Contro-canti. Per non omologarsi al pensiero dominante

In libreria

F. Agnoli- M. Luscia (a cura di), Contro-canti. Per non omologarsi al pensiero dominante.,  Edizioni Fede & Cultura , 2010, pp. 80, € 6

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INTRODUZIONE
“Contro-canti”: cioè pensieri, riflessioni, ragionamenti non in linea con il politicamente corretto. Non in accordo con le banalità dei luoghi comuni che assediano una cultura sempre più effimera e superficiale.
Abbiamo semplicemente voluto ragionare, liberamente, sulle questioni importanti: Dio, la vita, l‟amore, la fede, la morte, l‟aborto, l‟eutanasia…
Questa fatica, di analizzare la realtà, la cronaca, ciò che passa e ciò che resta, nasce da uno sguardo sull‟ambiente circostante curioso, speranzoso, dinamico; nasce da un‟amicizia all‟interno di un‟associazione, “Libertà e persona”, che da diversi anni cerca, come una voce fuori dal coro, di dire la sua, ma in accordo con una bimillenaria Tradizione che a noi non pare debba essere così facilmente cancellata in nome di un progresso spesso fasullo e di una mancanza di ideali e di valori, che sfocia sovente nel più triste nichilismo.

Buona lettura e buona riflessione.
Francesco Agnoli e Marco Luscia

CHIESA DEI SÌ E L’ASTICELLA ALTA
C‟è da alcuni di mesi in vendita un libro, La chiesa dei „no‟, scritto dal solito giornalista di “Repubblica”, in cui viene esposto un concetto molto semplice: l‟assurdità anacronistica del comportamento della Chiesa cattolica starebbe nei troppi “no” che essa propone nell‟ambito della dottrina morale. Non c‟è bisogno di leggere il volume, per comprendere che a monte di esso sta la totale incomprensione del messaggio di Cristo. In verità i “no” della Chiesa, assolutamente poco incline a sottoporre la verità al gioco dei sondaggi, sembrano tali a chi poco riflette sulla natura dell‟uomo, sempre alla ricerca di un equilibrio, rotto al principio della sua storia, tra le tensioni animali, impersonali e violente, e le esigenze della ragione e dello spirito. Sembrano “no”, oggi, a coloro che non amano mettersi in discussione, fare l‟esame della propria coscienza, come il buon vecchio Seneca, tutte le sere, per procedere, almeno un poco, nella faticosa strada della virtù.

Siamo abituati da alcuni secoli, infatti, ad un concetto tanto distorto di diritti dell‟uomo, che siamo ormai convinti che la parola “dovere” non esista neppure più e, soprattutto, che non c‟entri nulla con la nostra realizzazione. Eppure proprio la morale cristiana fu accolta all‟origine del cristianesimo, come un grande “sì” che generò una entusiastica accoglienza in molti che videro nella sequela di Cristo il modo per vivere pienamente e trascendere, nello stesso tempo, il momento presente, l‟attimo fuggente, per affermare la nostra durata immortale. La morale cristiana difatti ci ricorda ogni giorno cosa siamo, quale sia l‟immensa dignità umana, per impedirci di precipitare al livello delle bestie, nella servitù, come direbbe Dawkins, ai nostri geni egoisti.

La Chiesa nasce dunque dai “sì”: il fiat della Vergine, quello di Cristo, al calce amaro, e quello di Pietro, chiamato a donare la propria stessa vita nel martirio. Il “no” dei comandamenti, allora, è solo la parte preliminare, per così dire, dell‟atto virtuoso, sommamente libero, che nasce da una rinuncia, un “no”, appunto, per un “sì” più grande.

È come se la Chiesa tenesse sempre alta l’asticella, per ricordarci che abbiamo anche ali e non solo piedi appesantiti; rami e non solo radici; occhi dello spirito, e non solo della carne; desideri nobili e non unicamente appetiti capricciosi e istintivi. Ci addita l‟amore pieno, quando vorremmo godere solamente di quello carnale; e mentre ci sconsiglia le ghiande dei porci, ci dona il pane celeste. Ci libera dalla malinconia dei sensi, dalle passioni tristi, dalla frenesia del potere e del successo, dalla schiavitù del peccato e dell‟io prepotente, e nel contempo ci stimola al “sì” dell‟umiltà, del perdono, della misericordia, della carità…

Ad ogni “no” a ciò che vi è di più basso, oppone un “sì”, sonoro, squillante, affinché non sprofondiamo nel non-essere, nell‟accidia, nell‟istinto di morte. In questo la Chiesa ha una sua pedagogia: conosce nel contempo la bassezza dell‟uomo e la sua grandezza, il nostro “no” e il nostro “sì” alla vita, il nostro essere quasi sospesi tra l‟Essere e il nulla. Per questo il “no” precede il “sì”, l‟Antico Testamento anticipa il Nuovo, il timore servile di Dio, l‟amore filiale per Lui. Perché, resi consapevoli di ciò che ci impedisce di essere veramente uomini, di ciò che ci tiene legati a terra, possiamo intraprendere un cammino positivo, creativo, originale, di libertà e di crescita.

