(CCI) Sognando una nuova generazione di politici

In primo piano
Conferenza Episcopale Italiana

CONSIGLIO PERMANENTE

Roma, 25 – 27 gennaio 2010

 

PROLUSIONE

DEL CARDINALE PRESIDENTE

Venerati e Cari Confratelli,

 

                                           ci ritroviamo all’inizio del nuovo anno 2010 per continuare nell’amicizia e nella comunione fraterna quell’opera di discernimento e di indirizzo che lo statuto della nostra Conferenza Episcopale affida al Consiglio Permanente. Lo facciamo nello spirito a cui ci ha introdotto l’adorazione eucaristica appena vissuta, e con la volontà di restare «in onda con il Signore» (cfr Benedetto XVI, Discorso ai ragazzi dell’Acr, 19 dicembre 2009), per sintonizzarci con le Sue priorità e le Sue preferenze. In particolare, siamo in comunione con tutte le Chiese cristiane che oggi, festa della Conversione di San Paolo apostolo, concludono la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani che quest’anno aveva una speciale connotazione, celebrandosi il centenario della Conferenza di Edimburgo (Scozia, 13-24 giugno 1910) che non poco avrebbe contribuito a diffondere l’ansia per l’unità quale aspirazione indispensabile a rendere credibile nel mondo d’oggi l’annuncio evangelico. Il Concilio Vaticano II ha assunto questa consapevolezza, e l’ha rilanciata con parole impegnative, affermando che la divisione tra i discepoli di Gesù «non solo contraddice apertamente alla volontà di Cristo, ma anche è di scandalo al mondo e danneggia la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis Redintegratio, 1). La preghiera intensa e perseverante che mira ad ottenere la piena comunione tra i seguaci di Cristo «manifesta l’orientamento più autentico e più profondo dell’intera ricerca ecumenica» e crea le condizioni per quel «processo di purificazione» attraverso il quale «il Signore ci rende capaci di essere uniti» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 20 gennaio 2010).

Com’è noto, nella vigilia dell’Ottavario per l’unità, è felicemente ripresa quale evento condiviso la celebrazione della Giornata per il dialogo tra cattolici ed ebrei, che è stata resa storica dalla visita che Benedetto XVI ha compiuto in quello stesso giorno alla Sinagoga di Roma. Il rilievo che tale provvida iniziativa ha avuto in ambito non solo nazionale testimonia che il dialogo è davvero la via irreversibile per superare incomprensioni e pregiudizi. Il gesto che quasi venticinque anni fa compì per la prima volta Giovanni Paolo II è stato confermato e rafforzato da Benedetto XVI; il muro abbattuto da Papa Wojtyla è diventato per il suo Successore un ponte di «vicinanza» e di «fraternità» già praticato; l’emozione incomparabile del primo incontro si è trasformata in robuste argomentazioni a ritrovare nella Sacra Bibbia il «fondamento più solido e perenne», ricordando che il legame di «solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico» non è un fattore estrinseco ma si colloca «a livello della loro stessa identità spirituale», e indicando nel Decalogo il «faro» e «il grande codice etico per tutta l’umanità» (Discorso nella Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010).  Va da sé che noi Pastori ci riconosciamo nell’atto spontaneo di commosso omaggio che il Santo Padre ha tributato ai superstiti del dramma singolare e sconvolgente della Shoah, e idealmente ci siamo a lui associati, desiderando per la nostra parte e nell’azione educativa delle nostre Chiese contribuire a cementare un irrinunciabile clima di rispetto e di amicizia che, vincendo ogni traccia di odio, sconfigga i focolai talora riaffioranti di antisemitismo come pure di xenofobia.

Nella giornata di ieri, domenica 24 gennaio, in tutte le nostre parrocchie si è svolta una raccolta straordinaria di aiuti per la popolazione di Haiti durissimamente colpita dal tragico terremoto del 12 gennaio. Una prima cifra, com’è noto, è stata immediatamente erogata dalla Presidenza della Cei, ma molto di più si deve ora fare attraverso la Caritas che è già sul posto. Siamo certi che i cattolici italiani vorranno  come sempre corrispondere al dovere della generosità verso un popolo la cui tragedia lascia senza fiato. Non abbiamo la pretesa di saper placare i quesiti più profondi ed inquietanti che sono suggeriti da questo genere di prove nella vita dei popoli, ma sappiamo che nella pronta solidarietà e nella genuina condivisione vi è già la traccia di ogni possibile risposta. I missionari che da tempo operano nell’isola caraibica, i volontari stabili e quelli che si sono aggiunti in queste settimane sono i testimoni di una vicinanza che non verrà meno, dovendosi trovare le strade più rispettose ed efficaci per arrecare sollievo alle popolazioni colpite, in particolare ai bambini rimasti orfani e alle persone variamente segnate dalla tragedia.     

