(CEI) Il libro del Papa testo di riferimento per la catechesi

Chiesa
Conferenza Episcopale Italiana

57a ASSEMBLEA GENERALE

Roma, 21-25 maggio 2007
PROLUSIONE DEL PRESIDENTE

Venerati e cari Confratelli!

1. Potete facilmente immaginare i sentimenti che mi animano nel momento in cui prendo per la prima volta la parola dinanzi a tutti voi come presidente della nostra Conferenza episcopale: sono sentimenti di umiltà e di trepidazione, perché l’incarico inaspettatamente ricevuto dalla benevolenza del Santo Padre supera di molto non solo i meriti ma le attitudini che posso mettere in campo. Questo tuttavia è un motivo in più per confidare nella solidarietà concreta che ciascuno di Voi vorrà donarmi, nell’amicizia e nella stima reciproca. I due mesi e mezzo trascorsi dalla nomina altro non hanno fatto che rafforzare in me la consapevolezza che il munus episcopale è segnato dalla croce del Signore, e che questa è il fondamento da una parte della nostra fraternità apostolica e dall’altra della nostra missione come della gioia evangelica che l’accompagna.

Il cammino compiuto insieme a Voi nei nove anni del mio episcopato, le relazioni che ho intrecciato, i contatti che ho avuto, mi rendono desideroso di avere uno spazio nei vostri cuori: insieme serviremo il ministero della gioia, la gioia dell’Exsultet pasquale, la gioia suscitata dallo Spirito Paraclito, che a Pentecoste fu effuso sugli Apostoli, come domenica prossima la liturgia della Chiesa ci farà rivivere.

2. Come da tradizione, vogliamo anzitutto accogliere ufficialmente nella nostra Conferenza i nuovi Confratelli che nel corso degli ultimi dodici mesi la Provvidenza ci ha donato:

– Mons. Vincenzo Bertolone, Vescovo di Cassano all’Jonio;

– Mons. Carlo Chenis, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia;

– Mons. Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata – Tolentino – Recanati – Cingoli – Treia;

– Mons. Mosè Marcia, Vescovo ausiliare di Cagliari;

– Mons. Domenico Mogavero, Vescovo di Mazara del Vallo;

– Mons. Sergio Pintor, Vescovo di Ozieri;

– Mons. Angelo Spina, Vescovo eletto di Sulmona – Valva;

– Mons. Giuseppe Versaldi, Vescovo eletto di Alessandria;

– Mons. Salvatore Visco, Vescovo eletto di Isernia – Venafro;

– Mons. Giovanni Paolo Zedda, Vescovo di Iglesias;

– Mons. Alberto Silvani, Vescovo eletto di Volterra.

Sono entrati a far parte della CEI:

– Card. Crescenzio Sepe, già Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Arcivescovo di Napoli;

– Mons. Paolo Romeo, già Nunzio Apostolico in Italia, Arcivescovo di Palermo.

In sua vece – com’è noto – è stato nominato l’Arcivescovo Giuseppe Bertello, al quale rivolgiamo l’augurio più sentito per la sua alta e delicata missione insieme al “benvenuto” più cordiale ai lavori della nostra Assemblea.

Rivolgo un cordiale fraterno saluto ai vescovi delle altre Conferenze Episcopali d’Europa che hanno accolto il nostro invito e partecipano ai nostri lavori.

Hanno lasciato la CEI per passare al servizio della Santa Sede:

– Card. Tarcisio Bertone, già Arcivescovo di Genova, Segretario di Stato;

– Mons. Francesco Coccopalmerio, già Vescovo ausiliare di Milano, Presidente del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi.

Ma ricordiamo anche con grande affetto i Vescovi che per i raggiunti limiti di età hanno lasciato il governo delle rispettive diocesi, e che continuano con noi ad amare e a servire la Chiesa:

– Mons. Flavio Roberto Carraro, Vescovo emerito di Verona;

– Mons. Fernando Charrier, Vescovo emerito di Alessandria;

– Card. Salvatore De Giorgi, Arcivescovo emerito di Palermo;

– Mons. Giuseppe Di Falco, Vescovo emerito di Sulmona – Valva;

– Mons. Andrea Gemma, Vescovo emerito di Isernia – Venafro;

– Card. Michele Giordano, Arcivescovo emerito di Napoli;

– Mons. Girolamo Grillo, Vescovo emerito di Civitavecchia – Tarquinia;

– Mons. Alessandro Maggiolini, Vescovo emerito di Como;

– Mons. Giovanni Marra, Arcivescovo emerito di Messina – Lipari – Santa Lucia del Mela;

– Dom Tarcisio Giovanni Nazzaro, Abate Ordinario emerito di Montevergine;

– Mons. Tarcisio Pillolla, Vescovo emerito di Iglesias;

– Mons. Simone Scatizzi, Vescovo emerito di Pistoia;

– Mons. Antonio Vacca, Vescovo emerito di Alghero – Bosa.

