Convertire i musulmani

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\"\"Emanuele Colombo, Convertire i musulmani. L\’esperienza di un gesuita spagnolo del Seicento, BRUNO MONDADORI 2007, pp. 192, Euro 14,00 ISBN 9788861590724

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La Maestà vostra permetta che anche noi della Compagnia di Gesù, come soldati difensori della Chiesa, possiamo dare il nostro contributo a questa Santa Spedizione; e mentre in Ungheria tanti Ercole ornati di alloro combattono con la spada l\’idra maomettana, le cui teste mostruose sono tante quanti i loro infami errori, noi vogliamo combattere la medesima battaglia con lo stilo e con la penna (Dalla dedica del "Manuale per convertire i maomettani" all\’imperatore Leopoldo I)

Convertire i musulmani. L’esperienza di un gesuita spagnolo del Seicento
di Federico Robbe
(diesse.org)

Vienna, 12 settembre 1683. Dopo sessanta giorni di assedio, l’impero ottomano è costretto ad abbandonare il cuore della cristianità. È una svolta nei rapporti tra Europa e islam. L’Occidente cristiano dimostra la propria superiorità in termini di mobilitazione delle risorse, armamenti e scienza militare. Ma c’è di più. Come ha scritto Fernand Braudel, la storia si muove per grandi sinusoidi, ed è proprio da Vienna che l’onda lunga dell’islam inizia la sua lenta discesa.
È questo il clima in cui, quattro anni dopo, Tirso Gonzalez de Santalla dà alle stampe un fortunato “Manuale per convertire i maomettani”, nel quale riassume la sua esperienza, qui rievocata in maniera affascinante e straordinariamente attuale da Emanuele Colombo.
A dispetto del titolo, il cuore dell’argomentazione del gesuita spagnolo non è l’esaltazione della guerra santa o il disprezzo dei musulmani in quanto tali, tutt’altro. È un accorato appello alla ragione. Ora tenero, ora più battagliero, ma sempre con saldi ancoraggi all’esperienza. Così Colombo sintetizza il messaggio del gesuita: «tutti gli uomini possiedono la ragione, hanno quindi uno strumento per capire cosa sia vero e giusto e cosa sia invece menzognero. Tramite la ragione, quindi, i musulmani possono comprendere la verità o almeno desiderare di comprenderla, qualunque sia la loro posizione di partenza, la loro educazione, la loro condizione sociale».
Nella prima parte Gonzalez dimostra la verità della religione Cristiana Cattolica Romana, nella seconda fornisce una vera e propria guida per la conversione dei musulmani. Quest’ultima è suddivisa in sei libri, dove si affrontano diversi temi: gli errori introdotti dalla setta maomettana, la falsità del Corano attraverso il Corano stesso, ovvero attraverso gli errori contro la ragione, la lontananza tra legge coranica e legge di Dio. Infine non mancano utili suggerimenti rispetto ai temi da trattare e alle modalità con cui svolgere la discussione, tutte accortezze tratte direttamente dall’esperienza dell’autore. A questo proposito Gonzalez insiste spesso sul valore della libertà degli interlocutori musulmani. Il predicatore deve cominciare il suo discorso spiegando che la religione cristiana è contraria a qualsiasi costrizione.
Due episodi importanti riportati nel “Manuale”, a cui l’autore dedica due capitoli, sono la missione di Siviglia nel 1672 e la conversione del principe di Fez.
Nel primo caso si tratta della più gloriosa missione per la Compagnia del Gesù: in venti giorni si erano convertititi quarantaquattro musulmani. Il secondo caso è un paradigma della conversione di uomini nobili e illustri, che non sono mai stati costretti in nessun modo e non hanno “secondi fini” per convertirsi. Tali convertiti illustri rappresentano il segno più evidente della verità della fede cristiana.
Il figlio del Re di Fez ha una storia assai particolare. Nasce nel 1631, viene educato alla religione islamica, a quindici anni si sposa e alleva due figlie secondo la tradizione. Tuttavia permane una costante insoddisfazione nella sua vita, decide quindi di visitare La Mecca contro il parere di familiari e amici, che forse intuiscono un pericolo. Giunto a Tunisi, sogna un uomo vestito di bianco che vuole «portarlo nelle terre dei cristiani», ma non si preoccupa più di tanto. Pochi giorni dopo viene fatto prigioniero dai cavalieri di Malta e combatte una feroce battaglia “intellettuale” contro la dottrina del Vangelo. La sua permanenza dura cinque anni, fino al pagamento del riscatto da parte del re di Tunisi. Eppure il principe si pone una domanda: «Che cosa significano tanti ostacoli, tante avversità in questi anni? Il Signore mi chiede qualcosa». In più, il giorno prima della partenza verso La Mecca fa un altro sogno. Un uomo gli tende la mano dicendo che Dio lo ha trattenuto così a lungo per fargli ricevere il Battesimo.
