Cammilleri, Il Vangelo secondo me

In libreria

Rino Cammilleri, Il Vangelo secondo me, Piemme, Milano 2003, 14,90 Euro.

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PROLOGO

Molti hanno già cercato di mettere insieme un racconto degli avvenimenti verificatisi duemila e rotti anni fa, talvolta andando anche al di là di come ce li hanno trasmessi coloro che fin dall’inizio furono testimoni oculari e ministri della parola. Tuttavia, anch’io, dopo aver indagato più o meno accuratamente ogni cosa sui testi a nostra disposizione, mi sono deciso a scrivertene con ordine e anche senza, egregio Teofilo, chiunque tu sia, affichè tu abbia se non esatta conoscenza almeno un’altra visuale di quelle cose intorno alle quali sei stato catechizzato.

Dedico questa fatica a te e tutti quei miei lettori abituali che, seguendomi da anni, hanno finito col pensare che io sia uomo di grande e rocciosa fede. «Scrittore cattolico», mi definisce la stampa quelle rare volte che è costretta ad occuparsi di me. Comprensibile: in tempi di pluralismo ideologico un’etichetta ci vuole, sennò non ci si raccapezza. Ma, ahimè, la realtà è sempre più complessa delle necessarie semplificazioni, e anche Orazio ha dovuto convincersi che il cielo e la terra contengono molte più cose di quante ce ne siano in ogni filosofia.

Leggendo questo libro molti si chiederanno se davvero io meriti l’appellativo mediatico di «scrittore cattolico» e molti di più si domanderanno se davvero io abbia, poi, tutta questa fede. A mia parziale giustificazione dirò che, a ben scrutare, non si troverà un solo rigo, fra i miliardi di parole che ho fin qui vergato, nel quale io millanti una fede al quarzo. Mi è ben chiaro che, in un mondo di ciechi, un guercio miope ed astigmatico qualcosa pur vede, ed è per questo che, essendomi sempre e solo occupato di argomenti cattolici, qualcuno ha finito per confondere la causa con l’effetto ed ha scambiato per risposta quella che era più che altro una domanda.

Il fatto è che non so nemmeno io se ci credo davvero oppure no. Certo, sull’ideologia cattolica non ho incertezze, non avendo mai trovato di meglio (ed essendo andato sempre più convincendomi che di meglio non ho trovato perché non c’è). Ma la fede è un’altra cosa. Ho scritto questo libro proprio perché i lettori convinti che io l’abbia, la fede, smettano di crederlo e, semmai, preghino perché io finalmente l’abbia. Ciò nell’interesse di tutti, perché sono sicuro che uno «scrittore cattolico» provvisto di fede scriverebbe cose più strepitose di uno che ne sia sprovvisto o l’abbia flebile e sofferta.

Questo è un libro di domande, non di risposte. E pazienza per quelli che, sperando in risposte e trovando domande, chiederanno indietro il prezzo di copertina.

Lo dedico anche a tutti i miei non-lettori, in particolare a quelli che tali non sono non solo perché non interessati a quel che scrivo e/o a come lo scrivo ma anche perché lontani da qualunque cosa olezzi anche solo vagamente di religione.

Tra questi mi sono più cari quelli che «coltivano il dubbio», perché mi fanno tenerezza. Poverini, uno che venisse pescato a innaffiare amorevolmente erbacce verrebbe segnalato alla più vicina unità sanitaria mentale; uno che allevasse, per cibarsene, piante velenose, sarebbe impedito di continuare a recarsi nocumento; uno che sistematicamente sprezzasse rose, ranuncoli, orchidee e giaggioli per annusare con voluttà i vasi in cui ha piantato ramaglia secca e marcia, e li tiene sul davanzale e li mostra con orgoglio ai vicini e agli ospiti, questo provocherebbe compatimento, sgomitate, indici picchiettati sulla tempia e sorrisetti complici.

Sì, perché i dubbi rendono infelici (le persone normali), la verità cercata e non trovata provoca angoscia, il non sapere perchè si è al mondo è il dolore più grande che ci sia. «Coltivare il dubbio» è una posa da salotto chic, al massimo può aprire carriere. Ma la carriera prima o poi termina, e non si può vivere sempre in salotto perché prima o poi bisogna andare almeno in bagno. No, l’unica cosa sensata che una persona non schiava della vanità e dell’ambizione può fare è «coltivare la verità». E coltivare qui ha lo stesso significato che tale verbo ha per il contadino: implica fatica, spezzarsi le ossa da mane a sera al sole e alla pioggia, scavare, dissodare, arare, seminare, irrigare, attendere, sperare, avere pazienza, consigliarsi, studiare tecniche vecchie e nuove, pregare.

Sì, pregare -come facevano i contadini di una volta- che la pianta cresca dritta e rigogliosa, pregare i Santi «del ghiaccio» e «del gran secco », che scampino dalle intemperie e dalle calamità, sennò è la fame. Pregare il vero «padrone della messe», perché è l’unico che sa come stanno realmente le cose dal momento che le ha fatte lui. Altrimenti si mangiano dubbi, e i dubbi in qualche caso possono anche riempire il portafogli ma nient’altro.

Poiché tutti quanti, dubbio o non dubbio, dobbiamo lasciare, chi prima e chi dopo, questo mondo, cari «coltivatori del boh», non spregiate queste pagine ma leggetele. Scoprirete che quel che per voi è un vezzo ameno per altri è un dramma esistenziale coi controfiocchi. Magari vi accorgerete che è questo l’unico «dubbio» serio sotto il cielo degli uomini.

Alle domande che troverai qui, caro il mio Teofilo, molte risposte, certo, saranno già state date, dai Padri e dai teologi, in duemila anni; ma sai bene che l’uomo comune, il famoso "uomo della strada", quello "medio", non legge né i Padri né i teologi. E io con lui mi identifico, perché è inutile avere dei «mediatori» se poi uno deve andare nella prestigiosa biblioteca di una grande città a cercar risposte (sempre che ne abbia il tempo e ci trovi una guida non solo adeguata ma anche così pietosa da sforare volentieri l’orario sindacale).

Questo "uomo medio", stufo di non capire, magari a un certo punto non va più neanche a cercarle in chiesa, le spiegazioni. Del resto, diciamolo: anche se ci andasse, oggi come oggi troverebbe (oltre alle consuete, estenuanti, richieste di denari) una mezz’ora settimanale di clerically correct, seguite dagli avvisi parrocchiali. I preti ormai non hanno più tempo. O, forse, non le sanno più neanche loro, le risposte, annegati come sono in mari di documenti, piani pastorali, attività solidaristiche e dialogiche.

Dunque, egregio Teofilo, qui troverai anche qualche richiesta, tanto spazientita quanto pressante, di chiarimento all’Unico che può autenticamente (in senso giuridico) fornirlo. Non ti scandalizzare se, nell’implorazione, qua e là sembrerò strattonare il lembo della veste di Gesù, lui che è Via, Verità, Vita e Luce, perché finalmente si decida ad abbagliarmi con quella certezza che non ha più niente da chiedere.

Rino Cammilleri