 

1. Sarà anche a Voi capitato, nelle settimane scorse, di pensare che il tempo del Natale, con la sua grammatica di segni e di simboli, esprime anche nel contrasto delle situazioni l’intima identità del Dio cristiano, del «Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia» (Benedetto XVI, Saluto all’Angelus, 3 gennaio 2009). Egli ci viene incontro perché noi, prima inabili, possiamo audacemente andare incontro a Lui, e sperimentarlo per quello che Egli è, ossia l’Emmanuele, «il Dio-con-noi, dal quale non ci separa alcuna barriera e alcuna lontananza. In quel Bambino, Dio è diventato così prossimo a ciascuno di noi, così vicino, che possiamo dargli del tu e intrattenere con lui un rapporto confidenziale di profondo affetto». E infatti «viene senza armi, senza forza, perché non intende conquistare, per così dire, dall’esterno, ma intende piuttosto essere accolto dall’uomo nella libertà». Tant’è che in Gesù «Dio ha assunto questa condizione povera e disarmante per vincere con l’amore e condurci alla nostra vera identità. Non dobbiamo dimenticare che il titolo più grande di Gesù Cristo è proprio quello di “Figlio”, Figlio di Dio» (Benedetto XVI, Catechesi del Mercoledì, 23 dicembre 2009). Qui sta la verità del Natale, e la forza che la sua suggestione esercita anche sull’uomo post-moderno che come non mai ha bisogno di punti di forza su cui far leva per raggiungere l’immagine autentica di Dio, oltre le edulcorazioni e le manomissioni. Egli è il Vicino: ecco la notizia che non ci lascia indifferenti, che scalda il cuore e ci cambia la vita perché risponde alle nostre attese più intime. Questo spiega l’attrattiva che il presepe conserva anche nella società multimediale e multiculturale. Vi è infatti la cifra di Dio, la via della semplicità e del nascondimento che è «lo stile con il quale Dio opera nell’intera storia della salvezza. Dio ama accendere luci circoscritte, per rischiarare poi a largo raggio, […] diffondendosi a cerchi concentrici, quasi per contatto, nei cuori e nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce» (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2009). C’è qui la parabola della Chiesa, ed è spiegata l’attrattiva che le nostre parrocchie − Chiesa tra la gente − esercitano puntualmente ad ogni Natale. Esiste infatti un’affinità straordinaria tra il Natale di Gesù e il natale della Chiesa quale ordinariamente si verifica nella vita delle comunità cristiane, diffuse sul territorio e capaci di accendere altrettante luci che fungano da richiamo, da scuotimento.

Di anno in anno, ad aiutarci nella meditazione dell’ineffabile mistero del Natale ci soccorre il nostro Papa attraverso le sue omelie e «catechesi». Anche per questo rinnoviamo a Lui il nostro grato affetto e la nostra pronta comunione.  Non temiamo di dirci ammirati di questa sua arte, e non ci stanchiamo di indicarla a noi stessi e ai nostri sacerdoti come una scuola di predicazione alta e straordinaria. Che poi quest’anno, proprio nella celebrazione natalizia per eccellenza, gli sia capitato di essere spinto a terra per subito rialzarsi e tranquillamente incedere verso l’altare, è una circostanza che ha finito per conferire uno stigma ancora più forte alla predicazione papale: «Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita» (Omelia nella Solennità del Natale, 24 dicembre 2009).      

