Chi sono i nemici della scienza?

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\"\"Giorgio Israel, Chi sono i nemici della scienza? Riflessioni su un disastro educativo e culturale, Ed. Lindau 2008, pp. 352, euro 21,50, ISBN: 978-88-7180-723-2

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IL LIBRO
Molti lamentano la crisi della cultura scientifica e la diffusione di un analfabetismo scientifico e tecnologico che inizia nella scuola e sarebbe alimentato da una diffusa ostilità nei confronti della scienza. Il modo di curare questa malattia consisterebbe nel propinare una overdose di informazione e divulgazione scientifica improntata a immagini positive e in contrasto con la cultura umanistica «parolaia».
Questo libro si propone di dimostrare che il male ha cause ben diverse. La crisi attuale è alimentata dai fautori di un rozzo scientismo di stampo positivistico, dai divulgatori che presentano in modo magico e acritico ogni risultato scientifico-tecnologico e da coloro che escludono la scienza dalla cultura, riducendola a tecniche di «problem-solving », a mera abilità pratica, in definitiva priva di attrattive per chi continui a nutrire interesse per la conoscenza. Il volume collega la crisi della cultura scientifica a un disastro educativo che sta sgretolando le fondamenta delle strutture dell’istruzione. Sotto l’influsso di teorie pedagogico-didattiche sedicenti progressiste la scuola si sta trasformando da luogo di formazione e di cultura in un laboratorio di metodologia dell’autoapprendimento. Come ha scritto Jean-François Revel, «la decadenza dell’insegnamento da trent’anni è conseguenza di una scelta deliberata secondo la quale la scuola non deve avere come funzione la trasmissione della conoscenza».
Il libro è concentrato sul caso italiano ma molte delle riflessioni sviluppate hanno valore più generale e mettono in luce un processo che è espressione di una crisi della cultura occidentale in alcuni dei suoi nodi nevralgici: la cultura scientifica, la scienza e il suo insegnamento.

L\’AUTORE
GIORGIO ISRAEL è professore ordinario di Matematiche complementari presso l’Università di Roma «La Sapienza». È membro dell’Académie Internationale d’Histoire des Sciences ed è stato professore presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi. È autore di più di duecento articoli scientifici e di una ventina di libri tra cui: The Invisible Hand. Economic Equilibrium in the History of Science (con B. Ingrao), MIT Press, 2000; La visione matematica della realtà, Laterza, 2003 (3ª ed.); The Biology of Numbers (con A. Millán Gasca), Birkhäuser, 2002; La macchina vivente. Contro le visioni meccaniciste dell’uomo, Bollati Boringhieri, 2004; Liberarsi dei demoni. Odio di sé, scientismo e relativismo, Marietti, 2006.

Recensione di di Gennaro Lubrano Di Diego (da Edscuola.it)

A chi lavora nella scuola e vive le difficoltà e le meraviglie del mestiere dell’educare, capita a volte di desiderare di leggere dei libri che descrivano, con competenza e profondità, lontano da clichè usurati e insipienti oppure da miserevoli quanto generiche geremiadi senza prospettiva, il declino e la slavina della scuola italiana ma anche il perdurante fascino dell’avventura educativa, insidiata oggi da una molteplicità di “nemici” interni ed esterni, che attentano ogni giorno di più alla serietà di quella complicatissima e delicata funzione sociale e formativa che è l’insegnamento.

Dobbiamo al rigore scientifico e alla verve da polemista di Giorgio Israel se questo libro sia oggi finalmente consultabile. Il testo ha un titolo e un sottotitolo (Chi sono i nemici della scienza? Riflessioni su un disastro educativo e culturale e documenti di malascienza) inequivocabili ed evocativi del nesso che l’autore ritiene cogente tra la crisi della scuola e dei saperi che lì si dovrebbero trasmettere e la più generale tendenza dell’epistemologia italiana, che soffrirebbe gli effetti del dominio dello scientismo nelle due varianti dell’oggettivismo assolutistico e del relativismo tendenzialmente nichilista.

