(Avvenire) Termini nuovi per il radicamento sociale

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“Avvenire”, 6-12-2002

Cattolici e politica

Giuseppe De Rita
Nella transizione infinita degli ultimi dieci anni la diaspora sociopolitica
dei cattolici continua ad avere un posto rilevante. Per molti essa sembra
irreversibile e salutare, mentre altri la vedono invece con la nostalgia di
un passato comunque da riaggregare. Nessuno però cerca di capire quale possa
essere il radicamento sociale di una realistica presenza politica dei
cattolici, condizione essenziale per evitare che la diaspora produca solo o
alcune strumentali incorporazioni di facciata (penso all’«ispirazione
sturziana» di Forza Italia) o tentativi di vocazione centrista, destinati ad
essere erosi dell’attuale ondivaga segmentazione di microsoggetti (penso a
quanto avviene nelle sub-componenti della Margherita e dell’Udc). Per
evitare cioè che tutto finisca nel giuoco infrapolitico di moda in questi
anni.

Mi si perdonerà lo schematismo, ma per parlare di radicamento sociale della
politica occorre riferirsi a quattro possibili campi e percorsi: il
radicamento sui fattori cultur ali che portano alla personalizzazione della
leadership; quello sulla linfa polemica dei movimenti; quello sulla
struttura professionale e di ceto; e quello infine sul territorio e sulle
diversificate realtà locali del Paese.

La forma di aggregazione sociale e mobilitazione politica che oggi ha più
generale vigenza è centrata su quelle emozioni ed opinioni di massa
attraverso le quali la gente si riconosce in un leader di cui si fida,
saltando tutte le sedi intermedie di rappresentanza. Si tratta non solo di
un fenomeno politico ed elettorale, è anche un fenomeno, di complessa
condensazione collettiva; e solo tenendo conto del suo valore si capisce ad
esempio che Bossi o Berlusconi non sono leaders puramente politici, ma anche
sociali.

Il secondo potenziale campo di radicamento è quello dei movimenti, sulla cui
validità si può discutere a lungo, ma non si può negare la loro capacità di
aggregazione sociopolitica pur se va sottolineato che le loro mobilitazioni
sono prevalenteme nte emoz ionali (contro la globalizzazione, contro
Berlusconi, ecc.) e spesso di pura contiguità fisica (i cortei, i girotondi,
le grandi piazze, ecc.). Occupano quindi molto spazio mediatico, ma non
fanno per ora “popolo” cui far riferimento.

Il terzo e più classico radicamento sociale della politica riguarda i ceti
sociali, i gruppi professionali, le “classi”, radicamento che molti – dopo
la crisi del classismo comunista e dell’interclassismo democristiano –
ritengono che non possa più avere valore. Personalmente non ne sono del
tutto sicuro, convinto piuttosto che il rapporto con il lavoro (sia pure
individuale, professionistico, autonomo) è ancora oggi un fattore forte di
identità sociale cui chi fa politica può utilmente riferirsi.

E l’ultimo potenziale campo di radicamento della politica nella società è
quello territoriale. L’avvento dell’uninominale sta riportando ad un sapore
precedente gli anni ’20 e localistico la dinamica elettorale, collegio per
collegio; tuttavia ciò non vi ene solo dalla crescente importanza
sociopolitica del territorio, ma anche dalla propensione dei cittadini a
riscoprire la vita comunitaria, dalle loro crescenti aspirazioni alla
qualità della vita, dalla crescente domanda di servizi a scala locale, dalla
conseguente aumentata gamma di responsabilità delle autorità locali, in un
crescente processo di articolazione diffusa dei poteri.
Di fronte a questi quattro percorsi di potenziale radicamento tutte le forze
politiche sembrano distratte e senza strategia, prese come sono dall’
attualità del giorno per giorno e dalle proprie dinamiche interne. Ed i
cattolici che fanno politica sono in una situazione forse più svantaggiata:
resistono psichicamente alla personalizzazione della leadership politica;

sopravvalutano i movimenti; si disinteressano delle dinamiche del lavoro e
del professionismo individuale; non si curano più molto di una costante
presenza nel territorio e nel relativo policentrismo di interessi e di
poteri. Finiscono per f are quin di politica “pura”, anzi tattica della
politica, giuoco infrapolitico. Così non possono andare lontani e, sarebbe
allora il caso che dedicassero un po’ di tempo ad un impegno di revisione e
rilancio del proprio radicamento sociale, magari confrontandosi con l’
esperienza non marginale del mondo ecclesiale su ognuno dei quattro campi
sopra citati, anche – e non è paradossale – con la personalizzazione della
leadership.