Una memoria speciale vogliamo qui fare dei confratelli Vescovi che hanno raggiunto la Casa del Padre e oggi godono i frutti del loro sacrificio d’amore:

– Mons. Mario Ismaele Castellano, Arcivescovo emerito di Siena – Colle Val d’Elsa – Montalcino, già Vicepresidente della CEI;

– Mons. Ettore Di Filippo, Arcivescovo emerito di Campobasso – Boiano;

– Mons. Daniele Ferrari, Vescovo emerito di Chiavari;

– Mons. Antonio Forte, Vescovo emerito di Avellino;

– Mons. Pietro Giachetti, Vescovo emerito di Pinerolo;

– Dom Paolo Giannini, Archimandrita Esarca emerito di Santa Maria di Grottaferrata;

– Mons. Ovidio Lari, Vescovo emerito di Aosta;

– Mons. Cataldo Naro, Arcivescovo di Monreale;

– Card. Salvatore Pappalardo, Arcivescovo emerito di Palermo, già Vicepresidente della CEI;

– Mons. Oscar Serfilippi, Vescovo emerito di Jesi;

– Mons. Salvatore Sorrentino, Vescovo emerito di Pozzuoli;

– Mons. Francesco Saverio Toppi, Arcivescovo Prelato emerito di Pompei;

– Mons. Marcello Morgante, Vescovo emerito di Ascoli Piceno.

In questo contesto di famiglia amo salutare insieme a tutti Voi il cardinale Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per la Diocesi di Roma, che dopo sedici anni ha lasciato la guida della nostra Conferenza episcopale. Noi più di tutti siamo testimoni di quanto il Papa ha voluto pubblicamente scrivergli, ossia che “il suo coraggio e la sua tenacia nel sostenere l’impegno della Chiesa hanno certamente reso un servizio non solo al popolo di Dio ma all’intera Nazione italiana” (in Osservatore Romano, 28 marzo 2007). Il nostro grazie, Eminenza carissima, è non solo sincero e grande ma anche commosso, una commozione che si attenua per la consapevolezza che lei continua a lavorare con noi e a riversare nella nostra Conferenza sapienza e lungimiranza. 

3. E come il cardinale Ruini ha esemplarmente proposto in ogni nostro appuntamento, vogliamo agli inizi di questa assemblea guardare anzitutto al Papa. La nostra comunione infatti ha il suo centro nella persona e nel ministero del Successore di Pietro. Abbiamo celebrato, nelle settimane scorse, il suo 80° genetliaco e il 2° anniversario della sua elezione a quel soglio cui egli sta dando nuova freschezza: “L’ombra di Pietro – egli ha detto − mediante la comunità della Chiesa cattolica, ha coperto la mia vita fin dall’inizio, e ho appreso che essa è un’ombra buona, un’ombra risanatrice, perché, appunto, proviene in definitiva da Cristo stesso” (Omelia della Messa in occasione dell’80° genetliaco, 15 aprile 2007). Queste ricorrenze sono state sentite in modo particolare dal popolo cristiano, che vi ha partecipato con l’intensità dell’affetto e una più corale preghiera.

Anche da questa sede, come Vescovi d’Italia desideriamo rinnovargli gli auguri più sentiti, avvalorati da una piena e aperta adesione e una fattiva e costante collaborazione. Ci muove a questo anche l’esperienza dell’incontro personale che ciascuno di noi ha avuto nella visita ad limina, la premura e la delicatezza che ci ha testimoniato, insieme al sostegno e all’incoraggiamento. Nel corso di questa assemblea avremo ancora il dono della sua presenza: la parola che egli ci rivolgerà  sarà suggello al ciclo ormai completato delle visite ad limina, essendo ad un tempo indicazione provvidenziale e benedetta per il cammino pastorale delle singole nostre Chiese.

