Caffarra: Educare vuol dire introdurre alla stupore per la realtà

Pubblicazioni

«L’educazione: una sfida urgente»

Relazione all’interno del Convegno regionale
“A scuola di valori in parrocchia”
organizzato dal Centro Sportivo Italiano (Csi)

L’educazione è una sfida in un duplice significato.
La cultura oggi dominante (sarò più preciso dopo), rendendo
impossibile l’educazione perché prima l’ha resa impensabile,
«sfida» i grandi soggetti educativi (le fondamentali
“agenzie educative”) a dimostrare, per così dire, se possono
ancora educare.
Ma sono anche i grandi soggetti educativi, le fondamentali
“agenzie educative”, che «sfidano» quella cultura,
proponendosi come ancora capaci di educare la persona umana.

Questo approccio al problema dell’educazione indica già
chiaramente i passi che faremo nel nostro cammino
riflessivo.
Dapprima cercheremo di capire perché la cultura oggi
dominante ha reso impossibile perché impensabile
l’attività educativa: e sarà questo il primo punto della mia
riflessione.
Potremmo chiamarla la diagnosi della situazione.
Poi cercheremo di capire perché oggi è possibile, cioè
ragionevole e praticabile una vera proposta educativa.
Potremmo chiamarla la terapia della situazione.
Infine, nel terzo punto, farò alcune semplici riflessioni
sul tema del nostro convegno regionale.

1. Diagnosi della situazione.

Vorrei partire da una constatazione sulla quale credo che
tutti consentiamo. “Mai come oggi l’ambiente, inteso come
clima mentale e modo di vita, ha avuto a disposizione
strumenti di così dispotica invasione delle coscienze.
Oggi più che mai l’educatore, o il diseducatore sovrano è
l’ambiente con tutte le sue forme espressive” (L.
Giussani, Porta la speranza. Primi scritti, ed. Marietti
1820, Genova 1998, pag. 16).
Penso che l’ambiente, così inteso, oggi stia rendendo
impraticabile l’atto educativo poiché lo ha reso
impensabile.

Prima di procedere alla dimostrazione di questa
affermazione, mi vedo costretto a premettere una, per
così dire, definizione di «atto educativo».
Brevemente, poiché il secondo e terzo punto verteranno
precisamente su questo.
Educare significa “introdurre una persona nella realtà”
(cfr. L.A. Jungmann, Christus als Mittelpunkt der
religiöser Erziehung, ed. Herder, Freiburg i. B. 1939,
pag. 20).

Non si introduce una persona nella realtà se non la si
introduce nel significato della realtà.
Significato qui denota la risposta alle due domande
fondamentali che nascono nella persona dal semplice
“contatto” colla realtà (apprehensio entis: S. Tommaso):
che cosa è ciò che è (domanda sulla verità della realtà)?
che valore ha ciò che è (domanda sulla bontà della realtà)?
Una persona è introdotta nella realtà quando conosce la
verità e il valore della realtà medesima: quando ne sa
dare perciò un’interpretazione sensata.
Quando ha trovato la propria “casa nel mondo interpretato”
(R.M. Rilke).

Se questo è l’atto educativo, a quali condizioni esso è
pensabile?
quando cioè è ragionevole pensare l’educazione come
introduzione della persona nella realtà?

Solo se si pensa che possa esistere un rapporto dell’uomo
colla realtà: un rapporto istituito dalla nostra
intelligenza e dal nostro desiderio ragionevole.
Un rapporto reso possibile e dalla costitutiva apertura
della persona alla realtà e dalla originaria intelligibilità
e bontà della realtà.
Solo se questo è il rapporto originario fra persona e realtà,
è pensabile, e quindi praticabile, un agire educativo inteso
come «introduzione nella realtà».

Ora la cultura attuale (la cosiddetta post-modernità) è
dominata dalla negazione di quel rapporto originario: non
esiste una realtà da interpretare.
Esistono solo delle interpretazioni della realtà, sulle
quali è impossibile pronunciare un giudizio veritativo,
dal momento che esse non si riferiscono a nessun
significato obiettivo.
Siamo chiusi dentro al reticolato delle nostre
interpretazioni del reale, senza nessuna via di uscita
verso il reale medesimo.

È esattamente su questo punto che ci viene lanciata la
vera sfida educativa.
E quindi nessuna vera opera educativa è oggi possibile se
non affronta questa sfida, e non si pone come radicale e
totale alternativa a quella posizione.
Alla posizione intendo dire che nega che esista un
originario rapporto della persona colla realtà.

Per liberarvi da qualsiasi impressione di un discorso
che poco avrebbe a che fare con chi svolge concretamente
l’opera educativa, vorrei ora mostrarvi le implicazioni
di quella posizione.
Sarà più facile vedere immediatamente descritto il ritratto
spirituale di tanti ragazzi e giovani che noi incontriamo.