Israel è un autorevolissimo matematico ed epistemologo ed è quasi naturale che egli veda il fenomeno dello smottamento delle istituzioni educative del nostro Paese come parte di una più generale crisi della cultura scientifica in Italia. La cornice teorica generale da cui muove la complessa e articolata trama del libro è una discussione critica, puntuale e approfondita, degli esiti culturali, oltre che pratico-economici, a cui sta conducendo la tecno-scienza, cioè una declinazione della scienza nell’ambito della quale l’apporto dell’elemento teorico e della ricerca di base è sempre più sacrificato alla sua dimensione tecnica e pratica.

Alla perdita di consapevolezza del carattere complessivamente conoscitivo e culturale dell’impresa scientifica dell’uomo, soggetta ad una restrizione praticizzante e tecnicistica, si accompagna uno smarrimento esiziale delle relazioni genealogiche che legano il sapere scientifico a quello umanistico-filosofico. In questo modo si contribuisce a scavare un fossato sempre più profondo tra le discipline, che le impoverisce tutte fino a snaturarle nella loro vocazione originaria di strumenti essenziali della comprensione della natura e dell’uomo.

La stessa divulgazione scientifica risente di una interpretazione paleo-positivistica della scienza, identificata, senza alcuna cautela storica e critica, con un’ontologia materialista concepita come necessario presupposto teorico delle applicazioni pratiche e tecnologiche.

Fin qui le considerazioni generali a proposito del testo di Israel.

Ma il libro acquista una valore impareggiabile e che ne fa una vera e propria miniera di spunti problematici per chi volesse ficcare bene bene il naso nella crisi della scuola italiana, quando il discorso epistemologico generale viene, da Israel, declinato per cogliere la complessa necrosi che attanaglia le nostre istituzione educative e che un decennio di convulse e disorganiche riforme legislative ha solo reso più acuta e dolente.

La scuola italiana, secondo Israel, sta subendo da quasi due decenni un attacco concentrico che ne sta dissolvendo la tradizionale – e certo aggiornabile – funzione di trasmissione dei patrimoni culturali della nostra tradizione.

I protagonisti di questo scardinamento sostanziale e sistematico della scuola hanno nomi ben definiti; essi sono lo scientismo dozzinale, un aziendalismo pacchiano e di maniera (che considera il sapere come una merce qualsiasi e gli studenti come utenti), la cultura declinata nella forma della spettacolarizzazione ad ogni costo, il pedagogismo vuoto e pretenzioso, un’enfasi fuori luogo sull’elemento della “valutazione oggettiva”, insensibile alla natura inevitabilmente soggettiva delle prestazioni culturali, che non si lasciano ingabbiare in formalizzate e standardizzate misurazioni quantitative; infine, un metodologismo altrettanto supponente che presume di surrogare il collasso e lo spezzettamento delle conoscenze attraverso il ricorso alla formula magico-misterica delle competenze o a quella ben più equivoca delle abilità.

Se a ciò aggiungiamo: 1) gli effetti di lunga durata di un permissivismo ideologico, partorito in lontane stagioni politico-culturali, 2) di una cultura egualitaristica che appiattisce le eccellenze sulle mediocrità invece di innalzare le mediocrità al livello delle eccellenze, 3) di un meccanismo di selezione della docenza assolutamente inadeguato, che ha ridotto la scuola a sistema di compensazione di un mercato del lavoro generalmente poco dinamico e asfittico, 4) di una generale perdita di prestigio e di valore della cultura, il panorama sconsolante non può che essere quello che ogni docente vive e patisce ogni giorno nel suo lavoro.

L’analisi di Israel, a questo riguardo, copre la crisi profonda di tutti i gradi dell’istruzione in Italia, dalle elementari alle Università, crisi del resto confermata da recenti indagini e dal rapporto Ocse-Pisa, che impietosamente ha relegato i nostri studenti in fondo alla classifica delle competenze in alcune discipline.

