BIFFI, Le cose di lassù

In libreria

GIACOMO BIFFI, Le cose di lassù. Esercizi spirituali predicati alla presenza di Sua Santità Benedetto XVI, Edizioni Cantagalli, Siena 2007, € 14,50

Sconto su: http://www.theseuslibri.it/product.asp?Id=1018

La settimana di esercizi spirituali in Vaticano fu introdotta nel 1929 da papa Pio XI (1922-1939), inizialmente in Avvento poi spostata in Quaresima da papa Paolo VI (1963-1978). Nel corso degli anni si sono succeduti predicatori di rango – religiosi, vescovi e cardinali, tra i quali due futuri pontefici come l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla (poi papa Giovanni Paolo II [1978-2005]) nel 1977 e il Prefetto della Congregazione per la Dottrina delle Fede Joseph Ratzinger nel 1983 – che nella cappella Matilde, ora Redemptoris Mater, hanno guidato questo breve ma intenso periodo di raccoglimento e meditazione del papa e dei suoi collaboratori.
Gli esercizi per la Quaresima 2007, guidati dall’arcivescovo emerito di Bologna – e già predicatore in Vaticano nel 1989 – Giacomo Biffi, e fortunatamente pubblicati da Cantagalli, permettendo così a tutti di accedere alle acute e coinvolgenti meditazioni del cardinale, hanno avuto come filo conduttore l’invito di San Paolo a pensare «alle cose di lassù» (Col 3,2). Per far questo è indispensabile prima mettere da parte – a ciò è dedicata la Riflessione introduttiva (pp. 7-19) -, con la ragione prima che con la fede, il diffuso scetticismo sulle «cose di lassù» e chiedersi se sia davvero ragionevole limitare il reale entro i confini del visibile: «L’uomo “mondano” e secolarista possiede la più arrischiata delle certezze: la certezza di ciò che non c’è. È una certezza che conviene solo a Dio: solo colui che è onnisciente può elencare le cose che non ci sono. Certo, una volta condotta a termine l’esplorazione del mondo visibile, posso arrivare a una ragionevole persuasione che non esistano l’ippogrifo, i centauri e le sirene. Ma in nessun modo, se voglio restare razionale, posso convincermi che non esistono i Serafini» (pp. 11-12). La percezione del mondo invisibile che ci circonda è inoltre la più saggia risposta allo scoraggiamento che può cogliere di fronte all’assedio del mondo: il rimedio non sta – come spesso accade – nel negare l’assedio e scendere ingenuamente a patti con gli assalitori, bensì nel rendersi conto «[…] che il “piccolo gregge” possiede già un Regno; sta cioè nel non perdere mai di vista la totalità delle cose come stanno, e in particolare l’effettiva estensione del mondo celeste, popolato di angeli e di santi, esuberante della divina energia da cui viene senza soste investita la terra» (p. 16). Questo Regno invisibile, infine, non è remoto, le cose di lassù sono già presenti in mysterio quaggiù, soprattutto nella celebrazione eucaristica, in cui – persino nella celebrazione più dimessa – secondo la descrizione di un transitorium ambrosiano, gli angeli circondano l’altare e Cristo amministra il pane dei santi e il calice della vita per la remissione dei peccati: «Angeli circumdederunt altare / et Christus administrat Panem sanctorum / et Calicem vitae in remissionem peccatorum» (p. 18)