 

2. Operando nel vivo della pastorale, ci succede non di rado di registrare esiti come quello che ultimamente ha fatto seguito all’evento su «Dio oggi» promosso dal nostro Comitato per il Progetto Culturale. Il numero straordinario delle presenze specialmente giovanili, l’interesse evidente registrato tra i convenuti e la loro concentrazione sul dibattito non potevano non colpire. Simili episodi sono, tra l’altro, riscontro che neppure l’uomo di oggi riesce ad accantonare con leggerezza o supponenza la questione di Dio: dobbiamo «preoccuparci perché egli accetti tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009). Interessante l’impostazione che il Papa dà alla questione: occorre fare in modo che i nostri contemporanei “accettino” per se stessi tale questione, la riconoscano come un fatto importante della loro esistenza, ne diano conto senza complessi. Ciascuno è chiamato a respingere le intimidazioni del secolarismo, le spinte cioè all’interpretazione più privatistica del fatto religioso, quasi si trattasse di una debolezza dell’intelligenza e un cedimento all’irrazionalità. C’è tutta una cultura pubblica che, convalidata dall’apparato pubblicitario e in un gioco di rimandi ossessivi, punta all’estraneazione, alla sottovalutazione, quando non all’irrisione del fenomeno religioso: l’individuo che crede dovrebbe vergognarsene, o almeno dissimulare la propria fede. Ne è segno la nota e inaccettabile vicenda della sentenza di Strasburgo circa l’esposizione del Crocifisso. È la penombra di cui il Papa parlava nel messaggio indirizzato al sottoscritto per il citato evento: «Penombra che rende precaria e timorosa per l’uomo del nostro tempo l’apertura verso Dio, sebbene Egli non cessi mai di bussare alla nostra porta» (Messaggio al Convegno “Dio oggi: con lui o senza di lui cambia tutto”, 7 dicembre 2009). E nella notte di Natale Benedetto XVI osservava: «La nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze, sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui» (Omelia cit.). Nonostante ciò, in ognuno è all’opera, in modo aperto o nascosto, il desiderio che Dio si riveli. È il tema inesauribile della ricerca di Dio, su cui per secoli ha indagato la cultura occidentale. Ma guai a snobbarlo questo argomento, che ogni generazione sente pulsare come fosse inedito. Per questo – ha annotato il Papa – «anche le persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a cuore a noi come credenti» (Discorso cit.). Non stupisce allora che abbia avuto una certa eco nei media la proposta che, a seguire, lo stesso Benedetto XVI avanzava: «Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “cortile dei gentili” dove gli uomini possano in qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa» (ib). Che è incitamento a trovare modalità nuove di attenzione verso le persone che non credono: occorre infatti che non si sentano inibite, ma rispettosamente considerate: «Conoscono Dio, per così dire, soltanto da lontano; sono scontente con i loro dèi, riti, miti; desiderano il Puro e il Grande, anche se Dio rimane per loro il “Dio Ignoto”» (ib).

Dobbiamo dar fondo alla creatività pastorale, rivisitando i moduli ordinari di essa e ripensandoli in ordine alla nuova evangelizzazione: nessuno deve sentirsi come spaventato dalla nostra concreta attenzione, ma neppure deve sentirsi ignorato. Si ambientano qui le iniziative come quelle del Progetto Culturale o la Lettera ai cercatori di Dio: all’apparenza potrebbero sembrare cose scarsamente pertinenti all’attività pastorale ordinaria, e invece creano clima, lasciano affiorare stimoli che vengono ripresi e magari sviluppati, in ogni caso possono dare preziosi contributi per orientare il movimento della cultura in una direzione più aperta alle piene dimensioni dell’intelligenza e della libertà dell’uomo. Ed essere foriere di importanti sviluppi anche per la stessa filosofia, chiamata a recuperare la propria rilevanza civile, fuori dalle secche della retorica per restare fedele invece alla propria connotazione teoretica, quale forma della ricerca del vero. A ben pensare, su questo versante della ricerca di Dio si colloca un po’ tutta la pastorale giovanile – pensiamo al movimento delle Giornate della gioventù, nel loro venticinquesimo di avvio e nel decennale della grande Gmg di Roma – ma anche la pastorale universitaria, e l’attività animata da circoli culturali come dai gruppi di  Scienza&vita, orientata dunque verso «gli areopaghi di oggi» che sono i centri e i temi nevralgici della società odierna (cfr Benedetto XVI, Messaggio per la Plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli, 13 novembre 2009). Su questo versante tuttavia si attesta anche quel settore, negli ultimi decenni diventato quanto mai dinamico, della pastorale del turismo religioso e dei pellegrinaggi, dove spesso si agganciano interlocutori non consueti, che vengono interpellati in merito ad «orizzonti che fanno riflettere sulla ristrettezza della propria esistenza e sull’immensità che l’essere umano ha dentro di sé» (Benedetto XVI, Messaggio per il Giubileo Campostelano, 19 dicembre 2009).

 

3. Mi ha colpito, per restare ancora sull’importante discorso che il Santo Padre ha tenuto alla Curia romana alla vigilia di Natale, il significativo capitolo dedicato alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace, che gli era stato suggerito dal tema del recente Sinodo sull’Africa e dagli argomenti in esso vivacemente trattati. Ma lo spettro della riflessione effettuata non era in modo vincolante circoscritto a quel continente, verso il quale peraltro sono ancora intatte tutte le responsabilità proprie del Nord del Mondo. Di qui l’esame del concetto di riconciliazione quale compito della Chiesa di oggi, e come interpellanza diretta agli uomini del nostro tempo che hanno bisogno di apprendere nuovamente lo stile del riconciliarsi e i gesti che lo pongono in essere. A cominciare dal sacramento della Riconciliazione: «Il fatto che esso in gran parte sia scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un sintomo di una perdita di veracità nei confronti di noi stessi e di Dio; una perdita che mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la nostra capacità di pace» (ib). Parole che suonano indubbiamente incalzanti per i popoli dell’Africa e le loro relazioni interne, spesso difficili e segnate da conflitti, ma anche per ogni altro popolo, dunque anche per noi e per la verità del nostro apporto di credenti alla costruzione dell’edificio comune che coincide anzitutto con il nostro Paese. L’appello al disarmo degli animi, che ci eravamo permessi di lanciare in occasione dell’assemblea di Assisi, ha − grazie a Dio − avuto una certa eco, ed è stato da varie parti ripreso come esigenza per un confronto politico più maturo. Eppure la situazione interna ha continuato a surriscaldarsi fino all’episodio violento ed esecrabile che ha riguardato il Presidente del Consiglio. Maestri nuovi del sospetto e del risentimento sembrano talora riaffiorare all’orizzonte lanciando parole violente che, ripetute, possono resuscitare mostri del passato. Ebbene, dobbiamo continuare a dare un contributo speciale come credenti su questo versante della riconciliazione degli animi, quale condizione irrinunciabile per un disarmo duraturo tra schieramenti e gruppi, in vista di una coesione effettiva tra i componenti dell’intera comunità nazionale. Dobbiamo farlo guardando niente meno che all’esempio di Gesù che «si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli solo fosse dalla parte della ragione» (ib). Questa è la vera gratuità, spiegava il Papa: «La disponibilità a fare il primo passo. Per primi andare incontro all’altro, offrirgli la riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al proprio aver ragione» (ib). O la rinuncia a far prevalere analisi finalizzate a giustificare unicamente il proprio progetto ritenuto pregiudizialmente il migliore. Solamente se c’è un’azione che scava così in profondità, c’è anche la speranza di costruire non sul dato meramente episodico o psicologico, ma sulle motivazioni profonde, che non possono mancare quando c’è di mezzo il bene di una Nazione. «Riconciliazione è un concetto pre-politico – chiariva Benedetto XVI – e una realtà pre-politica, che proprio per questo è della massima importanza per il compito della politica stessa. Se non si crea nei cuori la forza della riconciliazione, manca all’impegno politico per la pace il presupposto interiore» (ib). Qui c’è, ed è stata più volte segnalata, una responsabilità precipua dei mezzi di comunicazione, da cui provengono a volte deviazioni e intossicazioni (cfr Benedetto XVI, Discorso all’Atto di Omaggio all’Immacolata in Piazza di Spagna, 8 dicembre 2009). Non serve a nessuno che il confronto pubblico sia sistematicamente ridotto a rissa, a tentativo di dominio dell’uno sull’altro. Allo stesso modo è insopportabile concentrarsi unicamente sulla denigrazione reciproca, arrivando talora a denigrare il Paese intero pur di far dispetto alla controparte. Anche i media, che devono corrispondere ai compiti di informazione e di controllo che sono loro propri in una società evoluta, non devono cadere nel sistematico disfattismo o nell’autolesionismo di maniera. Il giornalismo del risentimento che si basa, più che sulle notizie, sui conflitti veri o immaginati, finisce per nuocere anche alla causa per cui si sente mobilitato. Il Paese ha bisogno di uscire dalle proprie pigrizie mentali, dai pregiudizi ammantati di superiorità, per essere meglio consapevole delle risorse e delle qualità di cui dispone, per dare una giusta considerazione ai successi conseguiti ad esempio sul fronte della lotta alla criminalità, o dell’eccellenza tecnologica, o della ricerca medico-scientifica, o della bio-alimentazione, o dell’industria creativa. Occorre essere fieri del proprio buon nome, della propria fatica, dell’impegno speso senza vanità e che, quando c’è, non può essere annullato da nessuno. A partire da simili presupposti, è possibile allora per la politica – intesa come l’opera civile più grande per gli altri − proporsi l’obiettivo urgente, ma colpevolmente sempre rinviato, delle riforme che invece sono attese per dare compiutezza a quella transizione istituzionale, politica e strutturale che, se ritardata, assorbe le risorse e corrode gli entusiasmi. Il Presidente della Repubblica molto opportunamente non si stanca di richiamare le classi politica, amministrativa e giudiziaria, e le diverse componenti dirigenziali, a mettere da parte calcoli individuali, e talora anche meschini, per riuscire negli obiettivi generali. La stessa questione Meridionale, come viene per lo più evocata, deve acquistare una capacità di interrogazione nuova rispetto all’intero Paese. Le parole come solidarietà, sussidiarietà e reciprocità, quali sono prospettate nel documento sul Mezzogiorno che andremo ad approvare definitivamente in questi giorni, indicano i criteri necessariamente esigenti per una riforma urgente del nostro sentirci Nazione, a centocinquant’anni esatti dal compimento dell’unità d’Italia. Ne abbiamo parlato ampiamente nella nostra Assemblea ad Assisi: offriamo alla Chiesa e al Paese il nostro contributo che nasce dalla collegiale riflessione e dall’esperienza diretta sul territorio come Pastori che amano questa splendida e nobile Terra. L’indifferenza verso le istituzioni è una mancanza che si fa pesante e prelude ad una segmentazione del Paese non più consona alle sfide che deve affrontare. Non è un caso che nel clima natalizio il Papa abbia parlato di «amore vicendevole e di reciproca comprensione, affinché all’interno delle famiglie e dell’intera Nazione si viva quel clima di intesa e di comunione che tanto giova al bene comune» (Saluto all’Angelus, 26 dicembre 2009). Parole che possono suonare generiche solo a chi non voglia capire.

 

4. Molto si è discusso, nell’ultimo periodo, di clima e di ambiente, di crisi ecologica e cambiamenti atmosferici. L’occasione principale è stata offerta dalla Conferenza di Copenaghen, dove si erano dati appuntamento i governi del mondo per mettere in comune le diagnosi e soprattutto assumere insieme degli impegni destinati a modificare i comportamenti nazionali e a ridurre sensibilmente le emissioni di CO2. Un appuntamento che si annunciava cruciale e alla prova dei fatti lo è risultato assai di meno, per il modesto approdo a cui è pervenuto, senza significative decisioni vincolanti, e rinviando sostanzialmente le scelte dirimenti ad occasioni successive. Da più parti è stato fatto notare che la motivazione che soggiace al mancato accordo è da ricercarsi nel fatto che i grandi Paesi, indispensabili per pervenire a degli esiti soddisfacenti, sono nel contempo anche parte considerevole del problema. In buona sostanza, quello del clima è lo schermo sul quale si proiettano le differenze economiche che intercorrono tra le diverse regioni della terra e soprattutto le diverse cronologie del rispettivo sviluppo. Di qui la resistenza dei Paesi di recente industrializzazione che faticano ad assumere vincoli che possano compromettere il loro attuale slancio a vantaggio magari dei Paesi che di un’industrializzazione senza vincoli hanno nel frattempo già beneficiato. E sullo sfondo c’è l’insoddisfazione del più elevato numero di Paesi, quelli in via di sviluppo, che pur non inquinando come gli altri, sono spesso i primi a dover fronteggiare le conseguenze del cambiamento climatico.