4. Un’anticipazione preziosa l’abbiamo raccolta dal viaggio pastorale che Benedetto XVI ha compiuto il 21 e 22 aprile a Vigevano e Pavia. Viaggio col quale – precisava – “ho voluto dare inizio al mio pellegrinaggio pastorale in Italia”. Si è così intenzionalmente posto sulle tracce del Predecessore, andando a visitare per prima la diocesi della Lombardia – Vigevano – non visitata da Giovanni Paolo II, come per riprendere “il cammino da lui percorso per continuare a proclamare agli uomini e alle donne dell’amata Italia l’annuncio, antico e sempre nuovo… Cristo è risorto” (Saluto iniziale dal Balcone del Vescovado, 21 aprile 2007). Se nelle due Celebrazioni Eucaristiche, presiedute dapprima in Piazza Ducale, a Vigevano, quindi agli Orti dell’Almo Collegio Borromeo, a Pavia, sono da rintracciare i “momenti culminanti” di questa visita – con omelie quanto mai ricche sotto il profilo teologico e pastorale – essa ha ad un certo punto acquistato “la forma del pellegrinaggio” al sepolcro che accoglie le spoglie mortali di sant’Agostino, “per esprimere sia l’omaggio di tutta la Chiesa cattolica ad uno dei suoi “padri” più grandi, sia la mia personale devozione e riconoscenza verso colui che tanta parte ha avuto nella mia vita di teologo e di pastore” (Omelia alla Celebrazione dei Vespri, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, 22 aprile 2007). Davanti alla tomba di sant’Agostino, Benedetto XVI ha voluto “idealmente riconsegnare alla Chiesa e al mondo” la sua prima encliclica, Deus caritas est, che soprattutto nella prima parte – ha precisato – è “largamente debitrice al pensiero di sant’Agostino, che è stato un innamorato dell’Amore di Dio, e lo ha cantato, meditato, predicato in tutti i suoi scritti, e soprattutto testimoniato nel suo ministero pastorale” (ibid).

Anche noi, Vescovi italiani, desideriamo porci insieme al Papa alla scuola di Agostino, immedesimarci nel suo sguardo che ardentemente fissava il mistero per trovare “la Verità che tanto cercava: Gesù Cristo, Verbo incarnato” (ibid).

5. Il viaggio pastorale in Brasile che Benedetto XVI ha concluso una settimana fa è stato un forte richiamo all’essenziale dell’annuncio cristiano. “Oggi è in gioco l’identità cattolica” dell’America Latina, ha detto aprendo i lavori della Quinta Conferenza del Celam, con un discorso che rappresentava il culmine di quell’intenso viaggio. Ma tutta la sua predicazione, dal primo momento in cui ha messo piede in Brasile, è stata una scuola di cristianesimo: “Ripartire da Cristo in tutti gli ambiti della missione”. Questo, non altro, il compito della Chiesa, la quale può svolgere un grande ruolo nella società se si mantiene fedele a tale ispirazione. Benedetto XVI non ha esitato a chiamare per nome i grandi problemi che assillano l’America Latina, le ingiustizie, la fame, la povertà, la diffusione delle droghe, la corruzione della vita pubblica. “Ma se la Chiesa – ha precisato − cominciasse a trasformarsi in soggetto politico non farebbe di più per i poveri, semmai farebbe di meno, perché perderebbe la sua indipendenza e la sua autorità morale” (Discorso alla Sessione inaugurale dei Lavori della V Conferenza generale del Celam, 12 maggio 2007).

Il rinnovamento profondo della Chiesa è, per il Papa, ciò che potrà permettere la rinascita del “continente della speranza”. La Chiesa difende l’identità del popolo, rispettando “la sana laicità” ma suggerendo “i grandi criteri e i valori inderogabili, orientando le coscienze e offrendo un’opzione di vita”. In questo contesto si collocano i numerosi richiami al rispetto della vita e alla difesa della famiglia, con il chiaro invito a contrastare quello che – sia a livello mediatico che legislativo – irride e minaccia quei valori fondamentali. è interessante notare che proprio su questi temi più sensibili, Benedetto XVI ha stabilito una grande sintonia con i giovani che, nell’incontro gioioso e commovente allo stadio di San Paolo, manifestavano il loro consenso ogni volta che il Papa avanzava le esigenze “dure” – come le hanno definite i giornali – quali la castità, l’indissolubilità del matrimonio, l’unità della famiglia.

6. Per il suo compleanno Benedetto XVI ha fatto dono, alla Chiesa e a tutti gli uomini che cercano, del libro “Gesù di Nazaret”. Sappiamo che è l’approdo a cui è “giunto dopo un lungo cammino interiore”, facendovi qui rifluire le ricerche e la sintesi di una vita spesa nello studio e nel servizio alla verità. Di più, spesa nell’ “intima amicizia con Gesù”, quell’amicizia da cui “tutto dipende” (Introduzione, pag. 8). Non c’è bisogno che io insista qui sulla provvidenzialità di questo libro in cui parla il credente Joseph Ratzinger, il quale con semplicità riesce a proporsi innanzi ai cercatori del vero Dio. Egli mostra come nei Vangeli si trovano tutti gli elementi per asserire che la persona storica di Gesù è anche realmente il Figlio di Dio venuto sulla terra per salvare l’umanità. E pagina dopo pagina, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI accompagna il lettore nella ricerca e nella scoperta del vero volto di Dio.