Mi spiego con un esempio: il “no” al divorzio. Perché questa posizione, che oggi appare così rigida, nel passato, invece, segnò la più grande liberazione della donna dall‟arbitrio e dalla prepotenza dell‟uomo? Perché il matrimonio indissolubile è l‟assunzione di un impegno, di un giogo dolce e leggero, che ci rende più uomini, più completi, più felici, più sereni. La Chiesa, per citare Giacomo Balmes, conosce a fondo quello che siamo: di fronte alla passione distruttiva, che può travolgere i sensi e la libertà dell‟uomo più fedele, preferisce frenarla da principio, piuttosto che lasciarla divampare; soffocarla, chiudendole ogni porta, piuttosto che concederle terreno; lasciarla morire di inedia, piuttosto che permettere che ingrossi sempre più, sino a divenire insaziabile. Come con un giocatore d‟azzardo: non è efficace contrattare con lui, permettergli di giocare, ma solo in certi giorni. Non si otterrà nulla: il giocatore dilapiderà il suo patrimonio, e la passione lo divorerà piano piano.

Come il gioco genera gioco, così il divorzio genera divorzio. È un fatto ormai constatato in tutte le società moderne. Per questo la Chiesa non lo accetta, come principio, perché la sua sola possibilità è come un grimaldello, è l‟“occasione che fa l‟uomo ladro”: basta a scardinare un matrimonio solido, in un momento di difficoltà; ad annichilire del tutto la volontà, quando essa è indebolita; a scoraggiarci e ad indurci a cambiare strada, quando invece si dovrebbero stringere i denti, per ripartire lungo la via intrapresa. Sembra solamente un divieto, ma è una proposta, un‟affermazione: amare per sempre si può! È possibile, è umano, è bello, ed è anche doveroso.

Il principio, l‟indissolubilità del matrimonio, nella sua apparente durezza, è il bastone offerto alla nostra fragilità, per tenerci in piedi anche quando staremmo per cadere. È il “no” che dobbiamo dirci, quando giungono lo scoraggiamento, l‟ira, la passione cieca. Devi, perché puoi. È nella nostra natura la durata dell‟amore: farlo crescere, coltivarlo, vivificarlo ogni giorno. Ogni giorno dirgli un nuovo “sì”, impedendo che il tempo, la trascuratezza, l‟incostanza, l‟egoismo, la freddezza, lo uccidano.


Francesco Agnoli

SEMPRE PIÙ SOLI
Il “Corriere della sera” del 13 gennaio 2010 dedica un‟intera pagina a un‟indagine choc. Il titolo e i sottotitoli sono sufficienti a gelare il sangue: “Milano, i single sorpassano le famiglie. Sono il 50,6 per cento. In crescita anche nel resto d‟Italia. L‟identikit: giovani, divorziati, anziani che restano soli”. L‟articolo spiega che il fenomeno è in costante aumento: è la bellezza dei tempi, del progresso, immancabile, vincente, trionfante. La libertà si espande, i “diritti civili” trionfano!

Questo sarà forse il giudizio di chi, dinanzi ai fatti, non riesce a rivedere i pregiudizi; di chi antepone l‟ideologia alla realtà. Personalmente il risultato di questa indagine mi ha enormemente rattristato e sconfortato.

Non sono riuscito, entrando in classe dopo averla letta, a non parlarne coi ragazzi: “Ragazzi, a me non piace fare il sociologo e parlare spesso d‟attualità… però oggi bisogna fare un‟eccezione. Invece che storia dell‟Ottocento, facciamo storia di oggi”. Allora ho letto le prime righe dell‟articolo, chiedendo ai ragazzi il loro parere. “È triste”, ha detto subito una ragazza, una di quelle che conserva ancora qualche sogno, qualche speranza. Aveva il volto sconsolato. “Non ci si vuole impegnare”, ha aggiunto un altro ragazzo. Sì, è vero, ho risposto, ma perché, ragazzi, perché oggi non si è più capaci di stare con altre persone, di condividere la propria vita, di intessere relazioni vere, fedeli, durature? Ho risposto io, perché mi sembrava che mi chiedessero questo.

