(CCI) L\'Italia merita una responsabilità più grande!

Chiesa
Conferenza Episcopale Italiana
CONSIGLIO PERMANENTE
Roma, 17-19 settembre 2007

PROLUSIONE
DEL PRESIDENTE

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L’iniziativa su cui si è maggiormente concentrata negli ultimi mesi l’attenzione anche intraecclesiale è il “Motu proprio” Summorum Pontificum, relativo all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, ed entrato ufficialmente in vigore dal 14 settembre scorso. L’obiettivo di questo pronunciamento è chiaramente tutto spirituale e pastorale. Infatti, da una parte “fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa” – come scrive il Papa nella preziosa lettera di accompagnamento del “Motu proprio” –; dall’altra parte è necessario “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente”.
In questo orizzonte egli chiede di includere come espressione “straordinaria” nella lex orandi della Chiesa il Messale Romano promulgato da San Pio V e aggiornato dal beato Giovanni XXIII nel 1962, posto che la via “ordinaria” resta il Messale Romano varato da Paolo VI nel 1970. E insiste nel precisare che non ci saranno due riti, ma “un uso duplice dell’unico e medesimo rito”, che tutti vogliamo sia sempre più al centro della dinamica ecclesiale, occasione di una piena “riconciliazione” e di un’unità viva nella Chiesa stessa.

4. Quella che il Papa ci sprona ad adottare, oltre le spinte culturali cui si è fatalmente soggetti, è dunque una chiave di lettura inclusiva, non oppositiva. Nella storia della liturgia, come nella vita della Chiesa, c’è “crescita e progresso, ma nessuna rottura”, come già egli ebbe modo di affermare nel discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005. In quella sede infatti, commemorando il 40° anniversario del Concilio Vaticano II, ha indicato valida non “l’ermeneutica della discontinuità e della rottura”, bensì quella della “riforma, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa”. In altre parole, è la sollecitudine per l’unità della Chiesa “nello spazio e nel tempo” la leva che muove Benedetto XVI, una tensione che fondamentalmente tocca al Successore di Pietro.
Ma questa passione per l’unità deve muovere ogni cristiano e ogni pastore dinanzi alle prospettive che si aprono con il “Motu proprio”. Non dunque ricerca di un proprio lusso estetico, slegato dalla comunità, e magari in opposizione ad altri, ma volontà di includersi sempre di più nel Mistero della Chiesa che prega e celebra, senza escludere alcuno e senza preclusione ostativa verso altre forme liturgiche o nei confronti del Concilio Vaticano II. Solo così si eviterà che un provvedimento volto ad unire e ad infervorare maggiormente la comunità cristiana sia invece usato per ferirla e dividerla.
Vorrei tuttavia aggiungere che sono ragionevolmente ottimista sulla migliore valorizzazione del “Motu proprio” nella vita delle nostre parrocchie. E confido che talune preoccupazioni pessimiste, da subito emerse, si riveleranno presto infondate. Il senso di equilibrio che da sempre caratterizza il nostro clero e dunque la nostra pastorale farà trovare, grazie all’azione moderatrice dei Vescovi, i modi giusti per far germinare il virgulto nuovo dalla pianta viva della liturgia ecclesiale, e anzi, in ultima istanza, per rilanciare e incrementare questa nel suo insieme.

5. Ma c’è un altro intervento di Benedetto XVI che vorrei qui richiamare, il discorso che egli ha fatto in apertura del convegno pastorale della Diocesi di Roma – l’11 giugno scorso – sul tema dell’educazione. In quella sede veniva affrontato in modo esplicito, ossia come “educazione alla fede, alla sequela e alla testimonianza”. E infatti con questa scansione il Papa l’ha effettivamente affrontato, non mancando tuttavia di segnalare come “oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla perciò – spiegava – di una grande emergenza educativa, della crescente difficoltà che si incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di un retto comportamento”. Una disamina che non lascia margini ad illusioni, considerata la società in cui viviamo, afflitta da uno strano “odio di sé”, e considerata la cultura odierna che fa del “relativismo il proprio credo”, precludendosi in tal modo la possibilità di distinguere la verità e quindi di poterla perseguire.
Come non leggere qui in filigrana le tante vicende di cronaca che hanno assediato la nostra estate, suscitando sgomento e sempre ulteriore allerta? Come non intravedere qui l’atteggiamento di resa che contrassegna tanta prassi sociale, in cui a prevalere sono il divismo, il divertimento spinto ad oltranza, i passatempi solo apparentemente innocui, il disimpegno nichilista e abbrutente la persona, giovane o adulta non importa, ché, tanto, verso il peggio le differenze si annullano?
Su questo tema ingente dell’educazione, possibile anche in una cultura che produce facilmente banalità e omologazione, immagino che come Conferenza episcopale dovremo tornare, alla luce delle piste lanciate dal Papa, con una riflessione articolata che coinvolga magari i diversi soggetti pastorali, e che si stagli all’orizzonte con propositi di un impegno all’altezza delle sfide.