Il Primo giorno (pp. 21-51) di meditazione è dedicato al duplice invito che risuona all’inizio della Quaresima: «convertiti e credi al Vangelo», «ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo invito richiama la necessità della conversione, e con essa la dimensione quaresimale dell’intera esistenza, che nessuno può aggirare credendo che non ci sia nulla da riformare nella propria vita: «La Quaresima non ci viene data per vedere se ci sia o no nella nostra vita qualcosa da cambiare, ma per capire in che cosa dobbiamo cambiare; perché qualcosa da cambiare c’è in ogni caso» (p. 26). Del resto la prospettiva cristiana è l’unica che offre un modo «sano» di confrontarsi con – e affrontare – la debolezza umana, superando l’inutile senso di avvilimento e rabbia, o la farisaica cultura della denuncia: «[…] non è vero che oggi non ci sia più il senso del peccato: c’è un acutissimo senso del peccato altrui (che non è salvifico)» (p. 27). La necessità del pentimento non è dovuta solo al fatto di «vedersi peggiori», ma anche all’esigenza di elevarci al livello di quel Regno bello e invisibile cui apparteniamo. Tutto ciò costa sicuramente, «Però un frutto immancabile del pentimento è la gioia, una gioia intima e segreta che nasce da un rapporto nuovo col Dio che ci rinnova» (p. 29).
L’altro messaggio quaresimale, ci ricorda l’inevitabile destino di ciascuno a tornare in polvere, «[…] c’invita senza tanti complimenti anche a riflettere sulla nostra morte personale […]» (p. 33), la nostra, non quella degli altri, quella morte che celiamo con tutte le forze ai bambini e anche a noi stessi finché è lontana, poiché di fronte ad essa si infrangono tutti gli obiettivi, le illusioni e le speranze. La morte invece è un fatto ineluttabile, cui può opporsi soltanto un altro fatto: «Solo l’avvenimento del trionfo sulla morte – cioè il fatto della risurrezione di Cristo (che è il “cuore” del Vangelo), come principio e garanzia della nostra – può salvare l’uomo dall’avvenimento della morte; vale a dire, può salvare l’uomo dalla sua invalicabile assurdità» (p. 39). Questo promemoria apparentemente macabro – che imbarazza purtroppo gli stessi sacerdoti, timorosi che il fedele faccia scongiuri impropri durante l’imposizione delle sacre ceneri – in realtà è ricco di speranza: «Attenzione: la cenere, sulla quale la Chiesa ci invita a meditare, non ci dice quello che l’uomo è, ma quello che l’uomo sarebbe se fosse vera la visione puramente materialistica ed edonistica della vita. […] non vuol incuterci la paura della morte, vuol incuterci la paura di un’esistenza vissuta con l’idea desolata che la morte sia l’accadimento conclusivo di tutto» (p. 41).
Da questa consapevolezza è possibile così ridare pieno senso alla propria vita, rendendola feconda e davvero degna del Regno invisibile che ci attende: è il caso del beato Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954) arcivescovo di Milano, come attesta l’ultimo consiglio, un deciso invito alla santità, lasciato ai suoi seminaristi pochi giorni prima della morte: «Non dimenticate che il diavolo non ha paura dei nostri campi sportivi e dei nostri cinematografi. Ha paura invece della nostra santità» (p. 48).

