(Avvenire) Se non ci fosse Gesù che ci consola

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PROFILI DI SANTITÀ
Le ultime parole della donna: «Sapessi cosa si prova a morire lasciando quattro bambini piccoli» Poi baciò il crocifisso missionario della sorella Gesto coerente con una vita modellata su Cristo

Il paradiso apre le porte al sorriso di una madre


Oggi sarà santa Gianna Beretta Molla che scelse la morte per salvare la creatura che aveva in grembo. Parlano la sorella suor Virginia che le fu accanto negli ultimi istanti e il fratello don Giuseppe


Di Luciano Moia


«Il mercoledì della Settimana di Pasqua Gianna era molto agitata. La febbre altissima. Mi ha pregato di chiamare un sacerdote. Nell’attesa ha voluto il mio crocefisso di missionaria. L’ha baciato con commozione. Poi mi ha detto con un filo di voce: “Se tu sapessi quale conforto ricevo baciando il crocifisso. Se non ci fosse Gesù che ci consola in certi momenti”. Stava malissimo, ma ha rifiutato qualsiasi calmante per rimanere vigile e proseguire il suo calvario in intima unione con il Signore». È il il 25 aprile del 1962. Tre giorni dopo, il 28 aprile, si compie il sacrificio estremo di Gianna Beretta Molla. Offre consapevolmente la vita per la vita. La sua in cambio di quella della piccola Gianna Emanuela nata pochi giorni prima, il 21 aprile, al termine di una gravidanza difficilissima. Oggi Giovanni Paolo II la proclamerà santa.
Sono trascorsi 42 anni da quel giorno, ma nella mente di suor Virginia Beretta, religiosa canossiana, 79 anni, sorella di Gianna, i fotogrammi di quei momenti sono scolpiti per sempre. Un ricordo indelebile che commuove e che avvicina al Cielo.
Gianna ha offerto la sua vita per salvare la bambina che aveva in grembo. A casa c’erano gli altri suoi tre piccoli che l’attendevano. Come immaginava il domani dei suoi figli in quei momenti?
Come un affidamento totale alla volontà del Signore. Io ero missionaria in India e sono tornata in tutta fretta in Italia quando sono stata informata della situazione di Gianna. Uno dei primi pensieri che mi ha rivelato quando mi sono affacciata alla sua camera di ospedale è stato questo: “Sapessi cosa si prova a morire, lasciando quattro bambini piccoli”. Soffriva tantissimo, ma non ha mai smesso un attimo di pensare ai suoi bambini, al marito, alla sua famiglia. Voleva rimanere vigile, voleva essere partecipe della passione di Cristo».
Da dove nasceva questa spiritualità così intensa?
Dalla nostra famiglia. Papà e mamma erano due santi. Ci hanno educato ad amare la casa, i genitori. Ad amare i poveri. Ad amarci tra di noi. Con Gianna, in particolare, il legame era molto forte. Eravamo tredici fratelli e noi eravamo le ultime due. Lei aveva soltanto tre anni più di me. Siamo cresciute insieme nella fede. Abbiamo studiato insieme Medicina all’università
E insieme pensavate di dedicarvi alla vita consacrata?
Sì, anche Gianna aveva questo desiderio. Anche se lei, più che alla vita religiosa, pensava a una consacrazione da laica. Era attirata dalla vita missionaria. