Cammilleri, La vera storia dell’inquisizione

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Rino Cammilleri, La vera storia dell’inquisizione (Ed. Piemme, Casale Monferrato 2001, Euro 12,39, pagg.153)
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Il problema di fondo non era teologico bensì sociale
Occorre distinguere fra inquisizione medievale, inquisizione spagnola e inquisizione romana
Parlare dell’Inquisizione? Un vero problema.
Può un cattolico discuterne tranquillamente senza arrossire e voltarsi dall’altra parte, o senza annuire dando completa soddisfazione al proprio interlocutore?
Rino Cammilleri, noto scrittore, giornalista e polemista cattolico, anzi Kattolico, come ama definirsi, nel suo libro “La vera storia dell’Inquisizione” prova a dare, a quanti non siano animati da insuperabili preconcetti, qualche serio spunto di riflessione per esaminare con maggiore serenità di giudizio quel fenomeno che fu l’Inquisizione.
Fenomeno?
Sì, perché non è comunque facile definire una realtà che di fatto ha attraversato le Nazioni e i secoli, gli oceani e le culture. Già questo basterebbe per dimostrarne la complessità, che invece con sufficienza si liquida sbrigativamente con un paio di sprezzanti battute.

Ciò accade nei comuni ambienti scolastico/mediatici.
Già a livello scientifico e universitario le cose stanno ben diversamente. Ormai, scrive Cammilleri, le ricerche d’archivio e i documenti studiati (a parte, ovviamente, quanto è andato irrimediabilmente distrutto) consentono di avere un quadro pressocchè esaustivo di ciò che l’Inquisizione effettivamente è stata.

Ma andiamo con ordine.
Storiograficamente è necessario distinguere fra inquisizione medievale, inquisizione spagnola e inquisizione romana.

La prima nasce ufficialmente nel 1184, con un editto di Papa Lucio III che istituisce il tribunale quale risposta alla diffusione dei movimenti catari.
Il catarismo, prima eresia di massa, era originario dell’Oriente, ma in Occidente aveva trovato ampio consenso.
I Catari si consideravano "perfetti". Ma il problema di fondo non era teologico, bensì sociale, in quanto essi ripudiavano tutto ciò che era alla base del vivere civile del tempo. In particolare disprezzavano la procreazione e il giuramento, e facevano l’apologia del suicidio. Soprattutto l’odio verso la vita nascente dimostrava palesemente la loro origine manichea.
Il manicheismo considera infatti la creazione come l’opera di un dio malvagio. Da qui la missione degli "illuminati", o dei "perfetti", di riportare l’umanità ad una originaria unità indistinta, evitando in qualsiasi modo di collaborare con l’azione creatrice di Dio.
Ecco quindi il rifiuto per la procreazione e addirittura l’apologia del suicidio: una volta raggiunto il massimo grado di perfezione non c’era infatti più ragione di continuare a vivere.
Anche il divieto del giuramento era una vera e propria bomba per la società del tempo, dove esso sostituiva il contratto e la carta bollata: senza giuramento veniva meno, di fatto, la certezza del diritto.
Il problema più grave era comunque l’aggressività dei catari, i quali non si accontentavano di tenere per sé il proprio credo, ma aizzavano la gente contro il cattolicesimo.
Era una lotta sfrenata contro la Chiesa e i suoi rappresentanti, e dove arrivavano i catari, che comunque rimanevano sempre una minoranza, non c’era più posto per vescovi e sacerdoti.
In tale lotta i catari non disdegnarono le alleanze strategiche con i Saraceni, che infestavano con le loro incursioni tutta l’Europa meridionale: così la società cristiana del tempo si trovò ad affrontare un duplice tremendo pericolo: i saraceni all’esterno e i catari all’interno.
La prospettiva di questi ultimi, abbiamo detto, era totalizzante.
Diffuso soprattutto nella Francia meridionale, ma anche in Germania e nelle Fiandre, il catarismo penetrò in Italia e minacciò da vicino Roma: basti pensare che Orvieto, a due passi dalla Città eterna, fu conquistata al catarismo.

Da molte province si sollevò il lamento dei cattolici, che vedevano irrimediabilmente minacciata la loro sopravvivenza.
Fu per questi motivi che il Papa Lucio III incaricò uno speciale tribunale di indagare autonomamente sui reati di eresia: l’inquisizione era appunto un’investigazione di ufficio, una magistratura inquirente, diremmo oggi.

Molto spesso le sue procedure e le ampie garanzie giuridiche che si accompagnavano salvarono gli eretici dalle mani di principi e popolani inferociti.
Ci vollero comunque decenni perché l’Inquisizione riuscisse ad ottenere qualche risultato concreto contro i catari; all’inizio, infatti, i vescovi incaricati delle indagini, per vari motivi, preferivano lasciar correre; tant’è che si hanno frequenti casi di sommosse contro l’inerzia dei vescovi, e popolani che si organizzano per mandare al rogo gli eretici.
A proposito del rogo va ricordato che questa, nel diritto romano, era la pena di quanti si macchiavano del reato di lesa maestà: l’eresia era considerata a tale stregua perché, come si è detto, mirava innanzi tutto a sovvertire l’esistente ordine politico e sociale.

