Cammilleri, I delitti della stanza chiusa

In libreria

Rino Cammilleri, I delitti della stanza chiusa, Piemme 2004, € 9.90 (143 pagine). ISBN 8838483787
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Devo l’idea di queste «dieci piccole indagini» all’amico (nonché editor e poeta) Marco Beck, che me le ha sollecitate con paziente insistenza per quasi un paio d’anni («perché non scrivi dei racconti gialli? perché non scrivi dei racconti gialli? perché non scrivi dei racconti gialli?»; «…e va bene, d’accordo!»). Sua era anche l’iniziativa del titolo (poi accantonato), scoperta parafrasi di un celebre giallo di Agatha Christie. La «signora del giallo», a suo tempo, firmò un appello collettivo a Paolo VI per il mantenimento nella liturgia cattolica dell’antica messa in latino (non solo: il suo nipote preferito, Jack Watts, unico figlio di sua sorella Madge, era appassionato di religioni comparate; a furia di studiarle aveva concluso che avevano ragione i papisti, a trent’anni s’era fatto cattolico con grave disappunto del padre, protestante di ferro, ed era finito prete).  Dunque, c’entra in qualche modo con quel che qui presentiamo, non a caso per i tipi di un editore dichiaratamente cattolico. Il quale, tuttavia, dopo lunga ponderazione ha deciso di chiamare il lavoro «I delitti della stanza chiusa», titolo che gli è parso più intrigante (anche se, a dire il vero, non proprio tutti i «delitti» qui narrati avvengono in una «stanza chiusa»).

Da molto tempo lamento l’assenza (meglio, la ritirata) della cosiddetta cultura cattolica in importanti settori quali il cinema, il teatro, la televisione, la musica, la narrativa d’azione e umoristica. Insomma, quasi tutti. Niente male per chi ha praticamente inventato l’intera cultura occidentale. Così, da qualche tempo, a tempo perso, ho deciso di cimentarmi io, in attesa di meglio, nel genere giallo; ed è per questo che ho affidato a un altro editore dichiaratamente cattolico i miei unici lavori al riguardo, L’Inquisitore e Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo. Confortato dal successo soprattutto del primo, che ha avuto quattro edizioni italiane e quattro in altrettante lingue estere (quantunque scritto nel lontano 1987), e sempre voglioso di cambiare, questa volta provo col genere «racconto breve» inventando nove investigatori di epoche e luoghi diversi e permettendomi, mi si perdonerà, di inserire, al decimo posto, l’Inquisitore del mio primo romanzo, che, così, ritorna dopo tutti questi anni.

Si prendano queste dieci piccole indagini per quel che sono: un divertissement e un sincero chapeau a quei (non molti) autori della narrativa gialla che sono stati capaci di tenermi tante volte col fiato sospeso fino all’ultima pagina, cosa che, ahimè, non si può più dire di molti narratori odierni, cattolici in primis. Questi ultimi, dimentichi di avere fra i loro antenati un Manzoni, un Chesterton e un Guareschi, sembra non sappiano fare ormai altro che storie tratte dal Vangelo, quando non l’ennesima rivisitazione del Vangelo tout court. Non voglio certo riaprire qui l’annosa querelle su cosa debba intendersi per romanzo cattolico e romanzieri cattolici. Un romanzo è brutto o bello, e nient’altro. Graham Greene e Flannery O’ Connor non facevamo romanzi cattolici, facevano romanzi e basta. È ovvio, poi, che se uno ha una certa visione della realtà la cosa emerge. Evelyn Waugh, accusato di introdurre l’azione di Dio nelle sue opere, rispondeva semplicemente che per lui quell’azione era più reale di tante altre e che senza Dio la vita stessa non avrebbe senso.

Quanto queste dieci piccole indagini siano effettivamente «cattoliche» non saprei dire. Comunque, oltre ad averle affidate a un editore schierato e ad essere un credente e praticante io stesso, avverto subito che è cattolica la filosofia che le sottende e pervade. Tuttavia, mi si passi il paragone, J. R. R. Tolkien è stato capace di fare un’opera esplicitamente cattolica senza mai nominare nulla di religioso. Così, nel mio piccolo (molto piccolo), ho provato a fare io.

Qualcuno, forse, osserverà che la descrizione di un’umanità dedita al vizio e al peccato mortale, tipica del genere giallo, mal si addice alla visuale cattolica. Risponderò che ben due terzi della Divina Commedia non sono altro che una rassegna di viziosi e peccatori mortali. Risponderò, ancora, che, per quanto mi riguarda, il giorno in cui il cattolicesimo dovesse appiattirsi sul moralismo cambierei religione. Nel giallo ogni delitto è punito e ogni nefandezza rivelata. E c’è sempre qualcuno che lotta per la verità e la giustizia. Tanto mi basta.
Buona lettura.

r. c.

P.S.
Ho accennato, più sopra, ai (non molti) autori della narrativa gialla che sono stati capaci di tenermi tante volte col fiato sospeso fino all’ultima pagina. Nel presente divertissement troverete qualcosina di più di un sincero chapeau. Tracce, sparse qua e là, che rimandano alle opere di quei giganti. A lettore attento (e informato) il trovarle. Sarà l’undicesima piccola indagine.