Allora sono partito, con un po‟ di irruenza: “Tutti questi single sono povere persone tristi, sole, nutrite dalle illusioni della cultura senza Cristo, cioè senza sacrificio, senza amore, senza gratuità, senza senso di colpa, senza perdono… Cercano la strada facile, magari non per colpa loro, ma perché gli è stato insegnato così. Nessuno li ha educati a dirsi di no; nessuno, neppure il loro parroco, li ha educati a confessarsi, a riconoscere la propria debolezza, a cercare in Dio forza, coraggio, speranza, capacità di rialzarsi, medicina alla propria debolezza. Intraprendono una relazione con la superficialità di chi ascolta tutti i giorni le canzonette della musica leggera; di chi guarda le telenovelas; di chi vive di romanticismo mellifluo e sentimentale. Così magari partono in quinta, con il motore a pieni giri, bruciano le tappe, trasportati dal sentimento, liberi dai vecchi vincoli del fidanzamento pensato e vissuto in un certo modo: ma poi, alla prima salita, quando bisogna scalare le marce, dalla quinta alla quarta, alla terza, alla seconda, e quando poi si deve ripartire, piano piano, non ce la fanno, non hanno marce interiori per farlo. La virilità dell‟amore, ragazzi, è un‟altra cosa: amare significa sapersi controllare, temperare, sapersi umiliare dinanzi al proprio coniuge, saper chiedergli perdono, saper controllare la propria ira, la propria istintività, almeno provarci… oggi invece siamo educati a divenire schiavi dei nostri sentimenti, schiavi delle nostre debolezze, e del nostro egoismo. Va dove ti porta il cuore, dicono tutti: e quando il cuore ha qualche sobbalzo, ci facciamo gettare a destra e a sinistra, salvo poi trovarci con un pugno di mosche.

La vita, diceva Chesterton, „è la più bella delle avventure, ma solo l‟avventuriero lo scopre‟: questo significa, ragazzi, che non bisogna avere paura di vivere la relazione, di mettersi in gioco, di mettere in discussione se stessi, il proprio carattere, i propri difetti… amare significa stare nella realtà, con la sua bellezza, con le sue difficoltà, come l‟avventuriero che non si ferma dinanzi al primo ostacolo, che non pretende di raggiungere la cima della montagna attraverso una strada pianeggiante, che sa che le cose più belle si raggiungono e si mantengono con l‟ impegno, la fatica. Una fatica santificante, che edifica, che costruisce, che dà gioia. E poi, ragazzi, c‟è la paura, la paura che genera paura: il numero altissimo di divorzi produce generazioni di giovani che hanno paura, che non vogliono più scommettere sulla realtà, che patiscono ogni giorno sulla loro carne la disillusione provata nella famiglia di origine. Divorzio genera divorzio, e coloro che lo vivono come vittime, i figli, divengono spesso feriti che hanno paura di qualsiasi battaglia, che temono, non senza ragioni, di scommettere, di investire, di sperare. Abbiamo così creato una società di persone sole, di persone paurose, di persone tristi.

Lasciatemi fare il laudator temporis acti, il vecchio brontolone. Una volta non era così. Una volta non si parlava tanto di „diritti civili‟ ma si sapeva stare più assieme, si viveva molto meglio. Era più difficile nascere soli, vivere soli e morire soli”.

Francesco Agnoli

CROCI
Noi togliamo le croci, con dispetto rendiamo alle nostre pareti, agli spazi dove viviamo ogni giorno, la purezza del niente. Sradichiamo i campanili dal cuore della gente, stendiamo un velo di bianco sui dipinti dal sacro soggetto e bruciamo ogni effige dell‟ordine sacro che un tempo reggeva il mondo. Orgogliosi osiamo dire: non, Padre Nostro, ma nessun padre osi proclamare una legge che non sia la nostra. Mai più diretti se non dalle voglie e dai capricci improvvisi, siamo felici e liberi finalmente, perché abbiamo scoperto la formula dell‟immortalità e della felicità.
Ora possiamo rispondere a tutte le domande della gente, purchè siano sradicati i lugubri e ingombranti crocifissi dai luoghi pubblici, resi finalmente neutrali, senza più il penzolante simbolo di una religione che non ci appartiene. E siamo orgogliosi di aver disinfestato il pubblico spazio dall‟idea di una fede per far posto al niente o meglio per dar libero campo ai nuovi sacerdoti del corpo e dello spirito, pronti a liberarci d‟ogni dolore e d‟ogni imperfezione, in fretta, senza domande, purchè qualcuno paghi.

Ma abbiamo nonostante tutto bisogno di luoghi di culto profani, di confessionali. Detto, fatto. Al posto delle cattedrali ecco sorgere luminosi centri commerciali, e città commerciali e silenziosi e divertenti mattatoi dove gli annoiati e i depressi possono scivolare oltre la vita nell‟illusione di un sonno dolcissimo. Detto fatto, tutti spettatori, tutti protagonisti, aspiriamo alla fama di un attimo, confessando a platee di sconosciuti vizi e virtù. Il dolore è bandito, d‟imperio, per legge, assieme al simbolo di tutti i dolori; il ligneo crocifisso che divide perché irrispettoso d‟ogni diversità, d‟ogni egoismo, d‟ogni follia.