Fin qui la pars destruens dell’analisi di Israel, che, sul piano politico, non fa sconti né al centrodestra né al centrosinistra, accumunati da un’analoga attitudine alla estemporaneità delle politiche della formazione e dell’istruzione, poco consapevoli del dramma educativo che viviamo

Israel sembra invitare i docenti italiani, di ogni ordine e grado, ad una presa di coscienza della gravità della crisi in atto e ad una lotta senza quartiere contro le consorterie dei pedagogisti che vorrebbero ridurre il peso e il ruolo che i contenuti culturali dovrebbero inevitabilmente svolgere nella formazione degli studenti a favore di un “chiacchiericcio metodologico e del cianciare delle tecniche del nulla”.

Questo nella convinzione, come lo stesso Israel ha scritto in un articolo pubblicato tempo fa su Il Mattino, chiamando in causa Fabrizio Foschi, che “la relazione tra docente e allievo nell’apprendimento non può essere ridotta a un problema tecnico e non esistono didattiche operative che garantiscano un buon trasferimento delle conoscenze dall’insegnante all’alunno. Il processo di apprendimento si basa su un rapporto tra persone, in cui «l’adulto comunica anzitutto, attraverso la materia o l’attività che svolge, una ipotesi di significato che vive in prima persona, e l’allievo impegna la sua libertà nella verifica, talvolta faticosa ma sempre appagante, della scelta di una strada esistenziale, culturale e professionale che si chiarifica seguendo dei maestri.

La scienza non può diventare ostaggio dell\’ideologia progressista

di Giorgio Israel

breve estratto tratto dal libro

La questione culturale è sempre stata particolarmente a cuore della sinistra e, in particolare, dei comunisti. Questo interesse si è manifestato in forme particolarmente accentuate nel comunismo italiano – proponendosi come modello anche all’estero – per l’insegnamento di Antonio Gramsci, secondo cui l’egemonia sulla società poteva essere ottenuta conquistando, attraverso un lungo cammino, quelle che egli chiamò le robuste “casematte” che si vedono dietro la facciata tremolante dello Stato e che ne costituiscono la struttura portante, tra le quali hanno un ruolo centrale la cultura e le sue forme istituzionali. Non c’è dubbio che su questo terreno il partito comunista abbia mietuto i suoi maggiori successi: dal secondo dopoguerra ad oggi, la cultura comunista è stata sempre più presente ed egemone nell’editoria, nell’università, nella radio e nella televisione, nonché in tutte le manifestazioni culturali dei tipi più disparati, fino a divenire dilagante.

È interessante notare che fino agli anni sessanta la presenza comunista non appariva particolarmente rilevante nelle università. Nel 1964, la vicenda della morte di uno studente di sinistra nel corso di uno scontro fisico con gli estremisti di destra che spadroneggiavano nell’università di Roma, fu l’occasione per un ingresso massiccio delle forze politiche antifasciste in una zona che pareva loro preclusa, e tra queste quella che riuscì a farsi largo più efficacemente fu quella comunista. Il sessantotto fece il resto: anche se in buona misura favorì posizioni ostili al partito comunista, alla fine chi ne guadagnò di più sul piano istituzionale fu quest’ultimo. È fuor di dubbio che, a partire dagli anni settanta, molte candidature alle cariche di rettore delle università, di presidi di facoltà e talora persino di direttori di istituti e dipartimenti – spesso risultate vincenti – venivano decise a tavolino in riunioni di partito. Oggi, ovviamente, la situazione è differente, per il processo di frammentazione di cui si diceva prima, ma è indubbio che le università sono largamente orientate a sinistra. A tal punto che, qualsiasi provvedimento sgradito venga preso da un ministro di sinistra suscita soltanto mugugni nei corridoi, mentre qualsiasi provvedimento venga preso da un governo di centro-destra suscita manifestazioni furibonde. La scuola si è rivelato un campo più difficile e complicato, dove hanno esteso la loro influenza soprattutto i sindacati. Sul piano prettamente culturale qui il ruolo primario è stato assunto dal pedagogismo, che ha cercato (e cerca) di superare le difficoltà di esercitare un’egemonia capillare su una sistema così vasto e complesso, tentando di ridurre l’autonomia degli insegnanti e di ricondurre la gestione del sistema a criteri imposti da “esperti” dell’“apprendimento”. È difficile trovare un esempio più clamoroso di un gruppo che si presenta come politicamente neutrale e trasversale e che, invece, è espressione di un’ideologia intimamente “di sinistra”.

