Cammilleri: Il grande libro dei santi protettori

In libreria

Rino Cammilleri, Il grande libro dei santi protettori, Ed. PIEMME, 1998, € 23.24 (544 pagine)

Introduzione

Un paio di secoli di scetticismo illuministico ci hanno abituati a ritenere che i nostri antenati erano più stupidi di noi. A leggere, alla scuola dell’obbligo, di gente che si raccomandava a s. Lucia o che inanellava novene contro i terremoti, sorridiamo al pensiero: poverini, non c’erano gli oculisti né la protezione civile. E vieppiù sorridiamo all’apprendere di battaglie combattute per appropriarsi di reliquie, cioè pezzetti di saio o ciocche di capelli o frammenti di ossa. Sciocchini, non conoscevano le gioie di poter accaparrarsi da Christie’s a suon di miliardi le mutande di Elvis o la chitarra sfondata di Jimi Hendrix.
Noi, smaliziati abitanti della fine dei millennio, possiamo contare sulle lenti a contatto al silicone e la chirurgia al laser per gli occhi, nonché su lussuosi prefabbricati in caso di calamità. Salvo quando, nell’un caso o nell’altro, il soccorso degli uomini arriva troppo tardi. O quando non può proprio arrivare perché il progresso, com’è noto, crea da un lato e distrugge dall’altro. 1 medievali, per esempio, subivano spesso il tracoma, ma raramente morivano di cancro. Certo, abitavano in catapecchie di legno o in castelli di pietra, ma alle une e agli altri il terremoto faceva un baffo. Pare infatti che detto fenomeno si diverta molto di più col cemento. L’assenza di tubature del gas e di cavi elettrici estrinsecava tutti i suoi vantaggi proprio in caso di calamità del genere. Di più: in situazioni siffatte la gente sapeva come procurarsi da mangiare, laddove oggi basta uno sciopero dei negozi o dei camionisti per stenderci. In guerra morivano in pochi, perché non c’era la leva obbligatoria e la tecnologia bellica era quel che era; e poi a nessuno conveniva conquistare un paese devastato e reso sterile. La netta distinzione tra civili e combattenti, i luoghi sacri col loro diritto d’asilo, un buon terzo della popolazione nei ranghi del clero ("sacro" ed esente da guerra) diminuiva vieppiù il numero dei morti di guerra.

Le epidemie erano generalmente circoscritte a causa delle difficoltà di comunicazione e del relativo isolamento dei luoghi. Il codice penale non era afflitto dal buonismo alla Beccaria, tant’è che la criminalità ci pensava due volte. Le ecatombi da incidenti automobilistici, cela va sans dire, non esistevano. Né quelle da tossicodipendenza: i crociati conobbero perfettamente l’oppio e l’hashish, ma si guardarono bene dall’importarli in Europa (dove, oltretutto, non avrebbero avuto mercato data l’assenza del "mal di vivere"). Le malattie veneree erano tenute a bada grazie alla benemerita istituzione dei bordelli pubblici, controllati dalle autorità civili e debitamente tassati. Le prostitute, dal canto loro e in tal modo, erano ben protette. in ogni caso, il fenomeno dei serial killer (dato che il moralismo protestante "vittoriano" o calvinista doveva ancora fare la sua comparsa) era sconosciuto. La depressione (la vera peste del Duemila; questa, e non l’Aids, che colpisce solo i comportamenti cosiddetti "a rischio") era ignota: al massimo qualcuno, momentaneamente, si trovava afflitto da "melancolia" (che oggi definiremmo "depressione reattiva", la quale scompare al passare dell’avvenimento che la scatena). il suicidio, per noi ormai piaga sociale, riguardava solo qualche letterato stoico dell’antichità e per i medievali era nient’altro che un ricordo erudito. E’ Shakespeare il primo a infarcire di suicidi le sue tragedie, ma già siamo nel XVII secolo e tra gli scismatici protestanti anglicani. I quali, com’è noto, non credevano e non credono ai Santi.

Quello dei Santi è un culto esclusivamente cattolico, un culto normale prima di Lutero e, diciamolo, un culto che dà tutt’oggi ai cattolici un incredibile vantaggio. Sì, c’è stata la secolarizzazione, ma tutti quanti, nessuno escluso, non possiamo sottrarci all’istinto di sopravvivenza, quella cosa che ci fa pensare, in fondo al nostro cuore e quando siamo davvero nel guai: secolarizzato sì, fesso no. Non ci mette molto, l’uomo, a rendersi conto della tremenda attualità del detto biblico: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo” (Geremia 17,5). Nel senso che "gli dice male" quando si azzarda ad aspettarsi qualcosa da qualcuno. Nella migliore delle ipotesi, cioè quando l’aiuto è fornito, ci si accorge che il prestatore d’aiuto è un uomo anch’egli: ha i suoi limiti, i suoi tempi, i suoi guai. Spesso, dopo non aver ottenuto quel che ci serve, dobbiamo anche ringraziare per l’interessamento. in fondo, ha fatto quel che ha potuto, e l’ha fatto come sapeva. Sì, ma la patata bollente resta in mano a noi, e il genio di Aladino è solo una fiaba. Così come sembrano esserlo i fantomatici "spiriti guida" strombazzati dal New Age. Niente, quando non si sa a che santo votarsi, ecco riemergere il vantaggio cattolico: i Santi, quelli veri.

Chi sono i Santi? Quasi banale la risposta. Sono persone come noi, con l’unica differenza che hanno preso sul serio le parole di Cristo. imitando Cristo, sono diventati, secondo la promessa, come il Maestro. E, come il Maestro, si sono messi a fare miracoli.

In fondo, il Dio cristiano ha sempre voluto accontentare gli uomini. L’antica tentazione luciferina del Genesi, “sarete come dèi”, si può benissimo ottenerla per la via giusta, quella che Cristo ci ha insegnato. Chi ci crede davvero ed esegue, è Santo. Di più: è beato fin da subito, come Cristo ha garantito. Una persona innamorata e corrisposta non è "al settimo cielo"? Non si comporta come se non gli importasse null’altro? Guardatela, se l’avete a portata di mano, una persona innamorata: sembra camminare a un palmo da terra, sprizza gioia da tutti i pori e vorrebbe contagiare tutti con la sua felicità. Fa cose che prima non avrebbe mai fatto, magari interessarsi di un gattino o di una rosa, e parla continuamente dell’oggetto della sua passione. E’ un’altra: ora è gentile, cortese, contenta; le offese non la toccano, agli insulti sorride, le difficoltà non le vede. Per forza, ha la testa altrove. E non vede l’ora che il resto del corpo segua la testa, per stare sempre con l’amato/a a dire dolci sciocchezze, a guardarsi negli occhi, a non lasciarsi mai più. Odiava stare in fila agli sportelli, ed eccola letteralmente volare, alacrissima a far le pratiche per sposarsi. Se sa che all’amato/a piacciono le ciliegie, eccola far carte false per procurarsene anche se non è stagione.

E potremmo continuare, ma il resto del paragone fatelo da soli. Quel che vogliamo spiegare è come mai i Santi sembrino personaggi che si caricano di sacrifici. Tante brave persone, credenti e praticanti, ne sono convinte; infatti, in cuor loro, sperano che il Padreterno non le chiami mai alla santità. A loro basta rimanere brave persone, di quelle che non rubano, non ammazzano, fanno ogni tanto l’elemosina, vanno regolarmente a messa e votano bene.

Naturalmente si tratta di quel cristianesimo imborghesito che fa storcere la bocca ai non credenti, i quali hanno buon gioco nel dire che ci sono tanti atei e agnostici che sono "molto più cristiani" dei cristiani. Messa così, è vero. Ma l’errore sta proprio nel metterla così. Innanzitutto bisognerebbe intendersi: una cosa è l’essere cristiani, altra è l’essere buoni cristiani. I non credenti di cui sopra si riferiscono a quest’ultima categoria generalizzandola. Ma commettono l’errore, tipico, di confondere il cristianesimo con la sua etica. In più, ridicolmente pretendono di dar lezioni su un’etica cristiana che non condividono e non praticano. Coloro che essi redarguiscono, in realtà, almeno ci provano a fare i buoni cristiani e, se la logica non mi fa difetto, sono per questo migliori di chi non ci prova nemmeno. Un non credente che si comporta da buon cristiano è inconseguente: se non condivide l’idea cristiana, perché ne segue l’etica? E se giudica l’etica cristiana la migliore, tant’è che la segue, perché si comporta schizofrenicamente pensando in un modo e agendo in un altro?

