Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati

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\"\"Laogai research foundation, Cina. Traffici di morte. Il commercio degli organi dei condannati a morte. A cura di Maria Vittoria Cattanìa e Toni Brandi. Prefazione di Harry Wu – Guerini e Associati, 2008; Pp. 205; ISBN: 8883359747; € 21,50

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In Cina e nell\’estremo Oriente la cultura tradizionale rende estremamente difficile reperire organi umani per i trapianti, perciò la "carità comunista" ha risolto il problema avviando un lucroso commercio di corpi, quello dei condannati a morte.
di Andrea Bartelloni

Secondo la cultura tradizionale cinese, influenzata dal pensiero di Confucio e Zeng Zi, non siamo proprietari del nostro corpo che deve essere restituito agli antenati integro e per alcuni l’anima rimane nel corpo anche dopo che questo ha cessato di vivere. Questo pensiero influenza tutta la cultura della donazione di organi non solo in Cina, ma anche in Giappone e a Singapore e sta alla base delle difficoltà nel reperimento di organi per trapianti.
La “carità comunista”, come titola in inglese il volume Cina, traffici di morte (Guerini e associati, 2008) che la Laogai research foundation (http://www.laogai.org/) ha prodotto, ha risolto il problema culturale utilizzando materiale umano che è presente in abbondanza in Cina: giovani, sani e robusti condannati a morte che danno il loro “consenso informato” all’espianto dei loro organi. Spesso le famiglie restano addirittura all’oscuro di tutto e vengono depistate sul luogo della cremazione dei loro cari. Personale carcerario corrotto, medici e paramedici compiacenti prestano la loro professionalità per quello che sempre più appare un vero e proprio commercio di organi.

A seconda delle necessità del mercato le esecuzioni avvengono in maniera finalizzata al tipo di espianto: per i reni non occorrono particolari precauzioni, mentre invece per il cuore o altri organi, occorre sia una preparazione pre-esecuzione del donatore, che un’esecuzione attenta a non pregiudicare l’espianto. In alcuni casi gli espianti-esecuzioni avvengono i ambiente ospedaliero; in questi casi il ricevente deve essere una personalità o qualcuno che non bada a spese!

Questo traffico è imponente se si pensa che ogni anno in Cina si contano dalle 8000 alle 10000 condanne a morte, come ricorda il dissidente Harry Wu, sopravvissuto per 19 anni in un laogai (l’equivalente cinese del GULag sovietico) che ha raccontato la sua esperienza nel volume Controrivoluzionario. I miei anni nei gulag cinesi, San Paolo, 2008.

Nel 2006 Amnesty International ha denunciato questo traffico e grazie alle pressioni della Laogai research foundation Italia della quale è presidente Toni Brandi, anche il parlamento italiano, nel 2007, si è pronunciato contro il sistema carcerario e repressivo cinese. Amnesty ha anche richiesto la cessazione della raccolta di organi dai detenuti.

Drammatiche sono le testimonianze di medici e pazienti residenti fuori dalla Cina raccolte dallo stesso Harry Wu e riportate nel volume della Laogai foundation che testimoniano di questi traffici legati alla grande disponibilità di organi in questo che è un vero e proprio mercato. Questi trafficanti si vantano della grande disponibilità e scelta dovuta al gran numero di criminali in attesa di sentenza, sentenze legate a confessioni spesso estorte con la tortura.

Pensavamo che l’abisso degli orrori fosse già stato descritti, invece ciò che ieri non era immaginabile oggi, grazie ai progressi della scienza e della medicina, è possibile; un buon fine, la salute di un malato, non giustificherà mai il male commesso.

Che fare? «Perché il male trionfi è sufficiente che gli uomini buoni non facciano nulla» questo ci ricordava già nel XVIII secolo, Edmund Burke; lo stesso concetto fu espresso anche da un sopravvissuto all’orrore comunista, Aleksandr Sozenicyn, con sul «vivere senza menzogna».

