(CorSera) Cuba: si estende la protesta contro il regime

Socialismo
Corsera 28 febbraio 2010
la sfida – Il regime risponde intensificando la stretta repressiva
Scioperi della fame a catena
A Cuba la protesta si estende
Sei dissidenti seguono l’esempio di Zapata, morto martedì

Orlando Zapata è stato seppellito, Orlando Zapata vive. Il digiuno anti-regime avviato quasi tre mesi fa dall’operaio cubano morto stremato in cella martedì continua. Dopo di lui altri cinque detenuti e un attivista hanno iniziato a rifiutare il cibo. Sono tutti «prigionieri di coscienza», come definisce Amnesty le 75 vittime della «primavera nera dell’Avana», la stretta repressiva dell’aprile 2003 che pose la questione dei diritti umani a Cuba all’attenzione del mondo. Cinque sono rinchiusi in carcere a Pinar del Río, nella parte occidentale del Paese. Tutti condannati, dopo processi sommari, a una ventina d’anni in base alla «legge 88» che punisce con lunghe detenzioni quanti vengono accusati di «sostenere la politica degli Stati Uniti e distruggere lo Stato socialista e l’indipendenza di Cuba».

Per molti di loro non è la prima volta: Nelson Molinet, leader sindacale, prima dell’arresto del 2003, aveva iniziato con Zapata uno sciopero della fame. Anche il giornalista Guillermo Fariñas, scarcerato per motivi di salute, dalla sua casa di Villa Clara ha annunciato di aver smesso di nutrirsi in segno di solidarietà. Gli altri detenuti a digiuno sono Fidel Suárez Cruz, bibliotecario; Diosdado González Marrero, attivista del movimento «Pace, democrazia e libertà» ed Eduardo Díaz Fleitas, vicepresidente del movimento clandestino «5 agosto» (già arrestato nel 1995 e poi nel 1999), che hanno inaugurato la protesta mercoledì. L’ultimo a scendere in campo è stato ieri Antonio Diaz Sánchez, dirigente del Movimento cristiani lavoratori, che nel 2002 aveva promosso con Fariñas il «progetto Varela» per la democratizzazione pacifica di Cuba.

«È una situazione preoccupante» ritiene Elizardo Sánchez, figura di spicco della dissidenza cubana, a capo di una commissione indipendente per i diritti umani, la Ccdhrn, mal tollerata dal regime. A destare maggior apprensione è la salute di Fariñas: «Ha smesso di mangiare e bere mercoledì, potrebbe collassare in tre giorni» avverte.

«C’è il rischio che lo sciopero della fame diventi uno strumento di lotta diffuso tra i detenuti politici — osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International per l’Italia —. Occorre esercitare pressioni sul governo cubano perché siano liberati».

Ma il regime, alle prese con l’indignazione internazionale, ha reagito intensificando retate e repressione: una trentina gli arrestati giovedì ai funerali di Zapata, blogger e familiari del dissidente sono stati fermati all’ingresso di una mostra di giovani registi. E soltanto ieri l’Avana ha comunicato la morte di Zapata: Granma, l’organo ufficiale del Partito, lo liquida come un delinquente comune che puntava ad avere in cella tv e telefono. E se la prende con la «campagna di diffamazione» scatenata dai media occidentali.

Parole che fanno inorridire Armando Valladares. Lo scrittore c ha trascorso 22 anni in carcere a Isla de Pinos con l’accusa di tradimento e ha raccontato in Contro ogni speranza le pene disumane a cui è stato sottoposto: «Ho partecipato a vari scioperi della fame. Un gesto disperato, l’unico che un prigioniero ha per farsi sentire. Ma mai ho visto un detenuto in sciopero della fame colpito in modo così barbaro. Il suo corpo era massacrato di botte. Il cambiamento di Rául Castro non è altro che una maggior repressione».

Alessandra Muglia