In ogni caso, il problema è altrove, perché il cristianesimo non è un insieme di regole di comportamento. Questa è l’immagine distorta che molti ne hanno e che coincide con l’antica eresia pelagiana già condannata dalla Chiesa ai tempi di s. Agostino. Il cristianesimo è una Persona, quella che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita”. Non “io rappresento”, ma “io sono”. Il cristiano non deve seguire regole quanto imitare Cristo, l’Archetipo, l’Uomo Perfetto a cui il Creatore si ispirò quando fece gli uomini a Sua immagine e somiglianza. Ma il cristiano non può farcela da solo: con i suoi soli sforzi umani è impossibile. Per questo mangia Cristo e ne incorpora la potenza divina.

Tutto ciò è offerto a tutti, ma paradossalmente non è per mediocri. L’inaudita proposta cristiana è l’eroismo offerto a chiunque. Il cristianesimo ha la pretesa di prendere delle pecore e farne dei leoni. Ma esiste purtroppo una mediocrità pressoché inguaribile, quella di coloro che in fondo amano la loro mediocrità, anche se sono capacissimi di autoingannarsi ritenendosi speciali. Questa mediocrità prescinde dalle credenze religiose e personali, è interconfessionale, ecumenica e trasversale.

E’ esattamente la cosa che Dio più detesta, così come una persona innamorata soffre più per l’indifferenza che per l’ostilità (la quale è pur sempre un sentimento intenso, ad personam, che almeno fa prendere in considerazione e dà la speranza che questa speciale attenzione si risolva, chissà, nel suo contrario: quanti amori sono partiti da un’iniziale antipatia?). “Poiché non sei né freddo né caldo, comincerò col vomitarti dalla mia bocca”, dice Dio nella Bibbia. C’è anche la variante del “sale che perde sapore” del Vangelo.

Ma tale mediocrità tiepida spesso non è frutto di colpa o, peggio, dolo. Spesso deriva da un’erronea immagine della santità cristiana. Di Francesco ci è sempre stata mostrata la povertà eroica, di Giovanni Battista i pasti a base di locuste e la decapitazione, di Padre Pio le persecuzioni e le stimmate sanguinolente. Il "chi glielo faceva fare?" ha però una risposta: erano innamorati. Dunque, felici. Molto più di noi.
Ed è un cerchio perverso, quello dell’agiografia. Chi descrive le vite dei Santi generalmente non è santo, sennò avrebbe altro da fare. t un biografo, come tanti. Magari anche meno abile, perché se fosse un biografo di successo si occuperebbe di Lady Diana o di Marilyn Monroe.

Non descrive la felicità del Santo semplicemente perché non può. L’unica cosa che capisce della vicenda del Santo è esattamente quella che racconta: l’eroismo, le virtù, il martirio. Se il biografo in questione è poi un prete o un religioso, potete star certi che dedicherà interi capitoli a descrivere le ore e le notti passate in preghiera, i digiuni, le eventuali estasi. E sorvolerà piamente sugli eventuali peccati, fragilità, mancanze, infedeltà, viltà, bugie, tradimenti. Il Santo ne uscirà quasi un Santo nato, disumano nella sua perfezione. Come dicono i siciliani, “senza culu, comu li Santi” (il proverbio siculo fa riferimento alle immaginette tradizionali, in cui il Santo è sempre raffigurato di prospetto, e sul retro c’è la preghierina; ma ha anche il senso di una figura a due dimensioni, senza spessore). Il lettore rimane, certo, ammirato, però si guarda bene dall’imitare il protagonista della storia.

Se leggo le imprese di Napoleone, non mi metto poi a reclutare truppe per conquistare il mondo, anche se capisco cosa abbia spinto lui a farlo. Leggendo le gesta di Francesco è anche peggio, perché non capisco cosa lo abbia spinto a denudarsi in pubblico per andare a fare il barbone. Resta ovvio, nella mia testa, che, per il cristiano, Francesco è meglio di Napoleone. Ma ambedue rimangono soltanto personaggi da ammirare, punto e basta.