Nel pubblico spazio è padrona solo l‟ideologia della parole altisonanti e senza gambe; libertà, pace, tolleranza… nel pubblico spazio è necessaria la buona regola di una certa indifferenza, perché le domande possono turbare la pace dell‟io che cresce. Nel pubblico spazio scorrazzano milioni di faccendieri e venditori che ti promettono il mondo. Ma ahimè nel pubblico spazio, nonostante tutto, si muore ancora, per uno strano scherzo di natura. Si muore distratti credendo di dormire, o all‟improvviso travolti dalla vita che corre in una notte alcolica, distratta. Com‟è lontano il tempo in cui il condottiero Giovanni dalla Bande Nere moriva dolorante ad una gamba, per un colpo d‟archibugio e declamava con quel che gli restava in gola una magnifica preghiera, al Dio che tutto vede. Oggi si piange un attimo, poi, si riparte , imprecando all‟incidente di percorso, al biglietto di una lotteria uscito male: “Non hai vinto non sarai più fortunato” recita. Perché la vita è una. Allora, per uno strano gioco del destino ti accorgi che l‟uomo chiede il pane di una fede e i più gli rendono dei sassi.

E mentre in giro per il mondo per una croce appesa al collo si può morire, qui si muore comunque, ma senza La Croce. E le croci mentre le togli crescono, riempiono la pianure, le nostre strade, i reparti terminali degli ospedali, hanno volti e nomi, dilagano nei cuori; e più le togliamo, più crescono, ma hanno perso il crocifisso questo è il problema. Sono croci nude, le croci di tutti, che riempiono la città secolare, croci senza Dio, solo patiboli, monumenti alla nostra fragilità e presunzione. Per questo dovremmo dire “sì” ad ogni Crocifisso che sia latore di speranza e faccia delle croci della nostra vita, una porta, certo dura, ma aperta al sole e alla pianura.

Marco Luscia

IL PESTICIDA UMANO (RU 486) SBARCA ANCHE IN ITALIA
Notizia di ieri dell‟Ansa: dal primo aprile 2010 in Italia sarà distribuita la pillola abortiva Ru486. Lo rende noto l‟azienda produttrice francese Exelgyn, la quale ha delegato la Nordic Pharma Srl alla distribuzione del medicinale ospedaliero nella penisola. Ma in cosa consiste precisamente l‟aborto tramite Ru486?

Il percorso che deve fare la donna dopo aver deciso di abortire con la pillola (nei nuovi moduli per abortire verrà introdotta la possibilità di scelta tra l‟aborto chirurgico e quello chimico) è il seguente:

1. Prima visita di accertamento clinico e sottoscrizione delle condizioni poste dalla legge per l‟assunzione della Ru486, ovvero:
– seguire l‟iter nella sua interezza: presentarsi alle visite, rispettare le scadenze, etc…;
– non abitare a più di un‟ora di macchina dal più vicino Pronto Soccorso in grado di fare trasfusioni;
– avere un mezzo di trasporto e un accompagnatore;
– avere sempre con sé il telefono e il numero di emergenza fornito dall‟ospedale.

2. Dopo la prima visita, la donna deve tornare in ospedale per assumere il mifepristone. Questo è uno steroide sintetico atto ad interrompere la produzione di progesterone, impedendo in tal modo all‟embrione di crescere e svilupparsi per mancanza di principi nutritivi. Solamente il 3% delle donne abortisce entro 48 ore con la sola assunzione di questo principio farmacologico. Gli effetti collaterali accertati sono molteplici:
– il 96% delle donne accusa dolori addominali e crampi;
– il 61% prova nausea;
– il 31% lamenta mal di testa;
– il 26% vomita;
– al 20% delle donne il farmaco provoca scariche diarroiche; – per una percentuale più contenuta, i sintomi sono: svenimento, febbre e brividi;
– inoltre, sono state accertate più di 111 possibili infezioni conseguenti all‟utilizzo del mifepristone, curabili esclusivamente con antibiotici.
Da questo elenco emerge chiaramente come, al dolore psicologico per una scelta già di per sé tragica com‟è quella di abortire, venga a sommarsi anche una componente non trascurabile di dolore fisico. È doveroso, quindi, sottolineare la pericolosità di questo farmaco, che nel mondo ha già causato ventinove morti accertate.