È necessario fare una precisazione importante. Non apprezzo il moralismo e ritengo che se un’egemonia si manifesta e si impone nei fatti, il torto è di chi non sa esprimere idee migliori. Si potrebbe ben dire che, se la sinistra è culturalmente più capace, peggio per gli altri… Sono convinto che i regimi delle “quote” siano profondamente sbagliati e, in fin dei conti, penalizzino le capacità personali. Quindi, non è certo con un simile regime che si può pensare di garantire un’“equa” occupazione delle “casematte”– cattedre, posizioni nelle case editrici, controllo di iniziative culturali, ecc. Sarebbe come sostituire al principio del merito quello della “lottizzazione” partitica. Un secondo motivo per evitare discorsi insulsamente moralistici è che la tentazione di privilegiare i propri amici non è certamente una prerogativa di sinistra: lungi da noi fare discorsi simili a quelli di Umberto Eco. Potremmo fermarci qui se non fosse che l’egemonia culturale della sinistra non è più il frutto di una maggiore capacità. Soprattutto oggi, la cultura di sinistra appare allo sbando, nella misura in cui, invece di rigenerarsi e cercare nuovi riferimenti e nuove idee si attacca con disperata nostalgia alle consunte stampelle del passato. Appare evidente che questa egemonia sopravvive oggi soprattutto come frutto di una consolidata occupazione delle posizioni di potere e di una collaudata abilità di gestione che è sorretta da un fattore tanto più potente in quanto frutto di una convinzione sincera. Si tratta, per l’appunto, della perdurante convinzione che chi è “di sinistra” – indipendentemente da quel che dovrebbe significare questa etichetta, cioè quasi più niente di ben definito – sia migliore, più bravo, più intelligente, e che quel che pensa, dice, scrive e insegna sia più utile alla società, mentre quel che fanno gli altri sia pericoloso ed efferato. Di conseguenza, è vissuto come una sorta di dovere morale il privilegiare i “compagni” – il termine è sopravvissuto alla fine del partito comunista – e portarli dovunque ai primi posti, dove potranno garantire il controllo “progressista” e “democratico” della cultura. Le manifestazioni estreme di questo modo di vedere furono plasticamente rappresentate dai verbali di esame che, durante il sessantotto, venivano lasciati aperti ai “compagni” che apponevano la loro firma accanto a un voto unico (almeno ventisette), mentre tutti gli “altri” sostenevano regolarmente le prove. Ma, se questi casi limite appartengono al passato, è di oggi la vicenda di una persona che, non vedendomi da trent’anni ed essendo rimasto fermo il suo orologio all’epoca della mia militanza comunista, mi fece una raccomandazione motivandola non con le qualità scientifiche del candidato o con un suo interesse personale a promuoverlo, bensì offrendo garanzie circa la sua “affidabilità politica”… Quella persona credeva di far risuonare le corde del sentimento di una comune missione. All’epoca del partito comunista questa missione si realizzava concretamente nel tentativo di conquistare il potere attraverso l’estensione dell’egemonia. Oggi, tutto questo non c’è più. Quel che è rimasto, in tutta la sinistra, è il sentimento che occorre chiudere le porte ai “barbari”, ai “selvaggi”, ai “reazionari”, agli “antidemocratici”. Per quanto la sinistra possa dilaniarsi nei suoi conflitti interni e nelle sue liti, essa conserva un comune collante rappresentato dalla necessità assoluta di far fronte all’“altro” – identificato nella destra, nella reazione, nel fascismo, nell’oscurantismo – e di occupare tutte le posizioni con persone che partecipino di quel minimo comun denominatore di convinzioni “progressiste”.