È noto come il proposito che ha mosso il Papa nello scrivere questo libro sia superare lo “strappo… sempre più ampio” tra il Gesù storico e il Gesù della fede. Come, allora, non vedere qui l’esito di tanto dibattito tra esperti, ma che ha avuto talora riverberi non proprio insignificanti anche nelle nostre comunità? L’intenzione era generalmente buona, nel senso di voler rendere abbordabile la figura di Gesù anche alla mentalità odierna. Ma una progressiva astrazione della figura storica di Gesù, anziché più convincente per la fede, si è rivelata più rischiosa. Nel senso che, come dice il Papa, la figura di Gesù si è piuttosto allontanata, diventando più indefinita: una “situazione drammatica per la fede – scrive – perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento” (ibid.), rende incerto quel punto di leva reale, storico, su cui invece poggia la credibilità del Gesù della fede. La rarefazione di Cristo rende vago il volto di Dio che rischia di diventare una realtà astratta e lontana: “Il tema fondamentale – diceva il Papa in un’intervista alla televisione tedesca (13 agosto 2006) – è che noi dobbiamo riscoprire Dio e non un Dio qualsiasi, ma il Dio con un volto umano, poiché quando vediamo Gesù vediamo Dio”.

Non cogliere l’occasione di questo libro, e di ciò che questo libro può rappresentare in termini di conoscenza vera, di ricerca sicura, di “visione affidabile”, sarebbe una grave occasione mancata. Non solo la ricerca intellettuale e il dibattito pubblico hanno qui un testo importante che segna traguardo, ma anche il movimento catechistico e l’intero filone formativo delle nostre diocesi, trovano in questo libro un polmone a cui ossigenarsi.

7. La spinta a identificarsi in Gesù Cristo, che sottende al libro e a tanti interventi del Santo Padre, sollecita e sostiene in noi Vescovi il desiderio di una continua purificazione a livello personale come in ambito comunitario. Le nostre Chiese hanno in Gesù Cristo il loro unico e fondamentale, ma anche concreto ed efficace, punto di riferimento. Concentrati in Lui, siamo obbedienti alla sua Parola e alla tradizione che questa ha suscitato lungo il tempo, per cui accettiamo di buon grado di essere a nostra volta segno di contraddizione: il discepolo, infatti, non è di più del Maestro (cfr Matteo 10,24).

Il Convegno ecclesiale di Verona, del quale abbiamo in mano la Nota Pastorale per la discussione e l’approvazione, ha invitato la comunità cristiana a veleggiare generosamente verso il largo dell’annuncio evangelico. Mi è caro insistere come la dimensione missionaria è insita nella pastorale ordinaria delle nostre parrocchie e aggregazioni: la vita articolata di queste realtà, infatti, pone continuamente in contatto con persone anche non credenti o non praticanti, alle quali, nell’immediatezza dei rapporti con il pastore, viene annunciato il Signore. D’altronde, il Vangelo ci esorta a seminare a larghe mani con generosità, senza selezionare i terreni che appaiono più adatti, e con grande fiducia nella forza della grazia. Inoltre, Verona ha riaffermato che premessa e condizione vitale per comunicare la speranza cristiana è la santità. Questa è “appartenenza radicale a Cristo”, appartenenza d’amore: è “trasfigurazione” dell’uomo perché risplenda in lui il volto di Gesù, volto che il battesimo ha sigillato nel nostro cuore ma che deve progressivamente emergere e risplendere. è Lui l’uomo nuovo per eccellenza, la novità di Dio, la primizia della nuova creazione, l’assoluta e definitiva speranza. Ciò è affidato alla responsabilità di ciascuno, ma innanzitutto è opera dello Spirito Santo. Per questo – nell’intreccio di libertà e grazia – la fiducia non può mai venir meno.

Se questo compito è proprio di ogni battezzato, a maggior ragione lo è per noi Pastori che siamo posti come guide ed esempio delle comunità cristiane. Responsabilità grande e grave, ma anche grazia straordinaria.

Mi è caro fare un accenno alla santità nella luce del Mistero eucaristico che il Santo Padre ha richiamato all’attenzione orante e alla cura pastorale della Chiesa nell’Esortazione post sinodale Sacramentum caritatis.

Come nel Mistero eucaristico, siamo chiamati a diventare “dono”, dono di vita per tutti, seguendo la via della Croce e il paradigma del Risorto sulla via di Emmaus: si affianca, domanda e ascolta, non si scoraggia di fronte alla rudezza sgarbata dei discepoli, illumina con le Scritture, spezza il Pane della vita, riaccende la speranza e la comunità. Nella luce dell’Eucaristia, il cristiano è chiamato a diventare “benedizione”. Cristo è la benedizione sul mondo. Inviando il suo Figlio per la nostra salvezza, Dio dichiara che l’uomo è il suo bene, la gioia del suo cuore; attesta che non può rassegnarsi di perderlo. Dice bene di lui e l’Eucaristia continua questa benedizione fino alla fine del tempo. Siamo quindi chiamati ad essere benedizione per i nostri fratelli nella fede e per l’umanità intera nella luce liberante della carità e della verità.

