da noi, invece, Dio ritorna di moda nei momenti difficili, come un’ancora di salvezza. Però la gente comune non sa in realtà di che cosa stia parlando: va in cerca di “qualcosa che la salvi”, semplicemente e genericamente».
Dunque, come risolvere la contraddizione della «morte di Dio» e del suo contemporaneo «ritorno»? Severino suggerisce l’ipotesi che «il bisogno di una divinità sia solo un’increspatura del grande oceano» e non cambi «la tendenza generale a una sua scomparsa». Ma Torno sembra seguire altre vie. La presenza del male nel mondo, il tema di uno dei capitoli del libro, gli suggerisce piuttosto la considerazione che «il progresso non evita il male, anzi in molti casi lo conforma all’epoca». Per cui «se Dio non ha tolto il male dal mondo, il male non è ancora riuscito a negare definitivamente Dio». E quanto alla tanto proclamata «secolarizzazione delle coscienze», rileva che «gli uomini non riescono a pensare senza di lui», tanto da arruolarlo di volta in volta nei loro dibattiti sul senso del lavoro, della politica e della stessa democrazia. Certo, rileva causticamente, il messaggio religioso è stato banalizzato in un «massaggio». Eppure tutti, senza saperlo, stiamo giocando «il gioco di Dio che dà un senso alle nostre scelte». Compresa, perché no?, anche quella della fede. Purché si ammetta che essa è principalmente «emotiva» e precede la logica. E la ragione? Quella, avverte Torno con un provocazione che sarebbe piaciuta a Nietzsche, «arriva sempre dopo e fa il suo mestiere: conferma con la sua forza quello che il nostro cuore ha già abbracciato».

CorSera 8-11-2005