Ad offrire una sorta di chiave di lettura ordinata dei problemi sul tappeto è stato il Messaggio per la 43a Giornata della Pace che era in calendario per il 1° gennaio 2010, e non a caso il Pontefice aveva voluto sul tema: “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. Cruciale è l’affermazione papale secondo cui «la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni» (ib). Come dire: non ci si può illudere di affrontare efficacemente fenomeni quali la desertificazione, l’esaurimento di risorse naturali, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali, l’inquinamento atmosferico se non vi è la disponibilità ad operare «una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo» (Messaggio cit., n. 5). Dunque, a ben riflettere, il tema ecologico è un altro modo per assumere i traguardi indicati nella recente enciclica Caritas in veritate, a cominciare dall’urgenza di una duplice solidarietà, quella inter-generazionale per cui i costi derivanti dall’uso delle risorse ambientali non possono essere a carico di chi verrà dopo di noi, e quella intra-generazionale secondo la quale occorre disciplinare lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili consentendo fin d’ora la partecipazione anche dei Paesi più poveri (cfr Messaggio cit. n. 8 e Caritas in veritate, nn. 49 e 50). Si ha conferma inoltre di almeno due acquisizioni classiche della dottrina sociale cattolica, ossia la consapevolezza del reciproco condizionamento tra le scelte da condurre sui macro scenari e quelle relative agli stili di vita delle persone, delle famiglie e delle comunità locali; e la consapevolezza circa il nesso tra l’inquinamento atmosferico e quello «meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso», cioè l’inquinamento dello spirito «che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia» (Benedetto XVI, Discorso all’atto di Omaggio cit.). Di qui il principio che «quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio» (Caritas in veritate, n. 51; cfr anche Discorso al Corpo Diplomatico, 11 gennaio 2010).

E, certo, nei delicati equilibri dell’ecologia umana entra la bioetica dove sono almeno due sul piano istituzionale i fronti in movimento. Anzitutto quello della pillola RU 486 che, dopo il via libera dell’AIFA, rischia di introdurre una prassi di banalizzazione ulteriore nella tutela della vita umana. Per questo auspichiamo che i pubblici poteri, ciascuno al proprio livello – Parlamento, Ministero della salute e Regioni – operino alacremente per circoscrivere quanto è più possibile tale rischio. Quanto poi al tema del fine vita, non possiamo non avanzare riserve sulla discutibile “iniziativa dei registri” che si vanno qua e là aprendo, e che, oltre a rappresentare una fuga irresponsabile in avanti, tendono a precostituire degli esiti al ribasso circa la legge in allestimento, sulla quale invece le forze politiche sono chiamate a dar prova della massima saggezza.

 

5. Ma per chi è chiamato a vivere nel nostro Paese, l’impegno per l’ambiente ha una declinazione speciale e quanto mai incalzante sul versante anche della messa in sicurezza del territorio che la Provvidenza di Dio ci ha affidato. E’ di questi giorni il dramma doloroso in Sicilia, dove una casa si è letteralmente sbriciolata mietendo due piccole vittime. E sono di quest’ultimo periodo le esondazioni che hanno colpito la Liguria meridionale e la Toscana, in particolare nelle province di Lucca e di Pisa. Ma appena qualche mese prima c’era stata la frana che come un fiume di fango e detriti ha colpito il Messinese, e in precedenza il terremoto che ha segnato pesantemente l’Abruzzo. Guardando più indietro, si ha quasi esitazione a mettere in fila i disastri ambientali succedutisi ad esempio nell’ultimo lustro, tanto è alta la possibilità che se ne trascuri qualcuno.

Gli esperti parlano di una sorta di emergenza permanente che riguarda il nostro Paese  dovuta, oltre che a fenomeni violenti che non dipendono dall’uomo, a dissesti e incurie, ma anche ad errori veri e propri, o al non rispetto dei vincoli o a sottovalutazioni dei pericoli, a certa urbanizzazione irrazionale e incontrollata e alla mira del maggior profitto a scapito della sicurezza. C’è una preoccupazione che responsabilmente compete a tutta la popolazione, e coincide con un fondamentale senso civico, proprio perché tutti devono avere a cuore la sicurezza propria, della propria famiglia, della propria comunità, per cui è contraddittorio fare azzardi e consumare abusi per lamentare poi la distrazione o le dimenticanze dei pubblici poteri. Va da sé che i cittadini debbano essere soccorsi, e quelli colpiti aiutati a recuperare al più presto una condizione normale di vita; e qui non possiamo non riservare una parola convinta di ammirazione e di gratitudine per l’azione complessivamente condotta dalla Protezione Civile, una vera eccellenza del nostro Paese; ma bisogna essere consapevoli che a tutt’oggi ci sono anche allarmi inascoltati e segnalazioni non raccolte, quasi che la prevenzione, soprattutto quella mirata, non fosse l’unica via da battere se si vuole evitare ad una popolazione come la nostra una successione macabra di tragedie.  In sede parlamentare, com’è noto, si è arrivati dopo una congrua indagine conoscitiva, a chiedere l’approntamento e la realizzazione di un programma straordinario a favore del territorio, in cui risorse e competenze disponibili ai vari livelli convergano per garantire la partenza di un’opera capillare che poi non si dovrà più fermare. Sia consentito alla Chiesa, per ciò che essa è in questo territorio, e per quanto solitamente assicura alle popolazioni che di volta in volta si trovano bersagliate, di ricordare a tutti l’impegno morale più volte assunto in questa direzione, anche in forma solenne, dinanzi alle vittime delle tragedie che si susseguono. 