3. A 48 ore dalla somministrazione del primo farmaco (ovvero all‟altezza del terzo giorno del percorso abortivo), la donna deve recarsi nuovamente presso l‟ospedale per assumere (per via orale o per via vaginale) un secondo principio farmacologico: il misoprostol. Questo è una prostaglandina che rilassa il collo dell‟utero e induce le contrazioni, permettendo l‟espulsione del sacco amniotico contenente l‟embrione. Il misoprostol generalmente induce l‟aborto entro 48 ore dall‟assunzione, ma anche qui i dati sono soggetti a variabilità: esso funziona nel 95% delle donne che lo prendono per via vaginale, mentre la percentuale si riduce all‟87% dei casi nelle donne che lo assumono per via orale. In ogni caso, l‟emorragia conseguente ha una durata che oscilla tra gli 8 e i 17 giorni (ma i dati rilevati evidenziano, al di là della media matematica, che nel 9% dei casi essa dura 1 mese e nell‟1% addirittura 60 giorni). Inoltre, la fase espulsiva può durare diverse ore, durante le quali la donna ha il compito di controllare che il flusso sanguigno non sia troppo abbonante. Proprio a causa di questa attenzione che la donna deve avere, nel 56% dei casi vi è il riconoscimento dell‟embrione abortito; eventualità, questa, che provoca disturbi psicologici, incubi ricorrenti, flashback e seri disturbi emotivi.

4. A 14-15 giorni di distanza, deve essere effettuato un ultimo controllo per verificare che l‟utero sia effettivamente vuoto. Poiché la percentuale di riuscita dell‟aborto farmacologico si aggira attorno al 92-95% dei casi, circa 5-8 donne su 100 devono comunque essere sottoposte, in un secondo momento, all‟aborto chirurgico.

Da questi dati si evince come l‟idea che la Ru486 assomigli ad un aborto spontaneo sia una pia illusione che viene spacciata per vera alle donne che si recano nei consultori. L’aborto con la pillola non è né veloce, né indolore. Inoltre, in questo modo si torna ad abortire in solitudine e in clandestinità: proprio ciò che i promotori dell‟introduzione dell‟aborto legale in Italia avevano cercato di combattere, ma forse ormai lo hanno dimenticato. Ferrara parla, per la Ru486, di “tragico casalingo”, perché la donna è sola e avvolta nell‟incertezza: non sa come, quando, dove e se abortirà. Molte e disparate sono le voci di protesta che si levano contro la tecnica farmacologica di interruzione della gravidanza. Anche molte femministe pro-aborto si dicono contrarie, come l‟australiana Renate Klein, la quale afferma che tale metodologia “scarica ogni rischio e ogni responsabilità sulla donna” (“Avvenire”, 10 settembre 2009). Quando le viene chiesto di spiegare in che modo questo avvenga, risponde: “Sarò cruda: una donna si può trovare su un autobus o al lavoro mentre iniziano i conati di vomito, le scariche di diarrea e le contrazioni che seguono l‟assunzione del farmaco. Si può arrivare a perdere anche molto sangue. La donna può continuare a sanguinare per giorni, se non settimane, e non sapere con certezza se il figlio che ha dentro di lei è stato abortito o continua a vivere. Nell‟ipotesi peggiore per avere questa certezza deve vedere lo stesso figlio espulso nel water: un‟esperienza scioccante. Immaginarsi quale senso di colpa la segnerà per tutta la vita dopo questo tipo di aborto” (ibidem). Insomma: al di sopra di qualsivoglia schieramento ideologico, in molti stanno cercando di far capire che la Ru486 è una pillola pericolosa, che può condurre a morte le donne che ne fanno uso: di certo non è un caso se in USA è stata rinominata “Kill Pill” e in Cina “farmaco incubo”.

Giulia Tanel

BIOLOGICAMENTE, HO TRE GENITORI. GIURIDICAMENTE, NE HO DUE. IN PRATICA, NON LO SO
È stato pubblicato sulla rivista “Nature” il risultato relativo ad una nuova sperimentazione che consente la creazione di embrioni umani usando il Dna di tre persone diverse: due madri e un padre. Il team di ricercatori, guidati da Douglass Turnbull dell‟Università di Newcastle, si sono posti come obiettivo quello di arrivare alla formazione di un bebè “disease-free”, cioè a prova di malattie ereditarie. Insomma, un piccolo geneticamente modificato per eliminare le circa 150 malattie conosciute che sono generate da un difetto del mitocondrio materno, ovvero dalla centrale energetica della cellula. Secondo l‟annuncio degli scienziati, un bambino passato attraverso questa manipolazione potrebbe nascere in Gran Bretagna entro tre anni.