Tuttavia, a scavare, scopriamo che Napoleone era innamorato solo di se stesso, come tutti. Francesco, invece, lo era di Dio. Francesco può farci i miracoli che ci servono, Napoleone no. Potremmo anche noi fare miracoli come Francesco, se solo capissimo come ha fatto a innamorarsi di Dio. La logica ci spinge nella direzione giusta: Dio è amabile. Di più: Dio è l’Amore stesso, quello di cui l’amore terreno è solo un’ombra. Però non si può amare quel che non si conosce. Sappiamo che a Dio non parrebbe vero se ci mettessimo a cercare di conoscerLo, e non ci vuol molto a capire che in tal caso il Suo aiuto non ci mancherebbe. Le esortazioni in questo senso del Salvatore sono innumerevoli, dal “bussate e vi sarà aperto” al “chi di voi, se suo figlio gli chiede un pane, gli darà una serpe?”.
Può accadere, a volte, che la percezione delle nostre personali miserie ci faccia mancare il coraggio di rivolgerci al Padre. Ecco, allora, la disponibilità dei figli maggiori, dei primi della classe, di quelli che prima di noi ce l’hanno fatta, quelli a cui Dio non può dire di no perché si sono comportati bene. 1 Santi. Il Padre può negare qualcosa a noi, peccatori, ma nulla ai Santi, la Madonna in testa. 1 Santi intercedono, oltre a dare il buon esempio. I Santi, grazie al Cielo, sono tantissimi, e il buon senso popolare li ha "specializzati", ciascuno in grazie particolari. Vuoi trovare una cosa smarrita? Rivolgiti a s. Antonio da Padova. Sì, qualunque Santo può fare lo stesso, ma con lui fai prima. Ti si è ammalato il maiale? C’è l’altro Antonio, l’abate.

Oh, il colto e l’inclito, quelli che dopo il Concilio Vaticano II hanno sviluppato una "fede adulta", non hanno bisogno di queste superstizioni (non è il termine che usano, sono educati, ma di certo lo pensano). Epperò non trovano la cosa smarrita e il loro maiale muore. Cristo ha ringraziato pubblicamente il Padre per aver “rivelato queste cose ai piccoli, e nascoste ai sapíenti”. Già, perché a Dio interessa innanzitutto l’umiltà, che è la virtù principale, quella che ci dà l’esatta misura di quel che siamo e ci rivela quel che credevamo di essere e non siamo. Disprezzare le piccole cose è disprezzare chi le ha fatte, e “chi non è fedele nel poco, non lo sarà nel molto”.

E’ vero, Dio può farti il miracolo anche qui, a casa tua, mentre stai comodamente seduto in poltrona. Ma, chissà perché, preferisce che ti scomodi, che vai a Lourdes e ne bevi l’acqua, o a toccare l’osso smozzicato e polveroso di un Santo del quinto secolo. Sadismo? Macché. Se ho bisogno di un intervento speciale da parte del Presidente della Repubblica, non ci trovo nulla di strano nel fatto che devo recarmi alla capitale, fare lunghissime anticamere, vestirmi in modo adeguato, tenere un atteggiamento rispettoso e supplice con tutti i funzionari cominciando dall’usciere, sollecitare per mesi o anni un appuntamento, subire i rinvii e le procrastinazioni, accettare gli orari di visita impostimi, disposto anche a ingoiare un probabilissimo rifiuto senza poter insistere né reiterare la richiesta.

Non c’è bisogno di scomodare monsieur de La Palisse per rendersi conto che Dio è molto di più del Presidente.
E c’è un altro aspetto da prendere in considerazione: solo ciò che si suda acquista valore. Dio, che ci ha fatti, ci conosce bene. Conosce la nostra tendenza a dimenticarci di Lui e la difficoltà a far tesoro dell’esperienza. Già è difficile vivere senza commettere errori, ma ben più difficile è smettere di compiere sempre lo stesso errore. La pedagogia divina, saggiamente, ha dunque posto il culto dei Santi e delle loro reliquie, e non si offende affatto – anzi – se ci rivolgiamo per i nostri bisogni al Santo "adatto". E’ un memento continuo, un esercizio che, in tal modo, fa assorbire la vita spirituale come si assorbe da piccoli la tavola pitagorica.
Le nostre necessità sono tantissime, e tantissime volte dobbiamo ricorrere ai Santi. Ciò ci costringe a prendere in considerazione il Santo prescelto, la sua vita e il motivo della sua "specializzazione". Il tutto rimanda al Paradiso, a Dio, alla felicità che ci aspetta, a quel che dobbiamo fare e a quel che dobbiamo evitare. E ha un altro vantaggio psicologico, incalcolabile in questi tempi di atomizzazione sociale e di disperazione esistenziale: impariamo a non sentirci soli, ad accettare la sorte e a non subirla, a sperare e a non rassegnarsi, a recuperare la nostra dignità se l’abbiamo persa o a non perderla se ancora l’abbiamo. E, perché no, a non curarci dell’opinione altrui. Dunque, a essere liberi dal conformismo e dal pregiudizio. Il tal antropologo à la page ride di me perché vado a Civitavecchia dalla Madonna che piange? Ecchissenefrega. Peggio per lui.