 

6. Il tema qui accennato, quello di una cittadinanza consapevole e matura, ci induce a riprendere il filo del discorso sull’emergenza educativa, che non può essere proprio ora trascurato. È all’ordine del giorno di questo Consiglio Permanente l’esame della bozza degli Orientamenti pastorali del decennio 2010-2020, e dunque mi guarderò dal sovrapporre altre considerazioni a quelle che in passato già ci scambiammo e che ora costituiscono la trama del testo che andremo a valutare. Mi limito ad annotare che l’espressione «emergenza educativa» richiama in maniera efficace un tratto innegabile della condizione odierna, che è preoccupante non tanto per una diserzione riscontrabile in questo ambito dell’esperienza umana, quasi che siano di colpo sparite le figure classiche e gli ambienti di riferimento educativo. Si deve piuttosto dire che oggi nelle zone più avanzate del pianeta, in particolare in Europa, è venuta meno quella che gli studiosi chiamano la “cura tra le generazioni”. Essa si è in un certo senso allentata tra un passaggio di testimone e l’altro, come se in una catena si aprisse un anello e la tensione venisse meno, col rischio di interrompersi. C’è qui indubbiamente un fattore di clima culturale, determinato sostanzialmente dal relativismo che schiaccia sul dato immediato e tutto tende a livellare, sottraendo le unità di misura, e scompaginando ogni possibile raffronto con il meglio. Ma è soprattutto la potatura dei modelli e la rarefazione dei fondamenti a sottrarre all’educazione la possibilità di porsi come processo voluto, immaginato e perseguito. “A cosa educare?”: incerta è la risposta a questa domanda fondamentale; e mancando la consapevolezza del fatto che si ha qualcosa di positivo da trasmettere, l’azione educante si scopre come disinnervata se non paralizzata. Se poi si pretende di prescindere da Dio quasi a volerlo confinare nel perimetro del privato individuale, si comprende come venga meno il fondamento ultimo dei contenuti sui quali l’educazione poggia, dalla libertà all’amore, alla ricerca del vero, eccetera. Nell’arco di appena qualche giorno il Papa ha fatto ricorso all’espressione «emergenza educativa» in almeno un paio di occasioni, parlando cioè per il 70° anniversario della Lumsa (cfr Discorso ai Docenti e agli Studenti della libera Università Maria Assunta, 12 novembre 2009) – ossia per illustrare l’attualità del mandato che a suo tempo fu conferito ad uno degli istituti accademici più significativi della capitale – e appena qualche giorno prima, commemorando a Brescia la figura grandiosa del Papa Paolo VI che fu nell’intero arco della sua vita il propugnatore di un’idea forte ed unitaria di formazione della persona (cfr Discorso per l’Inaugurazione della nuova sede dell’Istituto Paolo VI, Brescia, 8 novembre 2009). Anzi, proprio grazie al ritratto che Benedetto XVI ha fatto di questo suo Predecessore meriterà che la figura di Papa Montini e la sua idea di educazione − aperta al nuovo e ad un tempo radicata nella tradizione più classica − siano adeguatamente rivisitate nel corso dei prossimi anni. Credo in ogni caso che sarebbe importante che ci prefiggiamo dei veri e propri obiettivi, verificabili e di sufficiente concretezza. Sarebbe un vero peccato se il decennio che ci sta dinanzi venisse giocato su un piano di declamazione programmatica, restando inevasa la pregnante pertinenza del tema rispetto ai soggetti protagonisti dell’impresa educativa; vale a dire, in primo luogo, i giovani; quindi i genitori e l’ambiente famigliare; poi gli educatori in senso complessivo, dunque gli insegnanti ma anche i catechisti; il mondo delle associazioni e dei gruppi; infine i media. Almeno cinque tipologie di soggetti che incontestabilmente entrano in varia misura nei processi educativi: essi dovrebbero anche risultare distintamente inclusi nello sviluppo tematico del decennio, alla luce del Convegno ecclesiale di Verona e come emerge anche dal Rapporto-proposta, “La sfida educativa”, che il nostro Comitato per il Progetto Culturale ci ha messo per tempo a disposizione e che in questa stagione viene presentato nelle varie regioni. Se si avrà cura infatti di articolare, e quasi sfaccettare il tema, su ciascuno di questi protagonisti e sulla correlazione dei loro apporti, daremo forse vita ad un approccio al tema, rigoroso e non astratto.