8. Annunciando il Signore Gesù, la Chiesa ricorda l’affermazione del Concilio Vaticano II: “Cristo Signore, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione” (GS 22). Sta in questa convinzione – presente sin dagli inizi del Cristianesimo – il motivo più profondo del Progetto culturale della Chiesa Italiana che ha messo a tema la questione antropologica: questione che – ben lungi dall’essere astratta e lontana – è fondamentale per valutare le questioni concrete della vita personale e sociale. Fondamentale e urgente!

La concezione della persona, com’è noto, è un’acquisizione della teologia cristiana che trova delle anticipazioni nella filosofia greca. Ne viene colta tutta la bellezza e dignità fino a far affermare a San Tommaso che la persona è ciò che vi è di più perfetto in tutta la natura (cfr Summa T. I, q.29 a.3). Nella luce della fede, l’uomo è creato come “immagine e somiglianza di Dio”; amato a tal punto che il Creatore si volge contro se stesso per donarsi a lui e salvarlo (cfr Deus caritas est, nn. 9-10 e 12). Ecco la redenzione.

Se la fede può accedere alla Rivelazione sull’uomo, anche la ragione ha la presa sulla verità umana della persona. è la forza della ragione senza preconcetti, è la luce del buon senso comune: e questo nonostante lentezze ed errori nel corso della storia. La persona non è una fase della vita umana, ma è – possiamo dire – la “forma” in cui l’uomo è uomo. Per questo, anche quando la persona non ha ancora sviluppato e attuato le sue capacità o perde coscienza di sé, resta persona degna di rispetto e di diritto. La sua dignità è dunque intrinseca e incancellabile qualunque siano le circostanze di vita. L’uomo non è riducibile ad un agglomerato di pulsioni e desideri, ma è un soggetto ricco e unitario; non è né una macchina corporea né un pensare disincarnato. è sempre “qualcuno”, non è e non diventa mai “qualcosa”, un “mezzo” per raggiungere altro. La sua ragione non solo è capace di autocoscienza, di ragionamenti formali, di applicazione alla realtà empirica, ma si apre anche ai significati e alla questione del bene e del male. Essa supera i limiti della sequenza dei fatti, della mera cronaca, e l’interpreta cercandone i perché, le direzioni future. In questo dinamismo si pone l’universale questione del senso del vivere e del morire da cui la storia umana è attraversata, come da un sigillo bruciante, a testimonianza della capacità dell’uomo a trascendersi, della radicale apertura della sua anima sull’infinito, del richiamo ontologico della persona verso la Trascendenza, cioè verso Dio.

Il suo costitutivo essere in relazione con il mondo e con gli altri, inoltre, getta una decisiva luce sul pensarsi dell’individuo, ed è denso di conseguenze e di stimoli per le società, nonché per la costruzione di un mondo più giusto e quindi più umano. La libertà stessa ne beneficia, libertà che è premessa e condizione dell’amore senza il quale vi è solitudine e morte. Essa non è un valore individualistico e assoluto, ma ha sempre a che fare con altro da noi, uomini e cose. Soprattutto è in relazione con dei contenuti veritativi che sono oggetto della scelta personale e la specificano nella sua eticità.

A questo riguardo, la storia umana ci attesta un altro elemento di fondamentale importanza: la natura umana. Senza bisogno di particolari statistiche, infatti, l’umanità conosce ciò di cui l’uomo ha strutturalmente bisogno per essere all’altezza del suo destino. E questo nonostante le più diverse situazioni di epoca e di luogo, nonostante le più disparate condizioni sociali e culturali, politiche ed economiche.

9. C’è un’altra dimensione intimamente legata all’annuncio della speranza cristiana, nonché all’essere della Chiesa e alla sua missione nella storia, una dimensione che vorrei far emergere in questa occasione, perché sembra a me che essa ci interpelli in maniera crescente. Mi riferisco a quella carità, su cui Benedetto XVI si è soffermato nella seconda parte dell’enciclica Deus caritas est. In particolare, vorrei dire una parola sul servizio della carità a cui le nostre comunità sono chiamate per andare concretamente incontro alle sofferenze e alle necessità dei fratelli. Questa carità esige anzitutto una conoscenza reale delle condizioni di vita delle gente, conoscenza che la Chiesa ha in forma capillare e concreta vivendo tra la gente e con la gente, grazie soprattutto ai sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose, gli operatori pastorali, le innumerevoli opere e istituzioni che costituiscono una grande e vitale rete di riferimento a servizio di tutti. Vorrei insieme a voi, cari Confratelli, rinnovare la stima e la più ampia gratitudine verso i sacerdoti – nostri primi collaboratori – per la fedeltà generosa con la quale ogni giorno spendono umilmente la vita per le comunità loro affidate. Per questa presenza quotidiana e attenta all’ascolto, alla comprensione, all’accoglienza e al servizio, la Chiesa italiana è veramente Chiesa di popolo.

