(CESNUR) Satana cerca di sfigurare il S. Volto di Gesù

Pubblicazioni

Il racconto dell’Anticristo di Benedetto XVI
Una recensione di “Gesù di Nazaret” (Rizzoli, Milano 2007)
di Massimo Introvigne

Il diavolo è tornato, e questa volta occupa perfino delle cattedre di esegesi biblica. La radicale serietà della sfida che Satana lancia alla Chiesa – così come un tempo la lanciò a Gesù Cristo nel deserto – è al centro del libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret: un libro che, secondo l’autore, “non è in alcun modo un atto magisteriale” in quanto esprime i risultati di una vita di studi del teologo Joseph Ratzinger, ma molti temi del quale – giacché il teologo e il papa sono, dopo tutto, la stessa persona – trovano eco nel magistero del regnante pontefice.

L’ombra del Maligno si allunga nell’inquietante parallelo fra le tentazioni di Gesù nel deserto e i tentativi della teologia definita nel libro “liberale” di falsificare la figura di Gesù Cristo, tradendo non solo la dottrina della fede ma anche la verità della storia. In che cosa consiste l’essenziale – esaminato in questo primo volume di una biografia teologica che non prende in considerazione, riservandole a un secondo, la passione e la resurrezione – della vicenda pubblica di Gesù Cristo? Gesù di Nazaret risponde, sulla base non solo della fede ma anche dell’indagine razionale e storica, che l’essenziale dell’annuncio di Gesù Cristo riguarda se stesso come Signore, Salvatore e Dio. Benedetto XVI dialoga ampiamente nel libro con Jacob Neusner e la sua Disputa immaginaria fra un rabbino e Gesù, dove il grande studioso ebreo s’immagina presente ai tempi di Gesù Cristo e intento a riferire a un maestro d’Israele quanto ha ascoltato da Gesù di Nazaret. Così il maestro interroga Neusner: “Seicentotredici precetti furono dati a Mosé. Venne Davide e li ridusse a undici. Venne Isaia e li ridusse a sei. Venne poi Abacuc e li riassunse in uno solo: ‘Il giusto vivrà per la sua fede’. È questo che il saggio Gesù aveva da dire?”. Neusner risponde: “Non precisamente, ma quasi”. Il maestro: “Che cosa ha tralasciato?”. Neusner: “Nulla”. Il maestro: “Che cosa ha aggiunto allora?”. Neusner: “Se stesso”. È questo precisamente il punto che l’ebreo Neusner, che ha simpatia per Gesù ma alla fine dichiara di rimanere fedele all’“Israele eterno”, non può accettare.

Se Gesù – secondo una prima interpretazione della teologia progressista (o “liberale”, ma la traduzione letterale dal tedesco non rende giustizia al termine) degli ultimi due secoli – si fosse limitato semplicemente a una nuova predicazione, magari un po’ più accomodante rispetto al rigore vetero-testamentario, della morale d’Israele, non solo sarebbe rimasto nell’ambito delle scuole ebraiche del suo tempo, ma nessuno lo avrebbe processato e crocefisso. “Nessuno sarebbe stato condannato alla croce, scrive Benedetto XVI, per moralismi così modesti”. Se Gesù – secondo una seconda interpretazione progressista – non si fosse presentato come Dio ma semplicemente avesse annunciato l’imminenza di un futuro escatologico in cui sarebbe apparso un Messia non identificato con lui, di nuovo non sarebbe stato perseguitato fino alla morte di croce. Le acrobazie e le “chiacchiere teologiche” secondo cui Gesù non avrebbe pensato di essere Dio sono demolite in Gesù di Nazaret non solo da una raffinata esegesi dell’uso da parte di Gesù Cristo delle espressioni “Figlio dell’uomo” (che, contrariamente a quanto taluni pensano, Gesù riferisce proprio a se stesso) e “Io sono”, ma da un argomento decisivo. Gesù – come risulta anche da fonti diverse dai Vangeli – è stato condannato per la scandalosa pretesa di essere il “Figlio dell’uomo”, cioè – come Egli e i suoi persecutori intendevano l’espressione – come Figlio di Dio e Dio Egli stesso. Ebbene, scrive Benedetto XVI, “i giudici del Sinedrio hanno senz’altro compreso correttamente Gesù, e Gesù stesso non li ha corretti dicendo, per esempio: ‘Ma mi avete inteso male; il futuro Figlio dell’uomo è un altro’”. Se avesse detto così, si sarebbe forse salvato dalla croce. Ma avrebbe smentito l’aspetto essenziale del suo messaggio.