Naturalmente, per quanto si tratti dei brandelli di quella che fu una cultura compatta e organica come poche, la crisi del comunismo (e dei suoi incroci con il cosiddetto “cattolicesimo democratico”) ha lasciato qualcosa sul terreno che definisce quel comun denominatore di convinzioni “progressiste”: un generico sentimento anticapitalista e antimperialista, il mito dell’egualitarismo, il terzomondismo e quel pasticciato assemblaggio di aspirazioni alla pace universale che va sotto il nome di “multiculturalismo”. Accanto a questi aspetti, uno degli elementi fondamentali del minimo comun denominatore di “progressismo” è rappresentato dalla nuova teologia sostitutiva: la fede nella scienza e nella tecnologia, nel progresso scientifico e tecnologico. “Nemici della scienza” sono tutti coloro che non credono ciecamente nella nuova religione e che osano avanzare una sia pur minima critica delle tendenze e delle realizzazioni pratiche della tecnoscienza contemporanea. Quando si tratta di letterati o di religiosi, la cosa più semplice è metterli all’indice come persone ignoranti oppure ostili alla ragione scientifica. Nel caso malaugurato in cui si tratti di scienziati, li si censura, sperando che nessuno si accorga della loro presenza e, se questo non è possibile, li si bolla come traditori e venduti. “Anche tu matematico”, era il titolo di una recensione a un mio libro, che esprimeva molto efficacemente un’inesorabile scomunica e la messa al bando dalla comunità dei credenti nella fede scientifica: anche tu, o Bruto, hai pugnalato la scienza… Inutile dire che quel libro non conteneva il minimo attacco alla scienza. Al contrario, mirava a difendere i diritti della ragione scientifica contro certe degenerazioni della tecnologia. Ma figurarsi… Quel che è caratteristico delle fedi assolute è di definire un insieme di principi dogmatici che sono considerati come “veri” di per sé: chi non vi crede o li viola in qualsiasi modo, è un eretico e gli vengono appioppate le qualifiche distintive dell’eresia. Nel nostro caso, le qualifiche dell’“eresia” sono, oltre a quella naturale di “nemico della scienza”, quelle ereditate dall’ortodossia progressista: “nemico del progresso”, “oscurantista”, “reazionario”, nemico del “libero pensiero” e della “ragione”, e via dicendo.

Oggi, che i dogmi dello scientismo sono divenuti un elemento caratterizzante dell’essere “di sinistra” e “progressista”, chiunque non vi aderisca è automaticamente collocato nella schiera della reazione, indipendentemente da quali siano le sue convinzioni e senza alcuna possibilità di far ascoltare la sua voce al di fuori di un contesto di contrapposizione frontale. Abbiamo ricordato come, negli anni sessanta e settanta, la sinistra si divideva tra scientisti e coloro che sostenevano il carattere “non neutrale” della scienza e quindi ne sviluppavano una critica anche di contenuto. Ora che la sinistra ha adottato in toto la prima posizione, i secondi sono senza casa e, se non la sentono di essere additati come “di destra”, tacciono. Chiunque osservi con un minimo di attenzione il panorama attuale non potrà non constatare l’isolamento di coloro che hanno sostenuto allora quelle posizioni e che oggi vengono semplicemente gratificati di silenzio, se non vogliono pagare il prezzo del “tradimento”. Una vicenda che ha clamorosamente messo in evidenza questo stato di cose è stato il dibattito che si è sviluppato nel 2005 attorno al referendum sulla legge 40 sulla procreazione assistita. Non c’è stato verso: nessun dibattito magari vivace e anche polemico, ma esente dalla manìa di etichettare l’altro, è stato possibile. I difensori della legge e tutti coloro che hanno avanzati argomenti contro i rischi dell’emergere di una nuova eugenetica – si trattasse pure di autorevoli personaggi della sinistra – sono stati etichettati con il marchio infamante e indelebile di “reazionari”, “nemici del progresso e della scienza”.