Al risveglio è un uomo cambiato. Maledice i turchi e il pellegrinaggio islamico, i suoi compagni lo abbandonano deridendolo e spogliandolo di tutto. Da mendicante chiede aiuto ad un cavaliere, Baltasar Mandols, che lo accoglie e lo accudisce come un figlio. Dopo anni di fatica, riceve il battesimo nel giorno dedicato a Ignazio di Loyola. Nel 1660 è a Roma per studiare presso la Compagnia del Gesù, di cui farà parte l’anno successivo. Tre anni più tardi diventa sacerdote e inizia la sua predicazione verso i musulmani in tante zone d’Italia.
Baltasar de Loyola – questo il nuovo nome assunto dal principe – esprime più volte il desiderio di tornare nel suo regno, per poter convertire i propri familiari. Nel 1667 viene accettata la richiesta e Baltasar parte da Roma alla volta di Lisbona prima e delle Indie poi. Arriva a Madrid il 23 agosto 1667, stremato dal caldo e dal viaggio, le sue condizioni non sono buone, poi precipitano e, dopo l’estrema unzione, lo portano al decesso. Ha solo 36 anni.
C’è un dialogo, appena prima della morte, che vale la pena riportare. È tra Baltasar e un suo giovane suddito islamico, che aveva resistito a tutti i tentativi di conversione da parte di uomini dotti e pii. Dei quattro dottori che assistevano Baltasar, uno aveva da tempo preso a lavorare con sé questo giovane “infedele”, e colse l’occasione per fargli conoscere il principe e condurlo così ad abbandonare la dottrina maomettana.
«Eccomi qui, mio caro ragazzo – gli disse –, alla fine della mia vita, quasi pronto a morire e ad andare a rendere conto al mio Dio, che è quello che stringo tra le braccia (mostrandogli il crocifisso). È Lui, ragazzo, il vero Dio, è quello a cui noi dobbiamo credere, che dobbiamo adorare e amare, e fuori da questa fede e della religione cristiana non c’è alcuna salvezza. […] Questo è Dio, che adesso vado a vedere, come io spero, nel Cielo. Non vuoi credere in Lui, mio carissimo ragazzo? Non vuoi donarmi questa consolazione prima della mia morte, e credere alla verità che io ti annuncio, perché attraverso di me Dio ti chiama a conoscerlo e a salvarti?» Il povero ragazzo era tutto sconvolto e scoppiando a piangere gli disse «È sufficiente, mio principe, io credo a quello che voi mi dite e confesso questa fede che voi mi annunciate. Sono cristiano, chiedo il battesimo». Il santo re, pieno di gioia, gli presentò il crocifisso che teneva in mano e gli disse: «Vieni ragazzo, bacia i piedi del tuo Salvatore», e con un viso celeste e tutto illuminato di gioia, pregava i Padri che stavano intorno al suo letto di istruire il ragazzo e di battezzarlo il più presto possibile.
La gioia commossa che segue alla conversione dell’altro assume un significato straordinario per i cristiani, nella misura in cui l’esigenza della conversione è sentita come un bene per loro stessi. In questo modo, infatti, possono riscoprire meglio le ragioni della fede, perché la conversione, secondo Gonzalez, non è altro che un approfondimento costante della fede.
Guardando al contesto storico si comprende bene anche il taglio talvolta più “bellicoso” dell’opera del gesuita spagnolo. Si pensi al dialogo tra un musulmano e padre de Las Casas, dove questi parla di Maometto come di un imbroglione che escogita menzogne terribili e poi le attribuisce a un falso Dio che gli parla. Ma scorrendo le pagine si nota che il desiderio alla base del manuale è quello di una reconquista spirituale, non certo di fornire strumenti per una crociata ideologica o supporti ad una reconquista geopolitica. E non c’è alcuna contraddizione tra l’atteggiamento di condanna dell’islam e la carità piena di speranza verso i musulmani. Alla controversia si affiancano il rispetto, la carità e la preghiera che Dio operi la conversione.
Non si può non pensare alla lezione tenuta da Benedetto XVI a Ratisbona, il 12 settembre 2006. In quell’occasione il Papa riportò il dialogo tra l’imperatore bizantino Manuele il Paleologo e un erudito persiano sulla verità di cristianesimo e islam, forse durante l’inverno del 1391. Pur tenendo presente la sura 2,256 (“Nessuna costrizione nelle cose di fede”), Manuele si rivolge al suo interlocutore in questo modo: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava. […] Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio».
Proprio qui risiede la differenza tra il fatto cristiano e la dottrina musulmana, tra l’incarnazione e l’assoluta trascendenza, dove Dio non è legato a nessuna categoria umana, nemmeno alla ragionevolezza. Il richiamo del Papa, invece, chiede all’uomo di guardare sinceramente a sé, al proprio desiderio e all’ampiezza della ragione, «superando la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento». Allargare la ragione: era questa la sfida dell’imperatore Manuele il Paleologo e di Tirso Gonzalez de Santalla. È questa la sfida di Papa Benedetto XVI a ognuno di noi oggi.