Nell’analisi del Vangelo di Giovanni – un testo di cui Benedetto XVI difende non solo l’attribuzione sostanziale all’apostolo Giovanni, ancorché la stesura finale possa essere dovuta ai suoi diretti discepoli, ma anche il carattere di libro storico e non soltanto letterario o simbolico, mostrando al contempo l’assurdità della tesi di Rudolf Bultmann (1884-1976) secondo cui il quarto vangelo sarebbe influenzato dallo gnosticismo (è semmai il contrario, e quello di Bultmann è oggi giustamente considerato un “mito pre-scientifico”) –, del Discorso della montagna e dell’annuncio del regno di Dio, Gesù di Nazaret torna sempre sullo stesso punto centrale. Il regno di Dio è una persona, è Gesù stesso: “La nuova vicinanza del regno di cui parla Gesù e la cui proclamazione costituisce l’aspetto distintivo del suo messaggio, questa nuova vicinanza è Lui stesso. Attraverso la sua presenza e la sua attività Dio è entrato nella storia in modo completamente nuovo qui e ora come Colui che opera. Per questo è ora ‘tempo compiuto’”.

Di qui anche, però, il carattere tecnicamente diabolico del passaggio progressista dalla centralità di Gesù Cristo (già considerata, a torto, un’evoluzione positiva del Concilio Vaticano II rispetto a un “ecclesiocentrismo” preconciliare, mentre in realtà nell’annuncio del regno evangelico Cristo e la Chiesa sono inseparabili) al “teocentrismo” come presunta “comunità delle religioni” e oggi al “regnocentrismo” come “unione delle forze positive dell’umanità” che supera anche Dio come possibile “elemento di divisione tra le religioni e tra gli uomini”. “Ciò suona bene – commenta Benedetto XVI –: seguendo questa strada sembra possibile che il messaggio di Cristo venga finalmente fatto proprio da tutti senza dover evangelizzare le altre religioni”, per non parlare dell’ateismo. Ma “a un’osservazione più attenta l’intero ragionamento si rivela un insieme di chiacchiere utopistiche prive di contenuto reale a meno che sotto sotto vengano presupposte, come contenuto di questi concetti che tutti devono accogliere, dottrine di partito. Un punto emerge su tutto: Dio è sparito, chi agisce è ormai solo l’uomo. Il rispetto delle ‘tradizioni’ religiose è solo apparente. Esse, in realtà, vengono considerate come un ammasso di abitudini che bisogna lasciare alla gente, anche se in fondo non contano assolutamente nulla. La fede, le religioni vengono usate a fini politici. Conta solo organizzare il mondo. La religione conta in quanto può essere in ciò di aiuto. La vicinanza di questa visione post-cristiana della fede e della religione alla terza tentazione [di Gesù nel deserto da parte di Satana] è inquietante”.

Un altro testo con cui Benedetto XVI entra in dialogo è il Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv (1853-1900). Gesù di Nazaret ci ricorda che nel racconto del filosofo e teologo ortodosso russo “l’Anticristo riceve la laurea honoris causa in teologia dall’Università di Tubinga: è un grande esperto della Bibbia”. E, scrive Benedetto XVI in un testo che pure non condanna affatto lo studio storico-critico delle Scritture ma anzi se ne serve ampiamente, pur mostrandone anche i limiti, “l’interpretazione della Bibbia può effettivamente diventare uno strumento dell’Anticristo. Non è solo Solov’ëv che lo dice, è quanto afferma implicitamente il racconto stesso delle tentazioni [dove Satana cita maliziosamente la Scrittura]. I peggiori libri distruttori della figura di Gesù, smantellatori della fede, sono stati intessuti con presunti risultati dell’esegesi”. Un’esegesi, aggiunge l’autore, che si presenta come non dogmatica ma che parte a sua volta da un “dogma fondamentale”: quello secondo cui “Dio non può affatto agire nella storia” e dunque un’esegesi che”legga la Bibbia nella prospettiva della fede nel Dio vivente, è fondamentalismo”, mentre è “autenticamente scientifica” solo quella “al passo con i tempi” la quale afferma che per definizione “Dio stesso non dice niente e non ha niente da dire”.