Prima implicazione.
Poiché «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni» (F.
Nietzsche), diventa impossibile dare un giudizio di verità
sopra di esse.
Ogni interpretazione ed il suo contrario è ugualmente
valido.
La realtà è semplicemente questo insieme, questo gioco di
interpretazioni.
Cioè: è semplicemente privo di senso porsi la domanda della
verità.

Si pensi a che cosa sta significando tutto questo in ordine
alla definizione stessa dell’istituzione matrimoniale, per
fare solo un esempio.
Se l’essere-uomo / l’essere-donna non possiede un senso
obiettivo, ma ha quel senso che ciascuno gli attribuisce,
non si vede perché debba chiamarsi matrimonio solo
l’unione fra l’uomo e la donna.
In sostanza, la sessualità ha il significato che tu decidi
di attribuirle.

Questa dissoluzione del reale nel gioco senza fine delle
interpretazioni ha avuto un effetto devastante nello
spirito: ha estenuato la passione per l’uso della ragione.

Essere persone ragionevoli, fare uso della propria ragione
che cosa significa se non cercare il vero?
Se non discernere il vero dal falso?
Se non desiderare di sapere «come stanno le cose»?
La lettura del cap. XL dell’autobiografia di Teresa d’Avila
è al riguardo assai illuminante.
Ha ancora senso, vale ancora la pena sobbarcarsi alla
fatica del ragionare, se qualsiasi conclusione ha lo stesso
valore del suo contrario?
La difficoltà che ogni educatori oggi incontra nel «far
ragionare» i ragazzi ha radici assai profonde: è una
malattia mortale dello spirito.

Seconda implicazione: lo smarrimento del senso della libertà.
Ci si priva della sua drammatica e grandiosa consistenza,
poiché la si vive riducendola a mero arbitrio (non intendo
dare a questo termine un significato etico).

Arbitrio significa: libertà che si esaurisce interamente
nella scelta fra infinite possibilità aventi tutte lo stesso
valore, dal momento che sono prive di una qualsiasi
radicazione in un senso obiettivo.
Poiché l’essere è neutrale di fronte ad ogni impatto che la
libertà ha con esso, una scelta vale l’altra.

Questa è certo una libertà “libera dagli affanni della
realtà, ma libera anche dalle sue gioie, libera dalla
sua benedizione” (S. Kierkegaard, Sul concetto di ironia,
Milano 1989, pag. 217).

Questa dissoluzione della libertà nella pura scelta, genera
nei nostri ragazzi e giovani un senso di «stanchezza»
spirituale: la tristezza del cuore, la chiamano i Padri
del deserto.
Ed ogni educatore la vede oggi stampata nel volto di
tanti nostri ragazzi e giovani.

Terza implicazione. Viene meno il senso della propria vita
come una storia: il senso del tempo si corrompe.
Il tempo che passa non è più vissuto come occasione (kairós,
lo chiama il Nuovo Testamento) perché tu maturi, cresca
nell’essere verso la tua beatificante pienezza, nella
fedeltà ad una scelta che per il suo valore è stata
definitiva.
Ha de-finito il tuo volto, la tua esistenza. «Ora – per
sempre»: i due poli della nostra vicenda storica.
Il secondo è tolto e così anche il primo ha perduto ogni
serietà.
Le convivenze spesso preferite senza serie ragioni al
matrimonio sono un segno di questa condizione spirituale.

E’ possibile educare in questo contesto?
E’ questa la sfida che ci viene oggi lanciata.
E’ possibile ridare la passione per la verità, il gusto per
la libertà, la gioia della definitività del dono?

In realtà è stato proposto un progetto educativo alternativo
alla definizione di educazione data sopra.
Esso è riassunto dalla affermazione di G. Vattimo: «vedere
se riusciamo a vivere senza nevrosi in un mondo in cui
“Dio è morto”» (in Al di là del soggetto. Nietzsche
Heidegger e l’ermeneutica, ed. Rizzoli, Milano 1981, pag.
18).

L’alternativa non poteva essere espressa meglio.
Cerchiamo di coglierne brevemente i contenuti.

E’ un’educazione che non introduce nella realtà, ma dentro
al gioco senza fine delle contraddittorie interpretazioni
della realtà: dei vari significati decisi liberamente
ciascuno.

E’ un’educazione che deve introdurre la persona ad
un’esistenza umana vissuta come risposta a due esigenze di
fatto inconciliabili.

