(Avvenire) Un 2004 più pacifico?

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Avvenire 7-1-2004


NON FIGURARE NELLA LISTA NERA



Vittorio E. Parsi

Evento tutt’altro che da sottovalutare quello dell’approvazione della nuova costituzione afghana, che non sarà forse un capolavoro giuridico (ma quale costituzione lo è mai, tantopiù al suo varo), e però mette simbolicamente fine all’anarchia eretta a sistema che negli ultimi vent’anni aveva rappresentato il tratto costante del Paese. Tra quelli che l’hanno capito al volo ci sono i seguaci del Mullah Omar e dell’inafferrabile Benladen, i quali han pensato di festeggiare l’evento a modo loro, con un attentato a Kandahar: una bomba “vera” a ridosso di un’esplosione civetta, tanto per essere più sicuri di far fuori il maggior numero di innocenti tra i soccorritori e tra i curiosi (compresi i bambinetti di una vicina scuola elementare).
La tragica sequenza afghana – nuova costituzione e immediato attentato – non pareggia però i conti: l’Afghanistan di oggi è un posto infinitamente migliore di quello dei taleban e dei loro accoliti e finanziatori. Per più di un aspetto, è possibile all’Iraq dire la stessa cosa: senza Saddam – ormai neanche più leader “sotterraneo” degli irriducibili del regime – la regione è migliore di prima. In primo luogo lo è per i bambini iracheni, che negli anni di Saddam Hussein e Tarek Aziz morivano ben più numerosi per le sanzioni Onu che non oggi a causa degli attentati e delle operazioni di peace enforcing…
Come leggere allora segnali che appaiono contrastanti, e che provengono oltretutto da molte altre zone del pianeta, per capire se il 2004 si apre con qualche speranza di pace in più rispetto al 2003? Sarebbe futile fare mostra di un candido ottimismo: aree di conflitto sono tuttora aperte e in molte di queste il confine tra tregua, guerra civile, terrorismo e banditismo è nullo (si pensi all’Africa). Il diritto e le istituzioni internazionali sono stati messi a dura prova nel corso dell’anno passato, e necessitano di modifiche che sappiano coniugare al meglio valori irrinunciabili e pragmatismo politico.
Tuttavia sarebbe ingeneroso e figlio di un pregiudiziale e saccente catastrofismo sottovalutare i segnali positivi. Per lo più in termini politici, quelli di questi giorni non son pochi. Egitto e Iran ricominciano a parlarsi, e così fanno Pakistan e India: tutti Paesi importanti e popolosi, determinanti per qualunque progetto di ordine internazionale. In Corea del Nord, una delegazione non ufficiale americana è attesa per ispezionare i siti dove il regime comunista ammette di portare avanti lo sviluppo di armi nucleari. Gheddafi dichiara anche lui di rinunciare ai suoi giochi di guerra, e persino Washington e Teheran cercano di “aprirsi senza scoprirsi”.
E allora? Sembra che si possano avanzare due ipotesi. Primo. La lotta al terrorismo condotta anche attraverso guerre giuridicamente assai eccepibili sarebbe riuscita finora a produrre un risultato. È molto più rischioso di prima finire sulla lista nera degli Stati fiancheggiatori del terrorismo, il che potrebbe spiegare tanti “ravvedimenti”. Sul piano giuridico-istituzionale, però, non si son fatti significativi passi avanti per tornare a un sistema internazionale che sia meno da “stato d’emergenza planetario” (cioè senza lo strumento della guerra preventiva), ma anche con un minore terrorismo globale. Secondo. Nelle aree in cui è quasi impossibile distinguere tra autorità legittime e fazioni armate dedite al terrorismo (la Palestina), neanche la draconiana legge della guerra preventiva può portare a qualcosa: neppure al mero successo militare. E siccome la pacificazione nella giustizia e nella sicurezza di quell’area è fondamentale per l’intero pianeta, idee davvero nuove devono essere rapidamente pensate e disseminate.