(Avvenire) Sudan: chi getta petrolio sulla pace

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Gli accordi tra Nord e Sud sono stati firmati,


ma a prezzo di una spartizione delle ricchezze del Paese


Parla il cardinale Wako


 


Sudan: chi getta petrolio sulla pace


 


«Khartoum fa finta di cedere, ma non c’è rispetto per i diritti umani né per la libertà d’espressione anche religiosa E tra la gente manca fiducia nel futuro»


Di Anna Pozzi

Ha un aspetto mite e benevolo, Gabriel Zubeir Wako, arcivescovo di Khartoum e neo cardinale. È gentile e disponibile, ma non per questo rinuncia a usare parole dure di denuncia e di condanna. In particolare contro il governo dispotico e islamista del Nord Sudan, che viola i diritti umani e le libertà religiose. Ma anche contro le élites del Sud, che sembrano più interessate a spartirsi i proventi del petrolio che a risolvere equamente il conflitto civile che devasta e divide il Paese da due decenni.


Eppure il cardinal Zubeir, come tutta la Chiesa del Sudan, non cessa di credere nella pace che oggi sembra finalmente più vicina. Una pace attesa con ansia, ma che dovrà essere una pace giusta, sottolinea con forza l’arcivescovo, una pace della gente.


 


In effetti, i negoziati tra il governo di Khartoum e i leader del movimento di liberazione del Sud sembrano giunti a una fase cruciale. Come giudica il processo in corso e le prospettive di pace che si vanno aprendo?


«Questo è certamente un tempo di speranza. Un tempo in cui sembra finalmente che questa guerra debba finire. Gli accordi sono un fatto importante, ma poi sarà necessario fare passi concreti per metterli in pratica e questo potrebbe creare maggiori difficoltà. Bisogna impedire in tutti i modi che si lascino irrisolti alcuni nodi che potrebbero essere all’origine di una nuova guerra. Al Nord, per esempio, ci sono ancora tante questioni politiche aperte; permangono ingiustizie e discriminazioni, anche sulla base dell’appartenenza religiosa. Non c’è rispetto per la gente, per ciò che le persone sono e pensano, per la loro fede. Tutti i sudanesi devono avere gli stessi diritti di cittadinanza e la possibilità di vivere secondo la propria cultura e la propria religione».


 


In che modo le pressioni internazionali, in particolare quelle esercitate dagli Stati Uniti, hanno accelerato e condizionato il processo di pace?


«È indubbio che sono state esercitate forti pressioni. Ma ho l’impressione che il governo del Nord stia cedendo solo di facciata, mentre sappiamo bene che non mantiene le promesse. E infatti continua a ribadire che ha il diritto di applicare i trattati come meglio crede. Insomma, il solito modo di agire. I mass media governativi stanno facendo una forte propaganda, mentre tutti coloro che vogliono fare un minimo di opposizione sono ridotti al silenzio. In superficie mostrano acque calme, ma sotto c’è una tempesta terribile. Soprattutto per la gente…».


 


Molti osservatori internazionali, e gli stessi vescovi sudanesi, hanno più volte espresso la preoccupazione che questo accordo sia in realtà un sorta di patto tra due élites e non una pace della gente. Un patto che rischia, dunque, di essere fragile e che non porterà alcun progresso significativo in termini di libertà, giustizia, diritti umani, sviluppo…


«I vescovi hanno detto molte volte che occorre preparare la gente alla pace. Dopo tanti anni di guerra è diffusa una mentalità di violenza e ostilità, che va assolutamente superata, ma non lo si può fare da un giorno all’altro. Noi, come vescovi, abbiamo chiesto di partecipare e di dare il nostro contributo al processo di pace, ma non ce l’hanno permesso. Hanno preferito mantenere un gruppo ristretto, ma sono scettico circa la rappresentatività di chi vi partecipa. E invece è importante tener conto anche del punto di vista della gente, perché questa non può essere una pace imposta dall’alto. La gente che ha subìto la guerra, ora in qualche modo subisce la pace. Per questo non c’è fiducia e prevale la convinzione che si tratti di un accordo precario».


 


La spartizione del petrolio è rimasta l’ultima e la più difficile delle battaglie. L’oro nero, che negli ultimi anni è diventato il nodo cruciale della guerra, potrà in futuro influenzare o mettere in pericolo anche la pace?


«Il petrolio rappresenta indubbiamente una ricchezza per il Paese, che tuttavia è mal distribuita. Dubito che possa contribuire alla causa della pace e del bene comune. Del resto, non esiste neppure il senso del bene comune in Sudan, a nessun livello. Il Nord cederà una parte dei proventi al Sud, ma questi potrebbero finire nella tasche di piccoli gruppi, con il rischio di scatenare scontri interni».


 


E l’elemento religioso quanto continua ad influire sul processo di pace? Al Nord è ancora in vigore la legge islamica e la situazione della libertà religiosa continua ad essere critica. Quali le difficoltà maggiori, i limiti e le vessazioni che la Chiesa subisce?


«Un tempo si diceva chiaramente che il Sudan era un Paese musulmano, che la legge e il sistema sociale si fondavano sull’islam. Oggi lo si dice meno, ma di fatto è così. La giustizia e l’educazione si basano sulla religione; la politica e la società ne sono profondamente impregnate. Nell’esercito, i militari subiscono forti pressioni. È tutto il sistema che andrebbe cambiato. Il governo concede ai cristiani la possibilità di andare a pregare la domenica e chiamano questa libertà religiosa. In realtà la religione resta una delle cause di difficoltà nelle relazioni tra la gente. Non basta che il governo presenti una facciata di lotta al terrorismo e al fondamentalismo. Questo atteggiamento serve a confutare le critiche che vengono dall’esterno. Ma all’interno chi critica non ha voce. I mass media subiscono forti pressioni o vengono chiusi. E anche fuori dal Paese ci sono gruppi che diffondono la propaganda ufficiale».


 


Che voce può avere e che ruolo può svolgere la Chiesa cattolica, pur essendo largamente minoritaria al Nord?


«Difficile avere voce. Se dici la verità finisci in prigione. A volte siamo incompresi anche fuori dal Paese, persino in Occidente, dove c’è chi ci accusa di non avere uno spirito di dialogo, di essere intransigenti. Questo ci scoraggia, ci toglie la voglia di parlare. Vorremmo più sostegno dai nostri fratelli cristiani nel mondo, e invece a volte si dimostrano più disponibili a dialogare con i musulmani che con noi».


 


Esiste oggi nel Nord del Sudan la possibilità di un dialogo con ambienti islamici moderati?


«Esistono figure di musulmani moderati con cui è possibile dialogare. Anche alcuni cosiddetti fanatici accettano talvolta il dialogo a titolo personale. Ma all’interno del contesto sociale le pressioni sono ancora troppo forti. Se venissero scoperti, sarebbero accusati di lavorare contro l’islam e diventerebbe pericoloso innanzitutto per loro stessi. Capita così che riceviamo parole di coraggio in privato, ma poi concretamente non c’è nessun impegno per cambiare le cose».


 


Qual è la situazione degli sfollati che negli anni della guerra si sono ammassati nei dintorni di Khartoum?


«Da quando è stato firmato il cessate-il-fuoco alcuni sono tornati alle loro case, nei villaggi d’origine. Molti si stanno organizzando per partire, soprattutto quelli che sono nei campi e non hanno un lavoro e nessuna prospettiva al Nord. Chi ha un impiego stabile o manda i figli a scuola invece tende a restare. Per chi parte, non ci sono garanzie. Non c’è alcuna preparazione e nel Sud manca tutto, a cominciare dai servizi essenziali e in alcune regioni si soffre addirittura la fame. Come possono ricominciare? Molti non trovano più nulla. Alcuni, soprattutto i giovani, non sanno nemmeno cosa significhi vivere in certi contesti».


 


Parrebbe di capire che la pace non è una garanzia sufficiente per risolvere i problemi del Paese…


«Certo va preso molto sul serio questo invito alla pace, ma bisogna anche accettare il fatto che dobbiamo tutti educarci a vivere una vita diversa, una vita di pace. Occorre cambiare profondamente la mentalità sia verso noi stessi che verso gli altri. Deve innanzitutto cambiare la politica, modificare l’atteggiamento nei confronti delle persone per aiutare realmente la gente a superare i momenti bui della guerra. La presenza dei militari deve diminuire e le armi vanno finalmente riposte. C’è bisogno di fiducia e di un contesto di convivenza in cui la legge sia uguale per tutti, per il potente come per il più debole. Solo così potremo tutti godere dei frutti della pace».


 


 



Avvenire 17/12/2003