Nelle epoche cristiane la "fabbrica dei Santi" era il popolo, la cui vox era sicuramente Dei. Voce di popolo, voce di Dio. Ma non certo come l’ha capita Rousseau, il quale a Dio non credeva. La cristianità invece non credeva alla sovranità popolare: sapeva che non è il numero a far la ragione, e saggiamente attribuiva la sovranità a Dio. Il popolo parlava con la voce di Dio solo in casi ben precisi, cioè quando c’era da acclamare Santo qualcuno. Ma ciò non avveniva previa santificazione da parte dei mass media, altrimenti il popolo si sarebbe ritrovato con Diana Spencer o Moana Pozzi sugli altari. No, ci volevano i miracoli. Esempio: è morto il tale, gran brava persona, sul cui conto però c’è chi dice cose non piacevoli. Tuttavia, un cieco si è appoggiato sulla sua tomba e ha recuperato la vista. Uno zoppo, udito ciò, vi si è recato, ed è guarito anche lui. Il popolo accorre, constata, e grida alla santità, incurante delle voci malevole (anche di Gesù ne dissero di cotte e di crude). Oppure: muore il tizio e le campane si mettono a suonare da sole, o i buoi si ostinano a portarne la salma in un luogo piuttosto che in un altro, o una bara di piombo ha galleggiato prodigiosamente ed è approdata sul lido. In tutti i casi, però, ci vogliono i miracoli, altrimenti non se ne fa niente.
Taddeo Machar, medievale vescovo irlandese, morì in incognito a Ivrea. Nessuno sapeva chi era, lo trovarono cadavere in una locanda e lo seppellirono col dovuto rispetto. Ma si mise a far miracoli, e solo dopo qualche secolo il popolo seppe chi stava pregando. Insomma, sono i miracoli a fare i Santi; la voce del popolo non fa che confermare.
Dai e dai, si costituirono addirittura le categorie: Patroni, Protettori, Intercessori, Ausiliatori ecc. Sì, so bene che gli eruditi discettano sulla sostituzione dei santi cristiani ai "numi tutelari" pagani man mano che il cristianesimo prendeva il posto delle vecchie religioni, come se non fosse altro che un’astuta operazione di maquillage culturale da parte dei preti. Ma anche qui il discrimine è costituito dai miracoli: provate a invocare Hermes o i Lari o Iside, e vediamo che succede.

Gli Ausiliatori erano i più gettonati. Quattordici, sette e sette. Ed erano: s. Acacio (per l’emicrania e i tormenti dell’agonia), s. Barbara (per i fulmini e la morte improvvisa), s. Biagio (per i mali della gola), s. Caterina di Alessandria (per le malattie della lingua), s. Ciriaco di Roma (per le ossessioni diaboliche specialmente in punto di morte), s. Cristoforo (per gli incidenti di viaggio, la peste e le tempeste), s. Dionigi (per i dolori del capo), s. Egidio (per l’epilessia e la pazzia), s. Erasmo (per le malattie intestinali), s. Eustachio (per il fuoco e l’Inferno), s. Giorgio (per le infezioni della pelle); s. Margherita (per le partorienti), s. Pantaleone (per la tubercolosi), s. Vito (per la malattia del "ballo" omonimo, la letargia, il morso delle bestie velenose). Ognuno di questi Santi aveva anche altre specializzazioni ma, per quelle di cui sopra, rivolgendosi a loro si andava sul sicuro.

Nel presente libro alcuni dei Santi elencati risulteranno ignoti a gran parte dei lettori e magari verrà da chiedersi come mai nei secoli passati non ci si sia rivolti a Santi di maggior spessore. La risposta è facile: entrate in una chiesa qualsiasi e guardate davanti a quali immagini spesseggiano le candele accese. Ne troverete poche davanti ai capolavori dell’arte sacra e molte davanti a una statuetta di gesso della Vergine di Lourdes. Poche davanti a s. Paolo o s. Tommaso d’Aquino, moltissime davanti a s. Antonio da Padova o a s. Rita da Cascia. Perché? In verità non lo so, ma la statistica parla da sola.