La nostra esperienza diretta, confermata dalla Caritas e dalla stessa Fondazione Zancàn, registra una progressiva crescita del disagio economico sia di una larga fascia di persone sole e pensionate, sia delle famiglie che fino a ieri si sarebbero catalogate nel ceto medio. E proporzionalmente, c’è un ulteriore schiacciamento delle famiglie che avremmo già definito povere.

Dalle segnalazioni che giungono ai nostri “centri di ascolto” parrocchiali, vicariali e diocesani distribuiti sul territorio nazionale, la situazione attualmente più esposta sembra essere quella della famiglia monoreddito con più figli a carico. Spesso con difficoltà si arriva alla fine del mese. è da questa tipologia di famiglie che viene oggi alle nostre strutture una richiesta larga e crescente di aiuto – anche con i “pacchi viveri” che parevano definitivamente superati – per lo più mascherata e nascosta per dignità. Con alcune sottolineature: la disoccupazione di lunga durata, quando colpisce i genitori di oltre 40 anni, diventa terreno fertile per l’alcolismo e dipendenze varie, portando a situazioni di degrado progressivo; le donne, gravate da tassi di disoccupazione più alti degli uomini, hanno livelli retributivi più bassi, e quando sono madri sole con figli a carico e con la difficoltà di asili nido, non ce la fanno senza un ricorso ai vecchi genitori; i giovani si trovano oggi in un mercato immobiliare fuori dalla loro portata, e il loro bilancio familiare deve dall’inizio scontare un costo dell’affitto troppo elevato per gli stipendi correnti, specialmente quando il lavoro è ancora precario. Questo incide non poco anche nel progettare il loro futuro. Situazioni varie, dunque, che ci stanno dinanzi e che ci interpellano per intensificare la testimonianza della carità evangelica e per far crescere la sensibilizzazione generale.

Come cittadini e come cristiani, è sbagliato pensare alla collettività di cui si fa parte senza tener conto che ci sono sempre delle persone che stanno peggio di noi. Senza avvertire il vincolo di solidarietà che ci lega agli altri e il dovere che tutti abbiamo – con responsabilità specifiche − in ordine alla costruzione del bene comune. C’è, per questo, un’accortezza nello spendere che va salvaguardata sempre, sia per rispetto di chi non ha nulla, sia per poter dare qualcosa del nostro agli altri. Nelle nostre comunità va promossa, con garbo e costanza, l’attitudine al dono, specie nei tempi forti dell’anno. Esse possono infatti sopperire alle crescenti richieste solo se c’è alle spalle una dinamica comunitaria capace di rifornire con sufficiente continuità gli sportelli aperti all’aiuto.

In questo orizzonte, un pensiero particolare va ai Confratelli del nostro Sud che da anni si stanno prodigando attraverso intelligenti azioni di formazione e talora anche di sostegno concreto per garantire ai giovani un futuro nelle loro terre. Tali iniziative – com’è noto − sono sostenute con convinzione dalla nostra Conferenza Episcopale tramite il “Progetto Policoro”. Siamo certi che le devastazioni e le intimidazioni che vengono inflitte dalla malavita locale non ostacoleranno il processo di sviluppo nella legalità, e che non verrà a mancare il sostegno e la solidarietà di tutti.

Mi è caro esprimere inoltre la fraterna vicinanza di questa Assemblea a tutte le famiglie colpite dalla morte sul lavoro di un loro caro. Chiediamo alle parti sociali e alle istituzioni le iniziative necessarie perché si rimuovano per quanto è possibile le cause di tanti incidenti; emerga il lavoro nero ed irregolare; si rendano trasparenti gli appalti, affinché la vita di ogni lavoratore sia sempre tutelata e rispettata nella sua piena dignità.

Il 40° anniversario dell’Enciclica di Paolo VI Populorum progressio ci stimola e ci conferma nell’attenzione lucida, concreta e determinata anche su questi versanti del bene comune.