Da una parte un’esistenza umana vissuta da una persona
che, sganciata da ogni appoggio al reale, vuole essere
libera nel senso “astratto” del termine.
Si preferisce rimandare il più possibile le decisioni più
serie; si ridicolizza ogni definitività nelle decisioni.
Si vanifica il reale dell’esistenza e quindi della
libertà.
Essere liberi è ormai sinonimo di assenza di impegno:
“sono libero” vuol dire anche ormai nel linguaggio comune,
“non ho impegni”.
E’ significativo al riguardo il modo con cui è stato
trattato il problema dell’educazione sessuale: informare
in modo tale che uno possa fare della propria sessualità
ciò che vuole, senza averne danni fisici (AIDS per
esempio).

Dall’altra parte, una soggettività come questa, affermata
cioè attraverso la delegittimazione di ogni significato
normativo fondato nella realtà, deve però porsi il
problema del raccordo con gli altri.
E’ possibile educare ad una vera comunità umana partendo
da quell’esperienza di libertà?
Ancora una volta, solo ad una comunità «leggera», non
dotata di una reale consistenza.
Mi spiego.

Nell’ipotesi educativa di cui stiamo parlando, è
impensabile una comunità umana consistente o nella
compartecipazione agli stessi valori o perfino nella
«comunione delle persone» (= comunità coniugale).
E’ impensabile l’esistenza di un universo reale di valori;
è impensabile il dono definitivo di sé stesso all’altro.
Ed allora educare alla vita in società che cosa significa?
Educare alla tolleranza.
Riflettiamo attentamente su questo codice sociale
fondamentale.
Che cosa significa?
Quale tipo di rapporto esso connota?
Che l’alterità, la diversità è qualcosa di neutrale: il
fatto che esistono gli altri non ha in se stesso e per
se stesso nessun significato.
Il nichilismo tragico (Sartre) riteneva che fosse un
fatto assolutamente negativo: “gli altri sono l’inferno”
(Sartre).
La S. Scrittura ritiene che è il fatto eminentemente
positivo, poiché “non è bene che l’uomo sia solo”.
Il gaio nichilismo contemporaneo giudica questo fatto
semplicemente privo di ogni significato.
L’altro è, e quindi deve essere accettato nella sua
fatticità: ciascuno «tollera» ciascuno.
Non ha senso che io mi chieda e ti chieda se ciò che
pensi sia vero o falso: ogni opinione ed il contrario
di ogni opinione ha lo stesso valore.
Non siamo abitati da una struggente passione per la
verità.
Ogni opinione deve essere rispettata!
Semplicemente è più utile che ciascuno tolleri ciascuno,
sulla base del principio che la mia libertà non si
scontri colla tua.

L’incontro con l’altro non è un’alleanza originaria,
ma è di volta in volta liberamente contrattato.
Non è pensabile un rapporto diverso da quello
istituito contrattualmente.

Ho parlato di «società-comunità leggera».
Ora, spero, il senso è chiaro: «leggera» significa
esclusivamente e totalmente fatta e disfatta dal libero
gioco delle libertà.
Un rimando ad un’alleanza originaria è escluso.

2. Risposta alla sfida.

La necessaria schematicità dell’esposizione non avrà
certo fatto piena giustizia ad un fenomeno culturale
assai complesso.
Ma penso di averne però delineato l’essenza in modo
corretto.

Stando così le cose, oggi l’educatore è posto dentro
all’alternativa di due proposte educative contrarie:
appunto è una sfida che gli viene fatta, dalla quale
non può esimersi.

In sostanza è inevitabile che l’educatore si chieda: è
possibile educare non introducendo alla realtà?
o meglio: è ragionevole educare non introducendo alla
realtà?
In questo secondo punto cercherò di rispondere a questa
domanda.
L’idea centrale della mia risposta è la seguente:
l’unica proposta educativa ragionevole è quella che
consiste nell’introdurre la persona umana nella realtà.

Prima di dimostrare la verità di questa tesi, devo
spiegare che cosa intendo per «ragionevole».
Molto semplicemente intendo corrispondente, conveniente
all’intera esperienza umana, senza escludere nulla.
Quindi, per dire la stessa cosa in forma negativa, una
proposta educativa diversa non corrisponde, non conviene
all’esperienza vissuta dalla persona.
La persona educata secondo essa viene smisuratamente
impoverita.
E’ ciò che ora brevemente cercherò di farvi vedere.

Già Aristotele notava che ogni vita umana spirituale nasce
dallo stupore, dalla meraviglia.
Ed uno dei più grandi Padri della Chiesa, S. Gregorio di
Nissa, scrive: “i concetti creano gli idoli, solo lo
stupore conosce” (La vita di Mosè, PG44,377B).
Stupore di che cosa?
meraviglia per che cosa?
Della realtà; per la realtà: che ci sia «qualcosa» e non
«niente».
Del fatto che io ci sia.