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Intervista al dissidente Wu: «Un documento prova che il via libera fu dato dal ministro della Sicurezza»
«Dal boia al chirurgo: traffici di morte in Cina»
Libro-choc svela: il 95 % dei trapianti con organi di condannati alla pena capitale
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Dal boia al chirurgo: «Il 95% degli organi trapiantati in Cina — dice Harry Wu — viene da cadaveri di condannati a morte». Le prove? «Nel 2006 l\’ha ammesso lo stesso vice ministro della Sanità di Pechino. Alla fine hanno dovuto riconoscerlo. Noi lo denunciamo da anni. C\’è un documento segreto datato 1984, firmato da sei responsabili governativi tra cui il ministro della Sicurezza Nazionale, che dava il via libera all\’utilizzo dei giustiziati ». Di nascosto? «Sì. Le ambulanze che seguivano i condannati sul luogo dell\’esecuzione dovevano essere anonime, con le targhe coperte». E oggi? «È permesso dalla legge. A tre condizioni, che di fatto vengono spesso aggirate ». Quali? «Il consenso degli interessati, l\’ok delle famiglie. Il caso in cui nessuno reclami il corpo». Succede spesso? «Prenda me. Ho passato 19 anni nei laogai (campi di lavoro) per aver criticato il governo. Potevo essere giustiziato in ogni momento. La mia famiglia non l\’avrebbe saputo. Mia madre morta suicida, mio padre prigioniero, i miei fratelli mi avevano rinnegato. Nessuno avrebbe chiesto il mio cadavere. Ho visto tanta gente morire così. Non ci sono regole che costringano le autorità a informare le famiglie. Dal 1949 il governo cinese rifiuta di dare notizie sulle esecuzioni». Harry Wu ha 71 anni. È diventato cittadino americano. Vive a Washington, dove presiede la «Laogai Research Foundation » che gode dei finanziamenti (bipartisan) del National Endowment for Democracy. Da oggi a mercoledì 28 maggio sarà in Italia per presentare il volume «Cina Traffici di morte/Il commercio degli organi dei condannati» (Guerini e Associati, pagg. 208, euro 21,50). Secondo Wu in Cina ci sono 600 ospedali pubblici coinvolti in questo business di Stato. «La Cina è il secondo Paese al mondo per trapianti di organi: 13 mila all\’anno contro i 15 mila degli Usa. Ma in Cina non c\’è la cultura della donazione, si deve morire interi. Per questo si sfruttano i condannati, cosa proibita in America». Lei è contro la pena capitale? «Sì, sono abolizionista. Ma in Cina è troppo presto per questa campagna. Noi chiediamo al governo cinese che almeno renda pubblici i dati e le modalità delle esecuzioni». Difficile che i condannati accettino liberamente di donare gli organi. «Non c\’è trasparenza. A occuparsene sono sempre i servizi di sicurezza. Noi abbiamo raccolto testimonianze su moltissimi casi. Dai dottori ai pazienti, anche stranieri: giapponesi, thailandesi. Le esecuzioni possono avvenire negli stessi ospedali». Chi lo dice? «L\’ha raccontato un medico cinese fuggito in America. Un caso fra tanti. Cercavano un cuore. Il medico responsabile è andato nel braccio della morte. Ha individuato un possibile donatore. Lui ha rifiutato. Il medico gli ha chiesto come se la passava. Male: era nudo, incatenato mani e piedi, gli altri detenuti gli avevano rubato persino i vestiti. Facciamo uno scambio, ha detto il medico. Tu mi dai il cuore, io faccio in modo che ti tolgano le catene, ti ridiano i vestiti, ogni giorno ti manderò cibo da fuori: anche il vino. Il condannato ha detto sì. Quando è venuto il giorno, l\’hanno portato in un cortile nel retro dell\’ospedale. In una sorta di garage c\’era una sala operatoria attrezzata. Gli hanno sparato alla testa, espiantato il cuore. E poi subito il trapianto. Riuscito». Quando è stato? Negli anni \’90. Abbiamo i documenti. È uno dei tanti casi. Molti dottori hanno testimoniato. Per questo in America c\’è una legge che proibisce ai chirurghi cinesi di visitare gli Usa». I medici cosa dicono? «Ho visitato ospedali in Cina nel 1994. Dicono che la provenienza degli organi non è un problema loro, che tanto i condannati morirebbero comunque. Ma non è giusto, non è umano». Si stima che la Cina metta a morte oltre 10 mila persone l\’anno. Il super-lavoro del boia è dovuto alla richiesta di organi? «Non posso dire questo. Quello che so è che, a seconda delle esigenze degli ospedali, si può decidere chi deve morire subito e chi può aspettare». Nel braccio della morte cinese meglio avere un cuore malandato.

Michele Farina
CorSera, 26 maggio 2008