10. Un fatto molto importante e, per noi Vescovi consolante, è stata l’ottima riuscita della manifestazione nota col nome Family Day che sabato 12 maggio si è svolta a Roma, in piazza San Giovanni in Laterano, e che da lì si è espansa nelle zone vicine, tanto è stato elevato – oltre certamente il milione − il numero dei partecipanti. A promuoverla, com’è noto, sono state le principali aggregazioni laicali della Chiesa che è in Italia, alle quali si sono prontamente unite tutte le altre, e soprattutto moltissime parrocchie. Non possiamo non vedere qui riflessa quella maturità dei laici che è stata uno degli obiettivi tenacemente perseguiti nel Concilio Vaticano II, e che proprio nel matrimonio e nella famiglia ha il suo ambito privilegiato di espressione (cfr. GS 46-52, ma anche AA 11). Concepita come un’autentica festa di popolo, questa manifestazione ha colpito per freschezza e serenità, e per quel senso civico di rispetto degli altri, di proposta e di inclusione che l’ha interamente attraversata. Voleva essere ed è stata una testimonianza forte e corale a favore del matrimonio quale nucleo fondante e ineguagliabile per la società. Importante in ordine al felice esito dell’incontro è stata la sinergia sperimentata con i media cattolici, a partire da Sat2000. Molto interessante è stata inoltre la convergenza riscontrata con settori qualificati dell’area laico, oltre che con taluni esponenti Evangelici, delle Comunità Ebraiche e di settori del mondo islamico.

Se a livello di media laici non c’è stata sempre prontezza nel cogliere la novità e la portata di questo evento, non di meno esso rimarrà come un segno forte nell’opinione pubblica e come un appello decisamente non trascurabile per la politica. è la società civile infatti che si è espressa in maniera inequivocabile e che ora attende un’interlocuzione istituzionale commisurata alla gravità dei problemi segnalati.

E così la Nota emessa, in data 28 marzo 2007, dal nostro Consiglio Permanente “a riguardo della famiglia fondata sul matrimonio e di iniziative legislative in materia di unioni di fatto”, ha trovato nella manifestazione pubblica del laicato il commento attendibile e l’eco più adeguata. Quel pronunciamento, che dà doveroso riscontro al magistero del Papa nella situazione italiana, resta valido e attuale come gesto di premura episcopale verso il nostro popolo.  

11. Sempre a proposito di segnali positivi che investono la famiglia, vorrei citare i risultati emersi dal Congresso su “Diritti e responsabilità della famiglia” che si è svolto a Roma nel mese di marzo, e che ha visto riuniti sotto l’egida dell’Onu i rappresentanti di 44 Paesi e quasi cento organizzazioni non governative. La “dichiarazione” che da questo incontro è scaturita chiede infatti alla comunità internazionale “la più ampia protezione della famiglia da ogni forma di discriminazione”. Non si teme qui di parlare di stabilità della famiglia, quale risorsa preziosa, anzi “insostituibile”, in ordine allo sviluppo educativo, alla coesione sociale e alla stessa crescita economica. è rilevabile in effetti che i fallimenti scolastici, la dipendenza dalle droghe e le violenze diminuiscono nella misura in cui si sviluppano politiche di sostegno economico e sociale della famiglia. Per questo è del tutto conveniente che si rimuovano gli ostacoli che impediscono di avere il numero di figli desiderati, e di conciliare il lavoro con la famiglia. “In questo contesto – prosegue la dichiarazione – la famiglia si sta mostrando, in tutti i Paesi e in tutte le culture,  come l’elemento fondamentale per la coesione sociale delle diverse generazioni”.

Queste acquisizioni tuttavia non appaiono per ora sufficienti ad arrestare i travisamenti che il concetto di famiglia sta subendo. Spiace rilevare anche che si levano a volte accuse di omofobia alla Chiesa e ai suoi esponenti. Diciamo serenamente che la critica è semplicemente ideologica e calunniosa, e contrasta con lo spirito e la prassi di totale e cordiale accoglienza verso tutte le persone.

Questo, tra l’altro, spiega perché il Segretario vaticano dei Rapporti  con gli Stati, l’arcivescovo Dominique Mamberti, di recente criticava quell’intolleranza prevaricatrice che ha indotto il Parlamento europeo ad avanzare fino ad oggi ben 30 richiami censorii nei confronti della Chiesa cattolica. Di qui anche “il pericoloso individualismo, disattento alle conseguenze per il futuro” denunciato da Benedetto XVI, e che vede l’Europa “su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia”, ad una “forma di apostasia da se stessa” (Discorso ai Partecipanti al Congresso promosso dalla Comece, 24 marzo 2007).

12. Desidero esprimere a Papa Benedetto XVI la più sentita e partecipe vicinanza della Conferenza Episcopale Italiana per le sorprendenti esternazioni – tanto superficiali, quanto inopportune – con le quali si è inteso da taluni criticare il suo alto magistero. Rivolgo inoltre al Santo Padre, con sentimenti filiali, uno speciale ringraziamento per le sue affettuose espressioni di vicinanza e di incoraggiamento a seguito dei noti episodi di cronaca che mi hanno direttamente coinvolto. Episodi, peraltro, costruiti su interpretazioni distorte e su attribuzioni di pensieri mai pensati, e che neppure le immediate smentite e precisazioni sono servite a chiarire.