L’imperatore Federico II di Svevia, osannato dalla storiografia liberale in funzione anti-pontificia, fu uno dei sovrani che maggiormente si distinse nel mandare al rogo gli eretici o nel condannarli ad altre pene severissime.

Nel XIII° secolo, visto il continuo e inarrestabile dilagare dell’eresia, i pontefici tolsero l’incarico ai vescovi e lo affidarono prima ai legati papali e successivamente a Domenicani e Francescani, i più preparati nel discettare e controbattere alle argomentazioni dei catari.
Solo all’inizio del XV° secolo la cristianità ne ebbe definitivamente ragione.

Ma ecco il giudizio sull’Inquisizione medievale dato dallo storico americano Henry C. Lea che, come scrive Rino Cammilleri, non può considerarsi autore affatto tenero nei confronti dell’inquisizione:
"Qualunque orrore possano ispirarci i mezzi impiegati per combatterli, qual che sia la pietà che dobbiamo provare per quelli che morirono vittime delle loro convinzioni, riconosciamo senza esitare che la causa dell’ortodossia non era altro che quella della civiltà e del progresso. Se il catarismo fosse divenuto dominante o soltanto uguale al cattolicesimo, non si può dubitare che la sua influenza sarebbe stata disastrosa".

Roberto Cavallo
(C) Il Corriere del Sud n. 7/2002 – Anno XI – 1 Aprile/15 Aprile

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L’Inquisizione

 

E’ più corretto parlare di Inquisizioni, al plurale, perché questa istituzione ecclesiastica fu molto diversificata, a seconda dei tempi e dei luoghi. Così abbiamo l’Inquisizione medievale, quella spagnola, quella Romana (Sant’Uffizio), quelle laiche e quelle protestanti.

La prima nacque di fronte a un problema preciso: l eresia catara. In verità i catari, o neo-manichei, professavano non tanto un’eresia, quanto una vera e propria religione alternativa, tremenda e distruttiva.

Già per i manichei a suo tempo Diocleziano aveva decretato il rogo. Infatti essi sostenevano che ci sono due divinità, una buona e una cattiva. E’ quella malvagia ad aver creato il mondo; dunque il mondo merita di scomparire e ogni cosa che può perpetuarlo è riprovevole. Dall’Oriente balcanico il neo-manichesimo si diffuse in Europa, con epicentri soprattutto nel meridione della Francia e nell’Italia settentrionale. Gli adepti chiamavano se stessi catari (dal greco, lingua dell’Oriente bizantino; vuol dire "puro") e predicavano il divieto di procreare. Erano conosciuti anche come bogomili, patarini e con un’infinità di altri nomi. I "perfetti" si distaccavano completamente da tutto, raggiungendo uno stadio semi-vegetale. Avevano un unico sacramento, il "consolamentum", che poteva essere amministrato solo una volta nella vita. Per questo praticavano l ‘endura, cioè il suicidio assistito dopo la somministrazione del "consolamentum". Gli adepti non "perfetti" potevano praticare qualsiasi attività sessuale purché non feconda. Era loro vietato prestare giuramento alle autorità; di fatto potevano mentire e commettere qualsiasi infrazione, perché il mondo meritava di finire al più presto. Non mangiavano carne, uova e latticini e la loro apparente austerità di vita ammaliava soprattutto quello che oggi definiremmo sottoproletariato urbano, ignorante e sensibile ai millenarismi sovvertitori.

Immediatamente le autorità civili del tempo si resero conto di trovarsi di fronte a un gravissimo pericolo di sovversione: il mondo medievale era fondato sulla parola data (l’omaggio feudale) nonché sulla filosofia cristiana; dunque gli eretici erano pericolosissimi destabilizzatori. Non solo. Il suicidio e il divieto di procreare condannavano l’umanità all’estinzione. Durissima fu la reazione governativa, e dappertutto cominciarono ad accendersi roghi di Catari: la stessa pena prevista dal diritto romano per "lesa maestà" (nome antico della sovversione).

Purtroppo nei linciaggi a furor di popolo e negli interventi repressivi indiscriminati ci andava di mezzo anche chi aveva aderito al Catarismo per ignoranza o (nei luoghi dove gli eretici erano maggioranza) paura. In ogni caso, per stabilire con esattezza chi fosse davvero cataro e chi no, occorreva un esame sulla dottrina religiosa. La Chiesa, dunque, intervenne per sottrarre questa materia al potere civile: solo i teologi potevano procedere a un esame del genere.