6. Giova tuttavia ricordare che durante il Convegno ecclesiale di Verona – del quale, ad un anno di distanza, vogliamo fare grata memoria – furono già dette cose significative e preziose in ordine all’educare. Non a caso, nella recentissima Nota pastorale che raccoglie i frutti del Convegno, è rifluita buona parte di quelle acquisizioni. Una delle quali mi preme richiamare, non perché sia inedita ma perché è basilare. Mi riferisco all’esigenza ormai da tutti riconosciuta di raccogliere e coltivare sempre meglio l’unità della persona: essa è continuamente insidiata dalla frantumazione e dallo smarrimento, dovuto non tanto alla necessaria articolazione delle esperienze quanto piuttosto alla mancanza di criteri di interpretazione e di sintesi. Il clima di materialismo in cui viviamo tende a sfilacciare le persone e a frantumare i loro punti di vista, in una estenuazione che vorrebbe rendere patetico qualunque richiamo alla coerenza.
Ma il vuoto non si regge in piedi e la vita concreta non si divide a settori o momenti tra loro incomunicabili. Di qui la preziosità dell’indicazione a cui si è giunti a Verona, che peraltro registra consapevolezze già presenti nel nostro laicato più impegnato. Così, quando al numero 12 della Nota si ripercorrono i cinque ambiti sui quali si erano modulati i lavori del Convegno, si vuole dire proprio questo: è la persona, nelle sue dimensioni costitutive, ad essere il soggetto-interlocutore diretto della nostra attenzione pastorale. Dunque, nessun astrattismo si dovrebbe rintracciare nelle nostre iniziative, ma una proposta concreta, che abbraccia la vita, e che porta tutta l’esistenza all’incontro risanatore e liberante di Cristo.
Ed è qui la ragione, a me pare, che sfugge a tanti osservatori “laici”, per la quale anche nell’ambito politico il cattolico cerca una corrispondenza plausibile tra ideali e programmi. Diceva il Papa, nel citato discorso alla diocesi di Roma: “La consapevolezza di essere chiamati a diventare testimoni di Cristo non è pertanto qualcosa che si aggiunge dopo, una conseguenza in qualche modo esterna alla formazione cristiana…”. Questo, mi sia consentita l’osservazione, è esattamente il punto: in nessun ambito, neppure in politica, si possono tralasciare – per opportunismo, o convenzione, o altri motivi – le esigenze etiche intrinseche alla fede. E ciò non in disprezzo, ma per amore della politica e della sottile arte che essa esige.
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8. Partecipando – col cuore di Vescovi – alla vita del nostro Paese, e osservando le dinamiche singolari che talora si sviluppano, o certi modelli che si diffondono e fenomeni che improvvisamente prendono piede, c’è un interrogativo che sorge e che formulerei così: esiste una modalità, compatibile con la democrazia, grazie alla quale nutrire un ethos collettivo partecipato e ad un tempo capace di resistere e sopravanzare rispetto alle dissipazioni del costume?
Non è una domanda oziosa. Come non lo è quest’altra: lo Stato, inteso come comunità politica strutturata, ha solo il compito di registrare e in qualche modo regolamentare le spinte comportamentali che emergono dal corpo sociale, o deve anche promuovere un’idea di bene comune da perseguire e dunque trasmettere alle generazioni di domani, in un progetto di società aperta e insieme capace di futuro? So bene che sullo sfondo di simili interrogativi qualcuno potrebbe paventare i fantasmi di uno Stato etico, che in realtà però nessuno vuole, e che noi meno di tutti potremmo accettare. E tuttavia, la preoccupazione di non aprire la strada a queste derive non può essere un alibi che impedisce di affrontare questioni che sono e saranno sempre più decisive.