 

7. Ricostruendo la figura di Gian Battista Montini, Benedetto XVI ha tra l’altro detto che i giovani che lo avvicinavamo, quando egli operava tra gli universitari, percepivano «il fuoco interiore che dava anima alle sue parole, in contrasto con un fisico che appariva fragile» (Discorso cit.). Non apparirà un arbitrio allora collocare qui il riferimento all’Anno Sacerdotale, in pieno svolgimento in tutta la Chiesa cattolica. La testimonianza di intensità cristiana che Paolo VI lasciava trasparire da tutta la sua persona, dal suo sguardo come dai suoi gesti, induce a ricordare che si può sapere tante cose su Dio, ma non «vedere» il mistero stesso, lasciandosi così sfuggire l’essenziale, e continuando a tenere chiusi gli occhi del cuore (cfr Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa con i Membri della Commissione Teologica Internazionale, 1° dicembre 2009). E si può anche predicare in modo ricorrente sul Dio dell’amore, ma dimostrare che la propria vita non si fonda su questa esperienza. È un rischio – perché tacerlo? – che possiamo correre anche noi sacerdoti: avere una conoscenza pur vasta della fede, ma in una certa misura rimanervi fuori, non averne cioè toccata la vita. In altre parole, essere presi dall’intorpidimento dei sentimenti, da una certa muta abitudinarietà. Ed è il rischio dal quale ha inteso metterci in guardia il Santo Padre indicendo appunto questo Anno di grazia, che non è solo per i presbiteri, tant’è che tutti i fedeli sono invitati a parteciparvi con la loro personale conversione e con la preghiera per i sacerdoti stessi, ma che certamente è e deve essere un Anno di grazia dei sacerdoti, anzi di ciascun sacerdote – diocesano o religioso − convocato in coscienza davanti a Dio per riscoprire la bellezza del proprio sacerdozio. Allora sarà importante, in questo tempo, tornare ad interrogarsi sui fondamentali della nostra esperienza sacerdotale, e domandarsi se la nostra vita è strutturata sulla preghiera, e in modo particolare sulla santa Messa e la Liturgia delle Ore, sulla regolare e frequente confessione sacramentale; se siamo pervasi dalla Parola di Dio, ed essa è − più del cibo e delle cose di questo mondo − il nutrimento delle nostre esistenze, impronta del nostro agire e forma del nostro pensare; se aderiamo senza riserve al nuovo stile di vita proprio del consacrato a Dio; se sappiamo immedesimarci a Cristo, cercando di aderire affettivamente a Lui con i nostri pensieri, la nostra volontà, i sentimenti; se sappiamo trascorrere del tempo e del tempo privilegiato in adorazione dell’Eucaristia; se siamo fedeli agli esercizi spirituali; se accettiamo un’amorosa sottomissione alla volontà di Dio che è adesione anche alle esigenze del ministero, quale che sia, nell’obbedienza pronta e generosa alla Chiesa; se ci dedichiamo agli altri e alla loro salvezza senza rifiutare di partecipare personalmente al caro prezzo della redenzione; se diamo al nostro ministero una radicale forma comunitaria, se è cioè vissuto nella comunione dei presbiteri con il Vescovo; se la passione per gli altri include lo sguardo che avrebbe Gesù al nostro posto e nella promozione del loro d