Come hanno agito concretamente i ricercatori? Essi hanno utilizzato gli ovociti di due donne. In primo luogo è stato prelevato il nucleo dall‟ovocita di una donna non portatrice di malattie mitocondriali: in questo modo si è ottenuto un ovocita che contiene esclusivamente Dna mitocondriale non a rischio. Quindi, dall‟ovocita della donna portatrice di malattie mitocondriali è stato prelevato il nucleo, così come è stato prelevato il Dna dell‟uomo. I Dna della donna e dell‟uomo sono stati così trasferiti nell‟ovocita con il Dna mitocondriale sano e in questo ambiente senza rischi ha avuto inizio il processo di fecondazione vero e proprio, con la fusione dei patrimoni genetici dei due genitori. Gli embrioni ottenuti da questa manipolazione, sono poi stati fatti sviluppare dai sei agli otto giorni, per testarne la capacità di crescita e per poter eseguire l‟esame del Dna, atto a capire a quali persone appartenesse il patrimonio genetico. Secondo quanto ha rilevato il genetista Giuseppe Novelli, dell‟università di Roma Tor Vergata “dire che l‟embrione ha tre genitori è sbagliato perché il Dna mitocondriale, che è quello donato dalla persona esterna, non ha nessuna influenza sullo sviluppo successivo”; infatti, anche se i Dna sono tre, i genitori restano comunque due, perché il Dna mitocondriale, con appena 37 geni, costituisce davvero una frazione piccolissima, rispetto ai circa 23.000 geni contenuti nel Dna del nucleo. Insomma, sono trascorsi vent‟anni dalla prima nascita con diagnosi genetica preimpianto e questo è il risultato. Naturalmente tale ricerca ha generato reazioni contrastanti. Da un lato c‟è chi sostiene che questa nuova tecnica sia una grandissima opportunità, perché permette a molte donne di mettere al mondo bambini non affetti da patologie ereditarie. “Quello che abbiamo fatto è come cambiare la batteria di un portatile. L‟approvvigionamento energetico ora funziona correttamente, ma nessuna delle informazioni sull‟unità del disco è stata cambiata”, sostiene Turnbull, che ha guidato la ricerca. Dall‟altra parte, c‟è chi vede questi continui progressi tecnico-scientifici con perplessità, giudicandoli come non leciti e come possibili fonti di derive eugenetiche; e per appartenere a questa categoria non serve essere cattolici, anzi. Già nel marzo del 2007, Giuliano Ferrara aveva pubblicato sulla rivista “Panorama” un articolo intitolato “Siamo laici: rifiutiamo l‟eugenetica”, in cui concludeva con questa riflessione: “E tutti ci domandiamo se valga la pena di costruire un mondo in cui il diritto eguale alla vita, tutelato per tutti, sia sacrificato sull‟altare idolatrico della ricerca senza limiti, fino alla creazione di ibridi umanoidi, fino a quella logica diagnostica che non è più usata per curare, e per sradicare la malattia entro i limiti del possibile, ma per sopprimere il malato oltre i limiti di un disegno moralmente impossibile”.

In Italia, Ignazio Marino, presidente della commissione Sanità del Senato, ha commentato così la notizia arrivata dall‟Inghilterra: “Nessun problema etico nella creazione di un embrione con tre genitori, perché in realtà i genitori sono due e restano due”. Di diverso avviso è la deputata del Pdl, Isabella Bertolini: “Tre genitori per un solo bambino? Un‟oscenità di cui non pensavo l‟uomo fosse capace. Il rischio che la scienza sia ormai preda di un‟inaccettabile deriva eugenetica si fa sempre più concreto. La paura del dolore e della sofferenza non giustifica mostruose degenerazioni che intaccano e distruggono il concetto stesso di genitorialità, di famiglia e che rischiano di causare uno smarrimento incurabile nel bambino che nascerà”.
Secondo Claudio Giorlandino, presidente della Società italiana di diagnosi prenatale e medicina materno fetale e presidente del Forum delle associazioni di diagnosi, genetica e riproduzione: “Fino a quando queste metodologie si applicheranno in paesi ad alta civiltà democratica, come l‟Inghilterra, non ci saranno rischi di mostruosità o derive innaturali e verranno utilizzate ai fini del bene e della cura della malattia con massimo rispetto per l'uomo”.
Ma siamo poi così sicuri che essere tutti perfetti sia meglio? Perché questa società ha così paura della sofferenza, della malattia, di correre dei rischi? Come bisogna reagire di fronte ad un uomo che sempre più spesso vuole sostituirsi a Dio? Per dirla con Annalena Benini: di questo passo “si eliminano i down, si eliminano le ragazzine, si eliminano gli autistici, fino a che non nascerà più nessuno, nemmeno un nevrotico qualunque” (“Il Foglio”, 15 febbraio 2008).

Giulia Tanel

IL ’68 E I GIOVANI D’OGGI. RITRATTO DELLA SOCIETÀ POSTMODERNA
Il panorama attuale è sconfortante, la società contemporanea ci propone una cultura contro la vita, ma proprio per questo non dobbiamo abbatterci: il pessimismo significa staticità, invecchiamento, rassegnazione. Oggi i giovani sono lasciati a loro stessi, buttati nel nulla. Moltissimi si sentono disorientati, soli e smarriti; tanti ragazzi sembrano più vecchi degli anziani stessi: li vediamo sopravvivere senza energia, senza grinta, senza passione. Da una parte, la società non lascia spazio alla meritocrazia e non offre grandi possibilità per costruire un vero futuro; dall‟altra è di moda un‟educazione permissiva che evita qualsiasi sacrificio: ne deriva una generazione stanca, priva di valori, che si distrae per non pensare agli interrogativi seri della vita. L‟emergenza attuale, come ha affermato anche il Santo Padre, è proprio il dramma educativo: riattivare cervelli spenti, omologati, non abituati a compiere alcun approfondimento, incapaci di formulare giudizi autonomi e di usufruire di quell‟immenso patrimonio culturale e linguistico che tutti noi abbiamo a disposizione.