Nel Secondo giorno (pp. 53-90) la meditazione è incentrata sulla figura di Cristo, che domina il mondo invisibile; gli Apostoli si trovano di fronte alla novità sconvolgente «[…] di aver convissuto e di essere entrati in intimità con “qualcuno” che sta al cuore di tutto il succedersi dei fatti e delle epoche, sta “sopra” ogni essere, sta “prima” di ogni accadimento, sta al “traguardo” di ogni vicissitudine terrena» (p. 58). L’inno paolino della Lettera ai Colossesi (1, 12-20) esprime la «[…] relazione tra il Cristo Redentore – che è “prima” ed è il “primeggiante” – e l’intero universo, mediante la terna di proposizioni: «in lui» (en autò), «per mezzo di lui» (di’autoù), «in vista di lui» (eis autòn).
Tale prospettiva inoltre non è affatto pura speculazione: «In realtà, niente più di essa può aiutare il credente a trovare una giusta attitudine ei confronti delle persone, delle idee, degli accadimenti» (p. 67). Ad esempio la questione del rapporto con i non credenti, spesso risolta con gli errori opposti della condanna senza appello o di un falso irenismo che ponga tutto sullo stesso piano; il bene che si può riscontrare in essi non è tratto dal nulla, poiché «[…] i valori, dovunque si trovino, oggettivamente sono sempre suscitati da Cristo. Egli dalla destra del Padre opera sulle menti, sulle coscienze, sugli atti per mezzo del suo Spirito, che “spira dove vuole”, non conosce barriere etniche o culturali e sa “cristianizzare” silenziosamente anche le realtà in apparenza più remote dal Vangelo» (p. 69). E una prospettiva cristocentrica non può non spingere all’apostolato, poiché se tutto è stato creato in lui, per mezzo di lui e in vista di lui, allora ciascun uomo è caratterizzato da una primordiale e incancellabile appartenenza a Cristo, che precede l’appartenenza ecclesiale, ma che in essa «[…] aspira ad essere positivamente compiuta e sublimata dall’azione redentrice […]» (p. 71).
Questa giornata è conclusa dall’ammonimento dello scrittore russo Vladimir Sergeevic Solov’ëv (1853-1900) che delinea l’Anticristo come un figura apparentemente buona, la cui malvagità è tanto più efficace quanto più si cela sotto le rassicuranti vesti del pacifismo, dell’ecumenismo, del dialogo a tutti i costi. Egli ammira Cristo, ma tre cose di Lui gli riescono intollerabili: la distinzione tra bene e male, la Sua pretesa di unicità, e il fatto che Egli sia vivo; in pratica tutto ciò che fa di Cristo l’unico vero Salvatore e non un personaggio del passato da cui imparare qualche buona parola. «Verranno giorni, ci dice Solov’ëv, quando nella cristianità si tenderà a risolvere il fatto salvifico, che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso, concreto e razionale della fede, in una serie di “valori” facilmente esitabili sui mercati mondani» (p. 87). L’ammonimento di Solov’ëv – che scriveva un secolo fa – suona davvero profetico se si pensa ai tanti ambienti cattolici – è quasi, purtroppo, un fenomeno di massa – in cui la figura di Cristo scompare dietro tante buone esortazioni da manuale di educazione civica, al punto che, lamentava don Divo Barsotti (1914-2006), «[…] in molti discorsi delle nostre comunità […] Gesù Cristo è una scusa per parlare d’altro» (p. 87).

Il Terzo Giorno (pp. 91-122) è dedicato sempre a Cristo, ma da una prospettiva diversa: «Ieri la nostra ammirazione è stata conquistata dalla sua “Domenica eterna”; oggi cercheremo di ripensare con gratitudine e commozione al Giovedì Santo e al Venerdì Santo» (p. 91). L’invito di Gesù Cristo, durante l’Ultima Cena, a ricordarsi di Lui – «fate questo in memoria di me» -, fa sì che la Chiesa sia «[…] primariamente ed essenzialmente, una “memoria”: la memoria indefettibile del suo Salvatore» (p. 94), e non un vuoto ricordo, ma «[…] una memoria così intensa e soprannaturalmente efficace da ripresentare nella realtà e mettere nelle nostre mani la persona adorabile dell’Unigenito del Padre […]» (ibid.). In questo rito è concentrato tutto l’amore di Cristo il quale non solo si sacrifica ma si offre anche come cibo, permettendoci la massima intimità possibile con Lui. «Quando arriva – e presto o tardi arriva per tutti – il momento dello sconforto, del pessimismo, delle tentazioni contro la speranza, ricordiamoci di questo amore: chi è stato amato in questo modo dall’Unigenito del Padre non può non avere, dopo ogni prova, un destino di gioia» (p. 100)
Dopo l’Ultima Cena inizia l’agonia nel Getsemani, durante la quale Cristo prova tristezza, paura e angoscia, e continua la sua azione sacerdotale offrendo le sue stesse sofferenze e la sua obbedienza (cfr. Eb 5,7). Una volta innalzato sulla croce poi il Suo sguardo si posa su tutti coloro a favore dei quali Egli offre il suo stesso sacrificio: «Dalla croce, nel momento di morire per me, il Signore mi ha visto: così può dire ciascuno di noi. I suoi occhi – forse materialmente annebbiati dalle lacrime, dai sudori, dagli spasimi dell’agonia – in quell’istante ricevevano soprannaturalmente una lucidità nuova, una potenza visiva senza confronti, sicchè nessuna delle creature infelici e colpevoli da riscattare e rinnovare è sfuggita all’attenzione appassionata di colui che si donava per tutti» (p. 108), consolato dalla vista di coloro che nei secoli si arrenderanno al Suo amore, prima fra tutti Maria che sotto la croce coopera col suo dolore alla redenzione.
La centralità di Cristo è talmente importante che Giovanni Colombo (1902-1992), poi cardinale arcivescovo di Milano, la applicava anche all’ambito letterario: «Tutto – quale che sia la consapevolezza degli autori – o parla implicitamente di Cristo o ne esprime il desiderio inconscio o per assurdo lo invoca, confessando la pena e la vuotezza per la sua assenza» (p. 116). Come Giacomo Leopardi (1798-1837) che, nella poesia Alla sua donna, si rivolge ad una creatura perfetta che ritiene però inesistente: «Noi, concludeva don Giovanni Colombo, per fortuna sappiamo che questo capolavoro di umanità e di bellezza esiste davvero; ed è la natura umana di Cristo. Dunque proprio al Signore Gesù, il più affascinante degli esseri umani, nel suo significato più profondo e più vero, questo inno è rivolto» (p. 119).