9. Mi limito qui ad osservare che c’è un legame che unisce il cittadino allo Stato e che questo legame è in concreto condizionato dalla capacità effettiva dello Stato stesso di farsi promotore e garante del bene comune. Si può, d’altro canto, osservare che vi sono situazioni e comportamenti socialmente deplorevoli, anzi criminali, che non riescono a trovare soluzione: pensiamo, ad esempio, al dramma recente e crescente degli incendi boschivi provocati dall’uomo che in questa ultima estate hanno messo in ginocchio intere zone del Paese. Alla luce di simili fatti, ma anche di altre tendenze comportamentali, sembra che diventi sempre più friabile il vincolo sociale e si prosciughi quel tipo di solidarietà su cui una comunità strutturata deve fare affidamento, se vuole essere un paese-non-spaesato.
Ebbene, a me pare illusorio sperare in un improvviso quanto miracolistico rinsavimento morale, se al punto in cui ci troviamo non avviene una ricentratura profonda, da parte dei singoli soggetti e degli organismi sociali, sul senso e sulla ragione dello stare insieme come comunità di destini e di intenti. E se, grazie anche al contributo della religione e alla considerazione ad essa riservata, non acquisteranno una evidenza nuova e una credibilità proporzionata i valori essenziali per una convivenza.
Sono tuttavia convinto che la realtà del nostro popolo non sia assolutamente rappresentata, né tanto meno definita, dai fenomeni peggiori a cui tanta enfasi viene data nella pubblica opinione, rischiando di creare tendenza, quasi si trattasse di nuove scuole di pensiero e di vita. La componente sana della società è ampiamente maggioritaria: nel silenzio dignitoso e in spirito di sacrificio, con ancoraggio alla fede cristiana o per ispirazione a quell’umanesimo non astratto né generico che nel Vangelo trova radici sempre fresche, essa vive i propri doveri, vive la realtà della famiglia e le varie relazioni, vive la sfida irripetibile della propria esistenza terrena con serietà, onestà e dedizione.
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Un altro problema particolarmente acuto, cui come Pastori veniamo continuamente interessati, è quello della casa. Mi riferisco in particolare al dramma di coloro – pensionati o famiglie con un solo reddito – che sono raggiunti da provvedimenti di sfratto e non trovano altre opportunità. Ma pensiamo anche ai giovani fidanzati che vorrebbero sposarsi e nei loro progetti sono annichiliti per il problema dell’abitazione che non si trova oppure è inavvicinabile per le loro risorse. Ci sono inoltre situazioni di promiscuità, dove famiglie diverse sono costrette a vivere in uno stesso appartamento, magari fatiscente, e per ciò stesso non in grado di garantire un vicendevole rispetto.
Su questo fronte, la collettività ai vari livelli deve darsi uno slancio, e approntare quelle soluzioni di edilizia popolare che per vaste zone e in una serie di città appaiono veramente urgenti. Anche agli istituti bancari e di credito vorrei far presente questa emergenza perché, tenendo conto delle condizioni internazionali e secondo le loro possibilità e competenze, vogliano maggiormente contribuire con senso di equità ad una concreata soluzione del problema.

12. Cari Confratelli, mentre ringraziamo il Signore Gesù per il grande bene presente nelle nostre Chiese, non ci nascondiamo le difficoltà e neppure le contraddizioni che il nostro tempo presenta: la storia insegna che ogni epoca porta con sé le sue proprie sfide sul piano religioso, culturale, e socio-politico. Ma porta anche le sue opportunità. Si tratta di luci e ombre che abbiamo evidenziato già negli Orientamenti pastorali per il decennio e più recentemente nella citata Nota pastorale che vuol dar seguito al Convegno ecclesiale di Verona. Come uomini di fede, sappiamo che la storia ha la sua teologia, e dunque è sempre storia di salvezza in quanto procede verso il suo fine, che non è la notte del nulla, ma la luce di Dio. Sappiamo che il Signore Gesù sa trarre il bene per le vie misteriose della sua Pasqua. Sappiamo altresì che ogni epoca non è mai solamente “tempo” (cronos), ma è sempre anche “grazia” (kairòs). Guardiamo dunque a quest’ora con lo sguardo e il cuore di Cristo buon Pastore. è questo sguardo teologale che, insieme ai nostri carissimi Sacerdoti, vogliamo che cresca nelle nostre comunità. Per questo, di fronte a ostacoli e – talora – incomprensioni, non ci abbandoniamo a recriminazioni sterili, e neppure ci affidiamo soltanto a pur opportune metodiche pastorali; ma ci sentiamo chiamati, come inguaribili Pastori, a spremere dal nostro cuore un supplemento d’amore verso tutti.
Amore che si sostanzia della fede nella Croce gloriosa di Cristo e in un più grande sacrificio di noi stessi. Sospinti da questo amore evangelico, non possiamo tacere: a tutti, sempre e dovunque, annunciamo la lieta verità di Dio che è Padre e la lieta verità dell’uomo che risplende in Gesù di Nazareth. Da duemila anni rimbalza da cuore a cuore, da generazione a generazione, la gioiosa notizia del Vangelo che è luce amica di tutti.
Sappiamo che le parole di Cristo rispondono agli interrogativi ultimi della ragione, ma anche sostengono e stimolano la ragione stessa nella ricerca delle verità più profonde sull’uomo e sul creato. Sollecitandola altresì a non accontentarsi di risposte solo immediate e di superficie.
Come non ricordare qui i nostri carissimi Sacerdoti? A loro, che ogni giorno spendono se stessi per il servizio e il bene della gente, sorretti dall’amore di Cristo che colma e rallegra ogni fatica e ogni solitudine, rinnoviamo il nostro affetto di Pastori e la gratitudine della Chiesa.