Perché il reale di cui ho esperienza suscita stupore,
meraviglia?
Perché il mio stesso esserci suscita stupore, meraviglia?
Perché non c’è nessuna ragione in me stesso per cui io
debba esserci: nessuno è necessario.
Una pagina di Pascal esprime stupendamente questo
stupore, meraviglia che diventano quasi paura:
“Quando considero la breve durata della mia vita,
assorbita nell’eternità che precede e che segue il piccolo
spazio che occupo e che vedo inabissato nell’infinita
immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, mi
spavento, e mi stupisco di vedermi qui piuttosto che là,
perché non c’è ragione che sia qui piuttosto che là,
adesso piuttosto che allora. Chi mi ci ha messo? Per
comando e per opera di chi mi sono destinati questo luogo
e questo tempo? Memoria hospitis unius diei
praetereuntis.”
(Pensieri, 205)

E’ possibile spegnere questa domanda radicale che dimora
nel cuore dell’uomo?
È giusto nei confronti dell’uomo estenuarla, censurarla?
O non dobbiamo piuttosto assumerla e iniziare un cammino
di risposta?

Essa nutre quello che potremmo chiamare il desiderio
fondamentale della nostra vita: quel desiderio che ci
definisce (gli uomini sono desiderio: Agostino).
Lo potremmo chiamare desiderio della realtà, desiderio di
essere.
La grande tradizione classica e cristiana lo indicavano
con una parola pressoché scomparsa dal nostro vocabolario:
desiderio di beatitudine (termine ora quasi completamente
svuotato nel suo equivoco «felicità»).
Beatitudine è pienezza di essere.

Ma perché quella domanda nutre il desiderio di essere?
Perché nello stesso tempo afferma e la limitatezza del
mio esserci e l’illimitatezza dell’Essere.
Ciascuno di noi esiste come un essere limitato in un mondo
limitato, ma la sua ragione è aperta all’illimitato; a
tutto l’essere.
Ne è prova la conoscenza della sua finitezza e limitatezza:
io sono, ma potrei anche non essere (cfr. H.U. von
Balthasar, La mia opera ed epilogo, ed. Jaca Book, Milano
1993, pag. 87-97).

Ciascuno di noi gode di beni limitati, ma la sua volontà è
diretta verso il bene illimitato; a tutto il bene.
Ne è prova quel senso si insoddisfazione che proviamo
continuamente.
Pertanto, la “posizione” della persona umana è paradossale:
posta in una condizione ontologica «fragile» (contingente),
essa gusta per così dire quanto è bene l’essere,
quell’essere di cui non è in possesso.
Di qui il suo desiderio di realtà, di beatitudine.
Introdurre una persona nella realtà (educarla) significa
guidarla verso la beatitudine.

La contro-proposta educativa di cui ho parlato nel punto
precedente giudica precisamente insensato questo desiderio
(di realtà), bloccando la ricerca di una realtà adeguata e
corrispondente ad esso.
Essa estingue ogni desiderio verso un “oltre”, ogni
ricerca che nasca dalla nostalgia di pienezza.

Ciò che in questa sfida è in questione, è alla fine ciò
che pensiamo dell’uomo: la misura della stima con cui lo
valutiamo.

Alcune riflessioni sullo sport.
Vorrei partire dalla riflessione di un filosofo pagano:
«che giova guidare il cavallo e regolarne la corsa con
le briglie, se poi ci lasciamo trascinare dalle passioni
più sfrenate? Che giova vincere molti nella lotta o nel
cesto, se poi ci lasciamo vincere dall’ira?» [Seneca,
Lettere a Lucilio, 88,19].

Esiste un’abilità fisica; esiste un’«abilità» spirituale.
Ciò che pone la persona nella pienezza della sua dignità
non è la prima, ma la seconda.
La prima è al servizio della seconda.
Detto in altri termini.
L’attività sportiva non si propone lo scopo ultimo della
vita, e pertanto ha un valore relativo perché è mezzo ad
uno scopo più alto: assicurare il dominio della nostra
libertà sul corpo.
Ma esso non è un mezzo infallibile: può essere distorto
dal suo scopo ultimo, la formazione della persona.
Il motto [di Giovenale] che viene solitamente citato, è
citato in modo tale da cambiarne il senso.
Il testo intero del poeta dice: orandum est ut sit mens
sana in corpore sano.

Se lo sport viene distaccato da una visione adeguata della
persona umana, dominio dello spirito sulle membra, è
esposto ad ogni degradazione.

E’ questa la ragione vera di una presenza di cristiani nel
mondo dello sport: prendersi cura della persona umana, così
che essa non venga strumentalizzata allo sport.

Ma su tutto questo ora ascolteremo chi ha nel più
competenza ed esperienza.

+ Carlo Caffarra
Arcivescovo di Bologna