Possiamo dire, con Frédéric Le Play e Joseph de Maistre, che ogni nuova generazione è una generazione di piccoli barbari da educare e a cui trasmettere l‟incivilimento; la moralità non è automatica, non è un progresso addizionale come quello scientifico: con ogni nuovo bimbo si riparte da zero. Ciò è possibile soltanto se si rispetta una cultura dell‟educazione, un modello forte di responsabilità e di stabilità. Dobbiamo dirlo: è in atto un livellamento verso il basso, prodotto da un preciso e voluto laboratorio di plagio.

Il vero cancro è rappresentato dalla rovinosa Rivoluzione culturale del ‟68, che ha scardinato ogni forma di autorità, da quella di Dio a quella del pater familias, con la tragica conseguenza che per i nostri giovani non esistono più punti di riferimento: molti padri, ad esempio, non solo non credono nei propri figli, ma, peggio ancora, non vogliono garantire loro un futuro. In termini pratici basta pensare alla riforma Dini delle pensioni, che ha svenduto la possibilità di accesso alla pensione degli anziani di domani per garantirla agli anziani di oggi. L‟idea dell‟autodeterminazione dell‟individuo, di fatto, ha esaltato una forma di libertà distorta, distruttrice dell‟autorità, del merito e della memoria storica. In tutti gli ambienti la situazione è la stessa: dalla politica all‟università, dal mondo dell‟associazionismo a quello sindacale, dal lavoro all‟impresa, il nostro Paese manifesta sempre di più una profonda crisi strutturale.

È impossibile discutere del disagio giovanile senza fare un salto indietro per capire la radice dell‟attuale degenerazione. Siamo ormai anni luce da quelle certezze incrollabili che avevano caratterizzato la società dei nostri nonni, è cambiato radicalmente il sistema dei valori che ne sta alla base: alla sicurezza della famiglia, fondata sul matrimonio come vincolo sacro, si è sostituita la precarietà delle relazioni interpersonali, giocate sul sentimentalismo più istintuale; alla fiducia riposta nella fede cattolica sono subentrate le teorie nichiliste del nuovo millennio. La “filosofia”, che sottostà alla moderna concezione della vita, è la presuntuosa convinzione di bastare a se stessi: si vive del principio sessantottino “vietato vietare”.
È alla luce di questa impostazione mentale che lentamente si è cercato di scardinare, con successo, il criterio della gerarchia e la presenza dell‟autorità. È l‟era dell‟informazione, di Internet e delle Tv satellitari, ma gli italiani non leggono più e c‟è sempre meno cultura: la velocità di comunicazione, d‟altronde, allena a sfogliare una pagina web dopo l‟altra, rendendo difficoltosa la concentrazione. Nonostante tale ricchezza di vocabolario, di Shakespeare oggi se ne vedono pochi in giro e la gente continua ostinatamente a leggere quello “povero”.

Ma una società che punta ad uniformare i cervelli non può che creare omologazione, menti plagiate, formattate, unanimi nel modo di vestire, nel modo di parlare, nel modo di non pensare. Quella odierna è una civiltà in cui si sostengono opinioni costruite su slogan, in cui non si hanno più proprietà lessicali, anzi, la volgarità del linguaggio domina incontrastata e dalle bocche gentili delle ragazzine sgorgano fiumi di parolacce senza filtri: la liberazione è compiuta. Il clima di libertinaggio prodotto dal ‟68 non ha generato una crescita della serenità individuale, ma ha reso i ragazzi sempre più chiusi alla vita, cinici e carichi di fobie: ci chiediamo come mai questo permissivismo auspicato per noi giovani non abbia comportato, di pari passo, una proporzionale felicità interiore. Mai come in questo contesto storico si evidenzia infatti una crescita vertiginosa dell‟uso di alcool e di droga, si registrano numerosissimi casi di suicidi giovanili, per non parlare dell‟utilizzo degli psicofarmaci: non abbiamo più regole e siamo tristi, non è bizzarro?! «Stanco e disfatto è il mondo», scriveva G.K. Chesterton nel suo A Christmas Carol. Non si fa altro che parlare di emancipazione: abbiamo tutto, non dobbiamo più fare alcun sacrificio per ottenere nulla, ma siamo apatici e annoiati. Immersi nel niente, molti ragazzi non sanno perché vivono e vagano lungo l‟esistenza senza un preciso scopo, se non quello della celebrità raggiunta senza impegno (vedi Grande Fratello).
Abbandonati a loro stessi, i ragazzi si lasciano andare proprio negli anni in cui dovrebbero trasformare il mondo. E allora subentra il divertimento come alibi per non riflettere: il “mito del sabato sera” è diventato oggi il mito di tutta una vita. Pascal parlava di divertissement riferendosi a questo problema già nel „600: «L’unica cosa che ci consola delle nostre miserie è il divertimento, e intanto questa è la maggiore tra le nostre miserie» (Pensieri, 171).