Rispetto a tali episodi, pur di diversa natura e rilevanza, la maggiore preoccupazione riguarda il rischio di una contrapposizione forzosa e strumentale tra laici e cattolici. Questa contrapposizione in realtà non trova riscontro nel sentire della stragrande maggioranza del nostro popolo, né può desumersi dalla legittima diversità di posizioni su alcune pur rilevanti tematiche, che deve potersi esprimere con serenità e chiarezza, in un clima di rispettoso dialogo.

La Chiesa offre alla libertà e alla riflessione di tutti il proprio magistero, senza sottrarsi alla responsabilità di concorrere alla promozione dell’uomo e al bene comune. Questo peculiare contributo favorisce la concreta attuazione del principio di libertà religiosa, per il quale è riconosciuto un ruolo attivo alle Istituzioni religiose, in relazione alle esigenze della persona e all’etica delle comunità.

Sotto questo profilo, risultano significative e apprezzabili le recenti affermazioni del Presidente della Repubblica, volte a riaffermare “il più pacato, responsabile e costruttivo dialogo tra la Chiesa cattolica, la politica e la società civile, in linea con gli ottimi rapporti che intercorrono tra la Santa Sede e lo Stato Italiano”.

13. Vorrei anche dire, però, che noi Vescovi sentiamo la vicinanza che la gente ci esprime quasi con accenti particolari. Il rapporto della Chiesa con la società italiana resta significativo e rilevante, perché basato sulla reciproca conoscenza e su un ascolto autentico da entrambe le parti. La gente di tutti i giorni, quella della strada – cioè della vita semplice, quotidiana, spesso dura – sa che le nostre porte sono sempre aperte per chiunque, sa che accogliamo tutti, che non portiamo rancore, che siamo sempre pronti a ricominciare.

Permettete che io vi ringrazi, cari Confratelli, per i segni innumerevoli di vicinanza, di sostegno e di preghiera che mi avete manifestato insieme alle vostre Comunità. E così quanti si sono resi vicini da tutta l’Italia e da Paesi esteri: Istituzioni politiche, civili, militari, parrocchie, associazioni e gruppi, nonché innumerevoli persone: sacerdoti e laici, bambini, giovani e adulti.

La nostra fraterna comunione si manifesterà anche nel comunicato finale che – come ho già detto nel Consiglio Permanente di marzo – è resoconto del qualificato incontro collegiale della nostra Conferenza.

Guardo al nostro amato Paese e ripeto a tutti che i Vescovi rinnovano il gesto semplice e vero dell’amicizia. Non parliamo dall’alto, né vogliamo fare in alcunché da padroni. Ci preme Cristo e il suo Vangelo, null’altro. Lo annunciamo come misura piena dell’umanesimo, non per rilevare debolezze o segnare sconfitte, ma per un’obbedienza che è esigente prima di tutto verso di noi, e che è promozione di autentica libertà per tutti. Quando ci appelliamo alle coscienze, non è per essere intrusivi, ma per richiamare quei contenuti pregnanti senza i quali cessa il presidio ultimo di ogni persona, anzitutto per i meno fortunati. La distinzione “tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio”, come struttura fondamentale non solo del cristianesimo ma anche delle moderne democrazie, ci trova decisamente persuasi che dobbiamo insieme, ciascuno a proprio modo, cercare il progresso delle nostre comunità, risvegliando anche quelle forze spirituali e morali senza le quali un popolo non può svettare.

Se come Vescovi rileviamo, magari più spesso di quanto sarebbe gradito, i fondamenti etici e spirituali radicati nella grande tradizione del nostro Paese, non è perché vogliamo attentare alla laicità della vita pubblica, sfigurandola, ma per innervare questa delle inquietudini che possono garantire il futuro. La nostra parola non ha mai doppiezze. Con trasparenza, siamo a servizio della gioia. Nel nostro orizzonte non c’è un popolo triste, svuotato dal nichilismo e tentato dalla decadenza. C’è un popolo vivo, capace di rinnovarsi grazie alle proprie risorse e alla propria inevitabile disciplina, capace di non tradire i suoi giovani, capace di parole credibili nel consesso internazionale.

I Vescovi sono con il loro popolo, e per questo popolo come sui lavori di questa assemblea invocano − oranti − l’aiuto onnipotente del Signore, per intercessione della Vergine, in ogni nostra contrada amata e invocata.

+ Angelo Bagnasco