Ho promesso di evitare l’elencazione di casi specifici, e manterrò la promessa. Non posso però evitare di portare, sia pure in termini generici, la testimonianza personale di che cosa significhi non accettare di rinunziare a esprimere idee in cui si crede sinceramente, nella convinzione – che richiede di essere confutata, non condannata – che determinati sviluppi della tecnoscienza rappresentino un rischio per la conoscenza scientifica e per la società nel suo complesso; e, per giunta, nella convinzione che una sinistra attenta a valori umanistici dovrebbe essere particolarmente sensibile a questi temi, soprattutto quando non sono presentati entro la cornice di vecchi discorsi di stampo sessantottino sulla non-neutralità capitalistica della scienza, che – questi sì – possono portare ad atteggiamenti antiscientifici. Ebbene, fare una simile scelta significa pagare il prezzo di essere classificati come reazionari e oscurantisti, qualsiasi cosa si dica e quale che sia il valore degli argomenti avanzati.

Dieci anni fa scrissi un libro in cui sviluppavo un’analisi critica degli sviluppi oscurantisti di certo tecnoscientismo (Il giardino dei noci. Incubi postmoderni e tirannia della tecnoscienza, Napoli, Cuen, 1998). La sua pubblicazione presso un piccolo editore fu l’esito di una via crucis presso un gran numero di editori di maggior rilievo, il cui rifiuto di pubblicare il libro non era mai motivato con critiche specifiche al testo ed alla sua qualità, ma da osservazioni del tipo: «È l’espressione di una crisi mistica dell’autore». Vi fu un caso in cui mi si chiese semplicemente se ero in condizione di ottenere la prefazione di tale esponente di punta dello scientismo, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla. In un altro caso si chiese – che coincidenza… – di tagliare il capitolo sul marxismo, ritenuto troppo critico (che contenesse errori o affermazioni insostenibili, non fu mai detto). Una via crucis analoga dovetti sostenerla per un altro libro critico del meccanicismo (La macchina vivente, Milano, Bollati Boringhieri, 2004), tra chi riproponeva la tesi della “crisi mistica” e chi lamentava la presenza di un capitolo sul mito del Golem, roba “antiscientifica”, evidentemente. Fu alfine degnamente pubblicato. Un critico – manco a dirlo “progressista” – ne era talmente entusiasta da volerne fare una recensione. Egli mi intrattenne in una lunga passeggiata sui temi del libro, sempre più convinto ed entusiasta. Fino a che si arrestò in mezzo alla strada, preso da un dubbio improvviso: «Ma non è che per caso sotto sotto c’è un’ispirazione spiritualista… insomma, non è che sei religioso?». Risposi evasivamente, ma non bastò: la recensione non uscì mai.

Potrei raccontare che cosa significa scrivere su un giornale come Il Foglio, uno pochissimi organi di stampa che ospita tesi non convenzionali sulla scienza: significa ricevere lettere di “scienziati” che ti chiedono come sei potuto scendere così in basso da collaborare a una simile testata, oppure ti chiedono la copia di un tuo articolo, perché non potrebbero sporcarsi le mani a toccare quelle pagine. Insomma, non stare nell’ortodossia scientista significa pagare il prezzo del boicottaggio: difficoltà nell’editoria e sulla stampa, taglio negli inviti ai convegni, ai festival e a tutte le iniziative promosse dalle “casematte” della cultura, in cui imperversa la solita compagnia di giro. Si può essere anche censurati se si osa sottoporre a critica, pur in termini rigorosamente scientifici, un articolo il cui autore sia uno dei mostri sacri dello scientismo progressista, e si rischia di essere immediatamente catalogati come “di destra”, anche se il contrario è vero. Resta la consolazione, anzi la vera e propria remunerazione, di essere ascoltati in ambienti in cui predomina un autentico interesse per le idee, piuttosto che l’esibizione della scienza da avanspettacolo.