Con alcuni Santi è più facile ottenere miracoli, con altri meno. Ovvio che la gente si rivolga più numerosa ai primi. Naturalmente, di fronte a Dio sono tutti Santi, come giustamente fa osservare l’Imitazíone di Cristo (“Dice il Signore: "Alcuni, per zelo di devozione, si sentono portati con maggior affetto verso questi che verso quelli; ma tale zelo è piuttosto umano che divino. Io sono Colui che ho fatto tutti i Santi"”, LVIII, 3).

Ma se a me interessa solo, per ora, una certa grazia, pur conservando reverenza e venerazione per gli altri, sarò più grato a chi me la fa. Se me la fa, gli sarò devoto. Esattamente come si è devoti al politico che ci ha spicciato quella certa pratica o che ci ha trovato il posto di lavoro. O, per chi gradisce, come sei devoto a quel padrino o a quel capobastone che ti fa recuperare l’auto rubata o dà un "avvertimento" al tuo nemico. Ma devozione al politico vuol dire voti di scambio, disponibilità alla manovalanza in campagna elettorale e altro. Devozione al mafioso significa, in cambio, soggezione totale e perpetua anche a riconoscenze da codice penale. Il Santo non vuole niente. Certo, gli piacerebbe che tu, graziato, ti mettessi ad amare Dio come lui Lo ha amato e Lo ama. Ma non ti forzerà, né ti serberà rancore, e sarà disposto ancora a esaudirti perché conosce la tua fragilità umana.

E c’è ancora un motivo che ci fa "scegliere" un Santo: la sua vita. Se ha fatto il nostro stesso mestiere, se ha avuto lo stesso nostro guaio, se ha dovuto affrontare lo stesso problema, lo sentiamo più vicino, naturalmente solidale. Possiamo sempre rinfacciargli l’eventuale sordità alla nostra supplica col seguente ragionamento: tu, caro Santo, sai bene quanto soffro e perché; nessuno meglio di te può saperlo, dal momento che ci sei passato anche tu; saresti dunque così duro di cuore da negarmi la grazia che ti chiedo? Naturalmente tale ragionamento fa acqua da tutte le parti, perché:
a) tutti i Santi sanno quanto soffro e perché;
b) Dio lo sa forse meglio di loro;
c) figurarsi se i Santi sono duri di cuore;
d) se Dio tramite il suo Santo nega la grazia, è senz’altro in vista di un bene superiore. Ma proprio questo ragionamento, così umano nella sua pochezza, mostra a chi di dovere l’umiltà disperata di chi lo produce nell’invocazione.

I ciechi di Gerico, sentendo che passava Cristo, si misero a supplicarlo. Ammoniti a non disturbare il rabbi, vieppiù gridavano. E Gesù si fermò e li esaudì. La donna siro-cananea venne trattata da "cani" dallo stesso Cristo (anche se l’insulto fu addolcito con un “cagnolini”), apparentemente non disposto a far miracoli fuori d’Israele. Ebbene, quella donna rispettosamente battibeccò, e ritorse l’argomento oppostole con un ragionamento simile a quello di cui sopra: “Sì, ma anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono sotto la tavola dei padroni”. E Cristo le rispose: "Per questa tua parola sei esaudita”. Anche la sfacciataggine e la sfrontatezza diventano "sante" se rivolte, per uno scopo buono, a chi di dovere. Lui ci ha creati, ci conosce, sa di cosa siamo fatti, ci ha comandato di chiamarlo Padre. Quante volte ci sarà capitato di accontentare il capriccetto del nostro bambino, che è stato capace di strapparci un sorriso con la sua furba ma ingenua insistenza?

I Santi Patroni che troverete in questo libro sono, per così dire, quelli "classici" e, per motivi di spazio, non abbiamo considerato i Patroni di città, nazioni, associazioni, né gli ordini religiosi, i cui Patroni sono naturalmente i rispettivi Fondatori. Molti altri Santi si sono aggiunti, nel tempo e grazie a Dio. Tra l’altro, Giovanni Paolo Il ne ha beatificati e canonizzati di suo pugno più di un migliaio. Bene. Finché ci sono Santi, nel mondo, c’è speranza. Tra gli ultimi acquisti, due medici contemporanei, Pampuri e Moscati, due Santi aggiornati (ci si passi l’espressione) sulle malattie e sulle tecniche sanitarie del ventesimo secolo. L’uno era specializzato in ginecologia, l’altro era addirittura un luminare dell’arte.

Se avete qualche problema, provate con loro.
Pare facciano miracoli.