(CorSera) Antropologia, la scienza dei missionari

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Studia il prossimo tuo, lo convertirai

di LUCETTA SCARAFFIA


Ci sono degli occidentali che vivono ai confini con il mondo degli «altri», a contatto ogni giorno con le culture «diverse»: sono i missionari cattolici. Di loro però si sa poco e non ci si rende conto che le missioni rappresentano nel mondo una sorta di ambasciata permanente della Chiesa, e quindi anche dell’Occidente, benché il cristianesimo non coincida con la cultura occidentale. E i missionari non solo hanno accumulato una conoscenza profonda di questi mondi, ma in passato hanno elaborato modalità culturali di confronto con l’«altro» che restano importanti. Questa attenzione e la possibilità di accedere a fonti di prima mano quasi ovunque nascono dal fatto che il cristianesimo è stato il più forte progetto di globalizzazione culturale mai tentato. Un progetto che, dopo l’espansione antica e medievale, è nato con la scoperta dell’America e si è esteso ad Asia e Oceania, quindi nell’Ottocento all’Africa. La storia di questo progetto coincide con quella delle missioni. Da sempre i missionari hanno osservato le culture diverse, alla ricerca di qualcosa che offrisse appigli per trasmettere il cristianesimo, e questa fase iniziale ha creato le basi di una disciplina scientifica tipicamente occidentale: l’antropologia. I missionari hanno infatti cercato di capire e descrivere usi e costumi, spesso scrivendo vocabolari e grammatiche per tradurre i testi sacri. Così i gesuiti hanno salvato dall’estinzione lingue come il guaraní, o segnato il destino di popoli, per esempio quando Alexandre de Rhodes a metà del Seicento compose un dizionario annamitico (vietnamita) trascrivendo la lingua orientale, unica fra quelle asiatiche, nell’alfabeto latino.
Ai gesuiti va anche il merito – ai nostri occhi, non a quelli dei contemporanei – di avere sostenuto l’inculturazione, cioè l’inserimento del cristianesimo in culture di antica e diversa tradizione, come in India, Giappone e Cina. E gli storici tendono a considerare questo loro rapporto innovativo con le popolazioni non occidentali – a cui si aggiungeva lo scandalo di avere trasformato le missioni del Paraguay nella prova generale (e riuscita) di un progetto di eguaglianza sociale – come il vero motivo della soppressione settecentesca dei gesuiti.
Anche quando l’identità occidentale sembrava coincidere con quella cristiana, la Chiesa cattolica ha cercato di prendere le distanze dal colonialismo europeo. Le precoci denunce del disumano trattamento dei colonizzatori nei confronti degli indigeni americani da parte del missionario spagnolo Bartolomé de Las Casas agli inizi del Cinquecento hanno posto il problema di fondo delle missioni: come possono essere convertiti i pagani se i cristiani danno così cattiva prova di sé? Come risposta il papato puntò all’autonomia delle missioni dalle monarchie cattoliche: nel 1622 fu infatti costituita la Congregazione di Propaganda Fide per controllare e finanziare le missioni stesse. Era però un’autonomia da conquistare e rivendicare e che non liberò del tutto le opere missionarie dalle compromissioni con il colonialismo europeo.
Propaganda Fide diventò così lo sguardo mondiale della Chiesa, e al suo interno – soprattutto durante la battaglia sui «riti cinesi», una delle forme più ardite d’inculturazione – si cominciarono a elaborare le modalità in cui considerare le altre culture. Negli archivi di Propaganda Fide vi è una ricchissima raccolta di relazioni, di grande interesse antropologico, inviate regolarmente dai missionari, e in questo contesto, a opera di Stefano Borgia, poi capo dell’organismo, nacque nella seconda metà del Settecento la prima raccolta etnologica.
La Chiesa europea dell’Ottocento, in forte crisi per la politica anticlericale di molti governi e la crescente secolarizzazione della società, cercò nuova vita nelle missioni. Già nel 1817 Pio VII provvide Propaganda Fide di nuove rendite e i successori favorirono la nascita di congregazioni missionarie e di associazioni laiche per finanziarle. In questo ambito i papi ottocenteschi presero decisioni socialmente rivoluzionarie, come l’apertura al clero indigeno, per segnare il distacco fra la politica della Chiesa e quella delle potenze coloniali, e il primo continente in cui si cercò di costituire un clero locale fu proprio quello più martoriato dallo sfruttamento europeo, l’Africa. Per primo un missionario del Veneto austro-ungarico, Daniele Comboni, realizzò questo progetto nelle zone più interne e sconosciute dell’Africa nilotica, per provare che anche le popolazioni più «selvagge», se educate e preparate, non erano inferiori agli europei. In un momento in cui la cultura coloniale trovava un’esplicita giustificazione nel razzismo nato dall’evoluzionismo di stampo darwiniano – che, affermando l’esistenza di razze meno evolute, giustificava il dominio sui popoli «inferiori» – le missioni cristiane riproponevano l’eguaglianza di tutti gli esseri umani.
Questo atteggiamento costò alla Chiesa cattolica la perdita di prestigio culturale nello studio dei popoli lontani. Gli studi dei missionari sono omessi nei manuali di antropologia e le ricerche degli antropologi – almeno fino alla Prima guerra mondiale legati alle potenze coloniali e spesso loro consiglieri culturali – non ricordano l’aiuto scientifico ricevuto dai missionari, in genere i primi a raccogliere i dati sulle popolazioni.
1 – Continua

CorSera 29-6-2004