Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni

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MONALDO LEOPARDI, Catechismo filosofico e Catechismo sulle rivoluzioni, con un saggio introduttivo di Lidia Zawada, Ed. Fede & Cultura, Verona 2006, pp. 224, ISBN 88-89913-09-6

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Monaldo Leopardi utilizza il tradizionale metodo delle “domande e risposte” – recentemente usato nel Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica – per i suoi due Catechismi che vengono qui riproposti dopo oltre 170 anni senza che abbiano perso mordente o freschezza. Il Catechismo filosofico, in particolare, ebbe un successo tale, all’epoca della sua pubblicazione, da suscitare dibattiti persino alla Camera dei Comuni di Londra. Il Catechismo filosofico, che per Monaldo che deve “precedere o per lo meno deve accompagnare i primi ammaestramenti della gioventù”, costituisce un brillante compendio nel quale sono esposti i princìpi della tradizione e confutati i princìpi del liberalismo. Il Catechismo sulle rivoluzioni, un breve libretto che ha come oggetto esclusivamente la categoria di Rivoluzione, considerata come una rivolta contro l’ordine naturale. Semplici e graffianti, le due opere riassumono in modo brillante il pensiero del conte recanatese, rivelandosi utili non solo per rileggere con una prospettiva originale la storia della nostra penisola, ma anche per interpretare sotto una nuova luce il nostro tempo.

Pubblichiamo uno stralcio dal saggio introduttivo di Lidia Zawada.

Scorrere la critica a Monaldo e al suo lavoro è parecchio interessante. A partire da quella che fu forse la prima in assoluto, quel “sozzi fanatici dialogacci” di Giacomo; passando per l’elogio funebre che gli fece il barnabita padre Gavazzi (“In luogo di sentirsi l’elogio del povero babbo, se ne è sentita un amara critica rapporto alle sue opinione massime contrarie al moderno progressismo”, scrisse sconsolato Pier Francesco); fino a quella del D’Ancona, il quale confessa candidamente di non aver letto i Dialoghetti “se non per gli estratti datine dal Lamennais”; per tacere di quelle francamente insultanti e calunniose…
Per la verità non sono mai mancati studiosi – pochi – che, superando la pigrizia intellettuale di chi ricicla i soliti luoghi comuni, si sono accostati alla vita e agli scritti di Monaldo dimostrando infondate tante brutte cose che sono state scritte sul conte, in particolare per quanto riguarda il rapporto con il figlio Giacomo; possiamo citare come esempi il De Sanctis, il Piergili, l’Antona–Traversi, il Foschi.
Ma in genere questa benevolenza – che non pare comunque aver riscosso un grande successo – si ferma alla valutazione dell’uomo Monaldo; si spinge al massimo al giudizio sulla sua brillante attività amministrativa pubblica. Ciò che pare veramente impossibile è la riabilitazione delle sue idee politiche (come se potessero essere disgiunte dalla sua vita, dal suo pensiero, dal suo cattolicesimo…).
Non pare che in questo modo si renda poi un gran servizio a Monaldo: egli diviene così una ingenua vittima della rigida educazione impartitagli; o addirittura in preda ad un disturbo da personalità multipla: il padre amorevole, l’amministratore intelligente ed aperto, lo scrittore brillante e divertente si trasformava misteriosamente in un ottuso e sadico reazionario (può essere altrimenti un contro-rivoluzionario?) appena si accingeva a ragionare di politica.
C’è pure chi, ammirandolo per i meriti culturali e intellettuali, lo chiama… “illuminista”, forse neppure avvedendosi di chiedergli un’abiura da rivoltamento nella tomba.
Verrebbe da commentare, con le parole del Foschi: “Per la verità i posteri non hanno ancora capito granché di Monaldo”.

Per dirla apertamente: pare proprio che il mite Monaldo e il suo pensiero facciano ancora paura.
Forse proprio perché, se “il volgo de’ leggenti” lo avvicinasse e trovasse i suoi scritti facili, divertenti e, chissà, interessanti, potrebbe accostarsi al pensiero contro-rivoluzionario. E magari giudicarlo meno assurdo di quanto in genere si sostenga. Potrebbe scoprire un sistema di pensiero organico, profondo, forse addirittura dignitoso e, soprattutto, vero; potrebbe venire a conoscenza di uomini che non avevano nulla da guadagnare (su questa terra) nella difesa dell’ordine naturale e che invece vi si dedicarono a costo di grandi sacrifici; infine potrebbe avere una lettura diversa della storia della nostra penisola e non solo.
Insomma, Monaldo potrebbe essere una fenestretta piccola dalla quale se può vedere cose grandi. Il pensiero tradizionale emerge limpido dai suoi scritti ed è reso accessibile dallo stile volutamente ed efficacemente divulgativo.
Ecco, questi potrebbero essere motivi validi e sufficienti per riproporre Monaldo al pubblico.