Controstoria dell’Unità d’Italia

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Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento, Rizzoli 2007, pagg. 461, ISBN: 8817018465, € 19,50

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"Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il risorgimento, vi troveranno cose da cloaca."  Giuseppe Garibaldi

Come è possibile che un manipolo di 1000 garibaldini abbia sconfitto un esercito di 50.000 borbonici?
È una domanda cui le rievocazioni celebrative del Risorgimento italiano non danno risposte convincenti. E non è la sola, con sé ne porta molte altre: con quali poteri, con quali mafie dovettero allearsi Garibaldi e Cavour? Perché ci vollero cannoni e fucili per domare la ribellione contadina nelle regioni del Mezzogiorno subito dopo l’annessione?
Quella che la storia, scritta dai vincitori, ha battezzato “unificazione d’Italia” fu in realtà una guerra di conquista condotta dal Piemonte contro gli Stati sovrani del Centro e del Sud. E nei decenni successivi, dai manuali scolastici ai romanzi, fino agli sceneggiati televisivi, gli eventi che non si accordavano con la retorica patriottica sono stati nascosti o deformati.
Così, dei ventidue anni dall’esplosione rivoluzionaria del 1848 alla breccia di Porta Pia, molto rimane nell’ombra: il bombardamento piemontese di Genova nel 1849, i plebisciti combinati per le annessioni degli Stati centrali, le agitazioni manovrate da carabinieri infiltrati, i provvedimenti anticattolici, la guerra al brigantaggio e le “leggi speciali”, la corruzione dei conquistatori e le loro collusioni con la malavita locale. E personaggi pittoreschi come il temuto brigante Nicola Summa, detto “Ninco Nanco”, o la contessa di Castiglione, cugina del conte di Cavour, inviata a Parigi per ammaliare Napoleone III e conquistare il suo appoggio politico e militare al regno sabaudo.
Gigi Di Fiore chiama a raccolta queste figure e vicende dimenticate, per ribaltare un periodo cardine della nostra storia moderna e vederlo con gli occhi dei vinti. Recupera documenti e testimonianze di una storiografia spesso oggetto di una vera e propria congiura del silenzio. E restaura l’affresco scrostato del nostro Risorgimento portando alla luce gli intrighi e le ambiguità della guerra scatenata dal Nord contro il Sud. Una provocazione necessaria, per andare alle radici delle questioni irrisolte che ancora oggi spaccano il Paese.

Il Risorgimento ottocentesco ha rappresentato senz’altro la fase più importante della nostra storia patria perché attraverso di esso è nata l’Italia unita, libera, indipendente e sovrana. Oggi però si può notare come comincino a farsi avanti tesi (come nel caso del nuovo libro di Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia) che in qualche maniera bypassano i già conosciuti e ribaditi lati positivi della stessa fase risorgimentale, per andare a focalizzare l’attenzione su come e attraverso quali concreti fatti (e misfatti) saremmo giunti ad essere tutti, dalle Alpi alla Sicilia, un popolo di un’unica nazione.
Il punto è che, dopo circa 150 anni dall’Italia unita sotto il profilo formale-giuridico, ci fa ancora difetto, per certi aspetti, una sostanziale coscienza unitaria propria del sentirsi parte di una nazione comune, e spicca una perdurante mancanza di un’autentica unità spirituale e culturale.
Dalla parte dei protagonisti (l’élite dell’allora Stato piemontese) di una simile unificazione, per certi versi coatta, non c’era stata in realtà, all’epoca, la maggioranza degli italiani, i quali si dimostravano (al Sud così come al Nord) affezionati per lo più al «vecchio regime», quando non versavano in uno stato di «attesa passiva».

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I nostri «padri della Patria» optarono per la creazione di uno «Stato centralizzato d’ispirazione burocratica francese», che assunse le sembianze, più che della realizzazione di un grande ideale unitario, del mero ingrandimento dello Stato piemontese.
Che la costruzione del nuovo Stato italiano non fosse consistita in un processo spontaneo dal basso ma al contrario guidato dall’alto, è dimostrato ad esempio da come la «spedizione dei Mille» delle camicie rosse garibaldine non avrebbe potuto avere successo se non fosse stato per gli ingenti finanziamenti ed aiuti politici, militari e logistici dell’Inghilterra, che aveva interessi economici principalmente nel Sud Italia.
La guerra civile (tra italiani) del «brigantaggio» nel Mezzogiorno, vera e propria rivolta socio-politica anti-unitaria da parte soprattutto di contadini, bassa nobiltà ed ex soldati, lungi dal configurarsi come mera manifestazione di criminalità, è stata il portato dei sentimenti di «estraneità meridionale» nei confronti di un cosiffatto «Stato imposto» dall’alto.
Uno Stato che represse militarmente con ferocia le insorgenze (procurando più di 20000 morti, dunque più della totalità dei caduti delle guerre risorgimentali), aumentò le tasse, ne introdusse di inedite (fra cui quelle di successione, donazione e quella sui redditi di ricchezza mobile), inaugurò la leva obbligatoria.
L’economia andò in crisi perché abituata al precedente protezionismo locale. Moltissimi meridionali furono costretti ad emigrare anche all’estero per trovare lavoro.

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Del Risorgimento va inoltre smascherato il suo anti-cattolicesimo viscerale: la nuova «religione civile» da imporsi a tutta la Nazione non poteva essere che quella del «laicismo di Stato».
Lo Stato piemontese, con Cavour primo ministro in testa, si rese promotore di atti quali la depredazione dei beni ecclesiastici, la soppressione di enti ed istituzioni della Chiesa come gli ordini religiosi, i monasteri e i conventi, l’abolizione dei seminari, la leva obbligatoria per i seminaristi, la cancellazione delle feste cattoliche, la rimozione di immagini sacre, l’introduzione del matrimonio civile, l’abolizione delle scuole cattoliche, la limitazione dell’autonomia degli insegnanti religiosi e delle donazioni alla Chiesa, la repressione contro preti e vescovi, i cui documenti e nomine dei parroci dovevano avere il previo «visto» regio.

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In tale quadro i cattolici non parteciparono per vari lustri di seguito (fino poi alla nascita del Partito popolare di don Sturzo) alla vita politica del nuovo Stato italiano, e l’allora papa Pio IX (beatificato qualche anno fa da Giovanni Paolo II) procedette alla scomunica verso i promotori di tale politica, condannando il liberalismo massonico, razionalista e laicista, e prendendo le difese dell’allora legittimo Stato pontificio dall’invasione romana delle truppe «piemontesi», nell’intento di proteggere le secolari fondamenta spirituali e culturali (cattoliche) della Penisola.

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Mario Secomandi
(C) Ragion Politica, 6 dicembre 2007