Contro la presenza tutt’altro che immaginaria di Satana e delle sue tentazioni, la Chiesa fin dalla chiamata dei primi discepoli propone un “grande esorcismo che purifica il mondo”. Per quanti spiriti – nella fattispecie maligni – possano “fluttuare nel mondo” l’annuncio del regno è che “uno solo è il Signore” e che ogni altro spirito non ha diritto allo “splendore della divinità”. Questa rappresentazione della missione del cristiano, che al mondo moderno e postmoderno appare “sorprendente e anche strana”, in realtà garantisce agli uomini la possibilità di agire secondo ragione. “Solo la fede nell’unico Dio libera e ‘razionalizza’ veramente il mondo. Dove essa scompare, il mondo diventa solo apparentemente più razionale. In realtà devono allora essere riconosciuti i poteri del caso, che non si possono definire”, e che rimandano in modo inquietante proprio ai demoni. “Esorcizzare” significa allora “collocare il mondo nella luce della ratio che proviene dall’eterna Ragione creatrice”. Come nel discorso di Ratisbona (che evidentemente, a differenza di questo libro, è un atto di magistero), anche qui Benedetto XVI ammonisce a non separare Gerusalemme da Atene, la fede dalla ragione, la spiritualità ebraica dalla filosofia greca. Quest’ultima è stata chiamata in causa per definire in modo preciso l’unicità del Signore e la divinità di Gesù Cristo con il termine homooúsios (“della stessa sostanza del Padre”): ma “questo termine non ha ellenizzato la fede, non l’ha gravata di una filosofia estranea, bensì [ne] ha fissato proprio l’elemento incomparabilmente nuovo e diverso”.

Se – in nome di qualche utopia, e magari anche di qualche esegesi – si cerca di liberarsi da questa irriducibile novità e unicità del cristianesimo, cioè dall’annuncio che Gesù Cristo fa di se stesso come Dio e Signore, si ricade, secondo l’espressione di Heinrich Schlier (1900-1978) che Benedetto XVI fa sua, nell’atmosfera creata da quegli spiriti del male, “dominatori di questo mondo di tenebra” di cui parla San Paolo, la cui “posizione è appunto l’‘atmosfera’ dell’esistenza, un’atmosfera che essi stessi diffondono intorno a sé, essendo infine tutti ricolmi di una malvagità sostanziale e mortale”. Questa atmosfera, che è letteralmente e non solo metaforicamente diabolica, impedisce non solo l’approdo alla fede ma anche il normale esercizio della ragione. “Chi non vedrebbe – si chiede Benedetto XVI – che queste parole descrivono proprio anche il nostro mondo, nel quale il cristiano è minacciato da un’atmosfera anonima, da quello che è ‘nell’aria’, che vuol fargli apparire ridicola e insensata la fede?”. Ma “nell’aria” ci sono i demoni della Lettera agli Efesini. “La singola persona, anzi le stesse comunità umane sembrano irrimediabilmente abbandonate all’azione di queste potenze. Il cristiano sa che, da solo, neppure lui può riuscire a dominare questa minaccia. Ma nella fede, nella comunione con l’unico vero Signore del mondo, gli è donata l’‘armatura di Dio’ con cui – nella comunione dell’intero Corpo di Cristo – può opporsi a queste potenze, sapendo che il Signore ci restituisce nella fede l’aria depurata da respirare – il soffio del Creatore, il soffio dello Spirito Santo, nel quale soltanto il mondo può essere risanato”.