Nel Quarto giorno (pp. 123-165) si rivolge uno sguardo anagogico, cioè in alto, nella sua vera essenza, alla Chiesa, cercando di intuire la realtà che si cela dietro una veste umana che può risultare squallida o comunque poco entusiasmante, e che tuttavia trae una singolare vitalità dall’eterno sacerdozio di Cristo. «Anzi, chi attraverso l’esperienza rinnovatrice dell’iniziazione battesimale comincia a far parte della famiglia dei discepoli di Gesù, riceve in eredità un “regno incrollabile (cfr. Eb 12,28) ed entra in una festa cosmica che coinvolge cielo e terra e tutta la vicenda salvifica. Appunto questa è la sostanza dell’appartenenza al “nuovo Israele” […]: “Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli” (cfr. Eb 12,22-23)» (p. 130). Nella Bibbia la Chiesa è descritta con le immagini del corpo mistico e della sposa: entrambe indicano la relazione di essa con Cristo, poiché il corpo è inconcepibile senza il capo e la sposa senza lo sposo. Questo vincolo – che per la Chiesa è vitale – è indispensabile per comprenderne la vera natura, senza fraintendimenti: «Il peccato originale della ecclesiologia “catagogica” è il ritenere che la verità della Chiesa possa essere attinta a partire non dalla sua intrinseca relazione con Cristo, come è insegnato dalla Rivelazione, ma dalla sua – pur necessaria, ma non costitutiva – relazione col mondo; non dal suo rapporto di quasi-immanenza col Regno, ma dal suo pur incontestabile coinvolgimento nella storia. Così, credendo di fotografare la Sposa del Re, si finisce col fotografare soltanto il suo guardaroba: gli abiti dimessi e impolverati di cui la riveste fatalmente la notra povertà» (p. 142).
Alla festa di nozze tra Cristo e la Chiesa allude un transitorium ambrosiano: «Hodie celesti Sponso iuncta est Ecclesia» (p. 148); l’evento si manifesta nell’adorazione dei Magi, nel Battesimo al Giordano e nel miracolo di Cana, tutti contemplati simultaneamente nell’inno.
La giornata è chiusa dall’«ecclesiologia» di Alessandro Manzoni (1785-1873), il cui inno La Pentecoste inizia proprio contemplando la Chiesa, cogliendo così la stretta connessione tra essa e lo Spirito; una connessione costitutiva, dal momento che la Chiesa è frutto dell’effusione dello Spirito, e la Pentecoste, a sua volta, contiene la Chiesa in nuce. «Non c’è nulla perciò di più assurdo che contrapporre lo Spirito alla Chiesa e la Chiesa allo Spirito. Sant’Agostino dice che “uno possiede lo Spirito Santo a misura che ama la Chiesa di Cristo”» (p. 158).