13. Il valore intangibile della persona e della vita umana, vita che deve essere accolta e accudita fin dal sorgere, ed amorevolmente accompagnata fino al suo naturale tramonto; la famiglia fondata sul matrimonio, cellula fondante e inarrivabile di ogni società; la libertà dei genitori nell’educare i figli; il sereno senso del limite che accompagna la parabola dell’umana esistenza; il codice morale che si radica nell’essere profondo e universale dell’uomo e si esplicita e perfeziona in Gesù; la libertà che – lungi dall’essere mero arbitrio – è impegnativa adesione al bene e alla verità: vedo qui i capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo. Essi costituiscono l’ethos di fondo che – nonostante incoerenze e nuove sfide – dà corpo a quel senso di reciproco riconoscimento e di comune appartenenza che ci fa sentire “società”, “casa” aperta e accogliente verso tutti coloro che vogliono rispettosamente entrare. Sovviene quel che diceva il teorico marxista Roger Garaudy, nel suo studio intitolato “Il marxismo e la morale” (1948): “Il cristianesimo ha creato una nuova dimensione dell’uomo: quella della persona umana. Tale nozione era così estranea al razionalismo classico che i Padri greci non erano capaci di trovare nella filosofia greca le categorie e le parole per esprimere questa nuova realtà. Il pensiero ellenico non era in grado di concepire che l’infinito e l’universale potessero esprimersi in una persona”.
Come la storia dimostra, la vera civiltà non nasce da una buona organizzazione, ma da un’anima buona, cioè da quell’insieme di ideali spirituali, alti e nobili, che riguardano non tanto il funzionamento di un’esistenza, ma il senso dell’esistere. Riaffiora un’affermazione del poeta latino Giovenale: “Considera sommo crimine… perdere per la vita le ragioni del vivere”. è vero, ci sono valori ai quali vale la pena dedicare la vita: barattarli, questi valori, significherebbe annichilire le sorgenti della vita stessa. Là dove essa perderebbe il suo significato. E ciò vale per i singoli come per la società: anche un Paese e la sua civiltà hanno contenuti culturali e valori spirituali che giustificano l’impegno di una vita. Quando questi non esistono più o sono irreparabilmente aggrediti, allora vengono meno le fondamenta stesse e le energie vitali che sostengono ogni autentica comunità.
Solo su simili premesse, che vanno continuamente custodite e alimentate, un Paese vive e prospera. Ed ecco perché ogni attentato alla vita, alla famiglia, alla libertà educativa, alla giustizia e alla pace… troverà sempre una parola rispettosa e chiara da parte della Chiesa. Mi si permetta, al riguardo, un rapido ma accorato riferimento allo scenario internazionale. Ossia, alla vicenda che, nelle ultime settimane, ha visto protagonista Amnesty International, a proposito della clamorosa inclusione, tra i diritti umani riconosciuti, della scelta di aborto, magari anche solo nei casi di violenza compiuta sulla donna. Sono derive che ci rendono ulteriormente avvertiti del pericoloso sgretolamento a cui sono sottoposte le consapevolezze umane anche più evidenti, e della necessità quindi di una presenza qualificata a contrastare simili esiti.

Cari Confratelli, l’Italia merita un amore più grande! L’incanto della sua natura, la ricchezza della sua storia, la fecondità delle sue radici cristiane, la fioritura delle sue tradizioni, quella diffusa sensibilità che è nell’animo della sua gente insieme ad una intelligenza creativa, meritano un maggior apprezzamento da parte di tutti e un rinnovato senso di appartenenza e di amore al Paese. Meritano una responsabilità più grande!
Come Pastori, e insieme alle nostre comunità, continueremo ad annunciare Cristo, riscatto e speranza dell’uomo. Lo annunceremo con tutta la fede e la passione di cui siamo capaci; lo annunceremo quali che siano le conseguenze sul piano umano, persuasi che annunciare Cristo è servire l’uomo e che il Vangelo è sempre fonte di umanità vera per tutti.

Affidiamo noi stessi, le nostre Chiese, il nostro amato Paese alla Vergine Maria, da ogni parte invocata dal nostro popolo con le espressioni più belle della filiale devozione.

+ Angelo Bagnasco
Presidente