La conseguenza più evidente è il senso di smarrimento e di tristezza palpabile nel cuore di moltissimi giovani: ci si annoia perché non si hanno più scopi e contenuti da condividere. In fondo, se uno è vuoto, cosa può trasmettere agli altri? I valori, che per secoli hanno guidato i popoli più creativi e leggendari, sono oggigiorno derisi apertamente da giullari intellettuali di bassa statura, elevati a guru della società. Quest‟ultima ci “insegna” che si vale tanto più se si è scaltri: essere furbi, anche a scapito degli altri, è diventato un titolo di merito; pensiamo a Fabrizio Corona che, supportato dalla pubblicità e da un seguito più che mai ignorante, ha fatto dell‟immoralità il proprio personal business. La solidarietà e il bene nei confronti del prossimo non sono contemplati fra gli interessi collettivi, lo sguardo sui bisognosi e sugli anziani è quasi annullato, anzi, questi sono giudicati inutili e retrogradi, ultimo scarto di una generazione ormai mentalmente sorpassata (sono invece un enorme patrimonio, un‟eredità andata persa). Su cosa è basata la modalità di rapporto tra le persone? L‟individualismo è la legge attuale: è stato spento il senso del sacro e ogni sentimento, anche il più puro, viene sporcato. Non esiste più il corteggiamento, il rispetto e quella devozione reverenziale che in passato il cavaliere mostrava alla dama: sono andate perdute le antiche forme cavalleresche tipiche dell‟epoca Biedermeier. Nelle discoteche, ci si “conosce” incontrandosi sulla pista da ballo, ci si apparta come animali, senza bisogno di parlarsi.

I preservativi sui pavimenti dei bagni tradiscono un sesso miseramente programmato: «I ragazzi non reggono il nulla in cui galleggiano. Si fanno per non pensare, per credere per una notte di essere forti, belli, importanti. Perché nessuno gli ha mai detto che lo sono davvero, importanti, e anzi unici. Perché nessuno gli ha mai detto quanto vale un uomo (e quelle corse nella notte a centottanta all’ora, ubriachi, non sono forse una sfida estrema al nulla?». Agire contro la morale sessuale sembra essere di fatto una moda comodamente accettata, ma i ragazzi nemmeno sanno che tutto è stato preventivamente pilotato: oggi chi si crede trasgressivo è in realtà il più omologato di tutti. Tutta l‟attuale propaganda sulla libertà sfrenata è funzionale al sistema: l‟idea del divertirsi a tutti i costi implica ad esempio il consumo smisurato dell‟alcool; la Tv ci propone delle chimere, come l‟apparenza e il successo immediato, ci suggerisce il disordine comportamentale: diventiamo tutti consumatori presuntuosi e il gioco è fatto. È questa la nostra idea di indipendenza?

La Chiesa cattolica aveva indicato certi dettami; noi li abbiamo rifiutati, facendo uno scambio di mentalità sociale: cosa ci abbiamo guadagnato? Ci vergogniamo di dirci cristiani, ma chiediamoci: quali sono le altre concezioni di libertà? Il problema di fondo è che l‟uomo non si piega più di fronte a Dio, anzi, si dice libero, ma è schiavo dell‟opinione pubblica; in sostanza la nostra società compie una diseducazione voluta, propone una vita facile, concede tutte le libertà materiali, ma non la libertà di pensare e di spiritualizzarsi. La gente subisce i concetti, perdendo la verticalità della vita. Il modello che ci stiamo proponendo è sbagliato: è il modello dell‟uomo consumatore e omologato che quando non consuma va eliminato con l‟eutanasia infarcita di pietismo! Il nostro non è più un popolo unito da un Ideale, ma una massa di individui surrogati; non è più una comunità, ma solo una società, un involucro colmo di monadi isolate: Bauman parlerebbe di società liquida e del resto il XLI° Rapporto Censis conferma questa tendenza anche in Italia.

Noi ci prefiggiamo lo scopo di uscire dalla mediocrità delle idee preconfezionate per poter creare un presente degno della nostra portata umana. Vogliamo farlo senza presunzione, convinti che i maestri siano di vitale importanza: bisogna costruire partendo dalle radici storico-culturali, avendo come bussola orientativa la nostra tradizione. A voi giovani, da giovane, grido: non viviamo le giornate come vegetali, ma impegniamoci, lavoriamo. Come ci propone saggiamente Seneca, «la vita è lunga se è piena»!

Irene Bertoglio