La cosa venne inizialmente affidata ai vescovi, ma fallì. I vescovi, infatti, avevano troppe compromissioni in loco, a volte anche parenti coinvolti nell’eresia. E non di rado soccombevano nelle pubbliche dispute che organizzavano con i catari. Infatti la preparazione dottrinale del clero, all’epoca, lasciava molto a desiderare (da qui i tentativi di riforma ecclesiastica, prima fra tutte quella gregoriana); invece (come ben sanno quelli che, oggi, provano a discutere con i Testimoni di Geova) i catari erano molto agguerriti e scaltriti nel dibattito. Così la Chiesa pensò di affidare il compito di contrastare l’eresia a teologi cistercensi, inviati direttamente da Roma. Ma questi delegati papali spesso finivano trucidati dagli eretici e dai signori ghibellini che li sostenevano per loro motivi politici. Fu l’assassinio dei legati pontifici (mandante il conte di Tolosa, Raimondo VII) a scatenare la cosiddetta crociata contro gli Albigesi. La famosa frase &laqno;Uccideteli tutti, Dio distinguerà i suoi» è una fandonia storica. Non fu mai pronunciata.

Allora il Papa decise di affidare questo compito ai nuovissimi ordini mendicanti, Francescani e Domenicani. Specialmente i Domenicani, cui la regola imponeva lo studio e l’attività di predicazione. I frati erano molto amati dalla gente e potevano contrapporre ai catari altrettanta austerità e sprezzo della vita.

L’Inquisizione non fu un vero e proprio tribunale bensì un comitato di esperti che stabiliva chi fosse eretico e chi no. Non solo. Riammetteva nel seno della Cristianità coloro che, attratti all’eresia da ignoranza, paura o momentaneo fascino, si pentivano. Per gli ostinati la Chiesa non poteva fare più niente, e doveva lasciare che la giustizia civile seguisse il suo corso. Insomma l’Inquisizione salvò molta più gente di quanta ne abbia "abbandonata al braccio secolare". Paradossalmente è proprio l’Inquisizione a inventare il processo moderno. I tribunali laici medievali, infatti, funzionavano col sistema "accusatorio": il giudice poteva intervenire solo su istanza di parte e giudicava sulle prove fornite dalle parti. Anche l’omicidio. Se i parenti dell’ucciso perdonavano l’assassino questo veniva liberato.

Invece la Chiesa usò il procedimento "inquisitorio”: il giudice, di sua iniziativa ("d’ufficio") indaga, cerca le prove, incastra il colpevole (quel che fa oggi il magistrato "inquirente"). L’Inquisizione inventa il verbale redatto da un cancelliere, il "corpo del reato", la giuria popolare, gli sconti e la remissione di pena per buona condotta, le licenze per malattia, gli arresti domiciliari, l’avviso di garanzia. Essa condannò un numero di persone di gran lunga inferiore a quel che certi romanzi "gotici" ci hanno tramandato. E salvò la civiltà europea da un gravissimo pericolo. Proprio perché l’Inquisizione inventa il processo scritto e verbalizzato gli storici sanno tutto su questa istituzione, i cui documenti sono tutti conservati e a disposizione degli studiosi. Processi quali quelli mostrati ne il nome della rosa sono puramente inventati.

Anche la tortura inquisitoriale è una sciocchezza tramandata da disegni e incisioni di fantasia, diffusi dalla propaganda antipapista protestante dopo l’invenzione della stampa. La tortura, come mezzo per far confessare, era usata da sempre da tutti i tribunali (il carcere come pena comincia con la Rivoluzione francese; prima c’erano solo pene fisiche e pecuniarie). Il primo ad abolirla fu Luigi XVI, poco prima della Rivoluzione francese. L’unica tortura a cui facevano ricorso i tribunali inquisitoriali (ma solo in presenza di gravissimi indizi) era la corda: l’imputato veniva sospeso per le braccia e lasciato cadere sul pavimento, due o tre volte. Se non confessava, veniva liberato. Se confessava sotto tortura la sua confessione doveva essere da lui confermata dopo, senza tortura, altrimenti non era valida. Gli inquisitori la impiegarono pochissimo perché non se ne fidavano: sapevano che c’è chi sotto tortura confesserebbe anche quel che non ha commesso.

La tortura comunque era applicata sempre sotto stretto controllo medico e mai a vecchi e minori. Se qualche inquisitore era troppo duro immediatamente si levavano alte le proteste e il Papa preferiva sostituirlo. Roberto il Bulgaro, un ex cataro poi divenuto inquisitore generale in Francia, finì sotto processo e venne relegato a vita in un monastero. Se in qualche manuale scolastico si leggono espressioni come &laqno;carcere perpetuo» o &laqno;carcere perpetuo irremissibile», nel latino inquisitoriale ciò significava gli arresti, generalmente domiciliari, dai tre agli otto anni. E "arresti domiciliari" voleva dire, in pratica, divieto di uscire dalla città senza permesso. Si tenga sempre presente che la Chiesa aveva tutto l’interesse, anche propagandistico, a riconciliare l’eretico pentito e confesso.