Infine nel Quinto giorno (pp. 169-203) si contempla più a fondo il mistero del Corpo e del Sangue di Cristo e con esso la vera natura della Chiesa. L’eucarestia è innanzitutto rendimento di grazie – come indica la parola stessa -, è un atto di obbedienza ad un comando del Signore – «fate questo» -, infine è un sacramento, cioè realizza ciò che significa; dall’eucarestia la Chiesa – che è quindi popolo che ringrazia, popolo che obbedisce, ed è in sé stessa sacramento in quanto trasmette la grazia di Dio – può ridare all’umanità il senso della gratitudine per ciò che preesiste e ci è dato – e che non è dovuto alla nostra attività -, la nostalgia dell’obbedienza, la capacità di saper leggere attraverso i segni della creazione: «Il mondo pare diventato per la cultura prevalente un magazzino esposto al saccheggio, più che un poema da comprendere e assaporare nella sua bellezza e nella sua verità» (p. 175).
Ad uno sguardo ulteriore l’eucarestia è caratterizzata dalla memoria – una memoria oggettiva: «Non è solo il ricordo della Pasqua, è la Pasqua del Signore […]» (p. 176) -, dal sacrificio di alleanza, dalla dimensione escatologica; di qui la Chiesa è un popolo che ricorda – la Chiesa è una memoria, aveva detto il cardinale in precedenza -, legato a Dio da un patto, nell’attesa delle cose future. «Una Chiesa nutrita dalla speranza eucaristica può contribuire a rianimare questo mondo infiacchito» (p. 179).
Uno sguardo ancora più in profondità ci rivela la vera e propria res dell’eucarestia, cioè il mistero pasquale: innanzitutto la morte, cui palesemente rimandano il Corpo dato e il Sangue versato; poi la risurrezione, poiché non è un banchetto funebre, ma è un vivente che ci convoca alla Sua mensa, dalla quale «[…] si sprigiona l’energia della risurrezione […]» (p. 182); infine l’ascensione al cielo, anch’essa parte integrante del sacerdozio di Cristo: «[…] anche l’ingresso di Cristo nel santuario celeste è un momento formalmente sacrificale. Gesù che sale al cielo è il Sacerdote della Nuova Alleanza che si presenta al cospetto del Padre, offrendogli la vittima unica e pienamente sufficiente, cioè il suo Corpo “dato” e il suo Sangue “versato” (cfr. Eb 7,24-25; 9,11-12)» (p. 183).
Dunque «[…] se l’eucarestia è il sacramento della croce, allora la croce connota tutta la vita ecclesiale; se ci pone in comunione con la grazia della risurrezione, allora la comunità cristiana deve riconoscere come propria l’esistenza rinnovata scaturita dalla Pasqua; se ci dà la presenza del Cristo vivo e Signore, allora la Chiesa deve sussistere e operare nella consapevolezza di questa misteriosa ed entusiasmante immanenza del suo Maestro e Sposo, che è con lei “fino alla fine del mondo”» (p. 185).
L’ultimo sguardo è per Maria, la creatura più unita a Colui che domina e colma di sé le cose di lassù, e Biffi rinnova l’invito di sant’Ambrogio (339-397): «Sia in ciascuno l’anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio» (p. 203).

Nella Riflessione conclusiva (pp. 205-211) – che precede il Discorso (pp. 213-214) e la breve Lettera (pp. 215-216) di Sua Santità Benedetto XVI – il cardinale sottolinea come la contemplazione del mondo invisibile non sia affatto un pretesto per trascurare la vita quotidiana e i propri doveri: «Anzi, noi “cerchiamo le cose di lassù” appunto perché lassù si trova la chiave per sciogliere gli enigmi e per superare le contraddizioni dell’universo, dell’uomo, delle sue vicissitudini […]» (p. 207), come dimostra la feconda opera civilizzatrice prodotta dal monachesimo benedettino, poiché «Ogni attenzione alle realtà terrene che non partisse dalla contemplazione delle realtà celesti, rischierebbe di essere non bene inquadrata o addirittura deviante, e ogni azione diretta a sistemare o ad alleviare i guai del mondo, che non fosse un’umile e generosa collaborazione con l’opera di redenzione intrapresa dal Padre del Signore nostro Gesù Cristo potrebbe inavvertitamente assumere le incongruenze di un ingenuo pelagianesimo» (p. 208).

Stefano Chiappalone