Come fu che divenni CCP (cattolico credente e praticante)

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Rino Cammilleri, Come fu che divenni CCP (cattolico credente e praticante), Ed. Lindau 2011, ISBN: 978-88-7180-905-2, pp. 208, euro 16,50

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«Il libro che tenete in mano è il racconto della mia conversione al cattolicesimo romano. Non che prima fossi protestante o giainista, no. Come quasi tutti gli atei e gli agnostici d’Italia odierni sono stato battezzato nel rito di Santa Romana Chiesa ma poi, come spesso accade, ho smarrito la via. Per ignoranza. Per noncuranza. Perché il battesimo ti fa, sì, diventare cristiano, ma per mettersi a fare il cristiano ci vuole, appunto, una conversione. Perché raccontarla, domandate? Potrei rispondere come fece Manzoni quando gli chiesero come mai avesse deciso di scrivere il suo capolavoro: “Per fare un po’ di bene”.
Non so quale bene potrà fare, e a chi, questo libro. So solo, e lo garantisco, che la lettura non è noiosa. Infatti, quantunque sia uno dei tanti outing di convertiti (l’ultimo, a mia scienza, è Joe Eszterhas, lo sceneggiatore del celebre film Basic Instinct), non è uguale – e neanche simile – a nessun altro. Come diceva Chesterton (altro convertito): “La Chiesa è una casa con cento porte e nessun uomo vi entra mai con la stessa identica angolazione di un altro”.»
Rino Cammilleri

 

In questi anni di laicismo galoppante, è sempre più importante il ruolo degli apologeti. Quest’ultima categoria è ormai sdoganata e sempre più presente nel pubblico dibattito, nonostante i tanti pregiudizi e le tante contraddizioni che sussistono nel mondo della cultura. Uno di questi è certamente Rino Cammilleri, giornalista, saggista e narratore, che ha al suo attivo testi di apologetica come Consigli del diavolo custode (Piemme) e Dio è cattolico (Lindau) e romanzi come Immortale odium (Rizzoli) e Il crocifisso del samurai (Rizzoli).

 

Lo scorso 12 aprile, Cammilleri è stato ospite della Fondazione Lepanto per la presentazione del suo ultimo volume Come fu che divenni C.C.P. (cattolico credente e praticante) (Lindau 2011). Introdotto dal presidente della Fondazione Lepanto, Roberto de Mattei, lo scrittore ha sottolineato innanzitutto un paradosso che coinvolge gli apologeti e, più in generale, gli intellettuali cattolici d’oggi: «Secondo la logica del mercato uno scrittore cattolico può avere successo soltanto se si cimenta su temi devozionali. Pertanto sul “Corriere della Sera”, ad esempio, Ernesto Galli della Loggia può scrivere su qualsiasi argomento, mentre Vittorio Messori è reputato credibile solo se parla della Madonna o del Papa».

In merito al suo ultimo libro e alla propria conversione, Cammilleri ha raccontato che la sua scoperta della fede, avvenuta nel 1974, all’età di 24 anni, è stata «sofferta e tormentata». «Nessuna conversione – ha aggiunto – è mai uguale ad un’altra e non bisogna illudersi che, una volta avvenuta, la tua vita diventi “tranquilla”. Penso a San Paolo che aveva una vita comoda quando perseguitava i cristiani; dopo la folgorazione sulla via di Damasco fu tormentato, perseguitato, incarcerato, torturato e concluse la sua esistenza terrena con la decapitazione».

La gioventù di Rino Cammilleri, nato ad Agrigento e cresciuto a Pisa, è quella di un figlio del ’68. «Come molti della mia generazione il mio sogno era quello di diventare un cantautore. Feci parte del movimento politico che, a un certo punto lasciai: era partito con il pacifismo ed era finito con il Libretto Rosso di Mao… La Rivoluzione, come la Provvidenza, cerca ogni uomo per portarlo al nichilismo e, spesso, al suicidio». Dal suicidio fu tentato anche il giovane Cammilleri che, dopo aver provato le trasgressioni e gli estremi tipici della sua generazione, sperimentò un gigantesco senso di vuoto. «La sera di Natale del 1974 – ha raccontato lo scrittore al pubblico della Fondazione Lepanto – mi ritrovai a vagare solitario per i vicoli di Pisa. Era una notte stellata ed era visibile anche una cometa. Mi affacciai a vedere l’Arno e sentii come se l’acqua mi attirasse, ritrovandomi come spaventato, scosso… Ripresi a vagare per la città, quando vidi una chiesa aperta con un bagliore di candele e una luce fioca che arrivava dall’interno. Entrando notai un confessionale con un prete dentro e meccanicamente andai ad inginocchiarmi. Avevo un tale groppo in gola che singhiozzavo e non mi uscivano le parole. Il sacerdote comprese di avere davanti un’anima tormentata e me lo disse, poi mi diede comunque l’assoluzione. Uscii dalla chiesa con un grande senso di leggerezza e di pace nel cuore…». (L. M.)

Fonte: Corrispondenza Romana, 22 aprile 2011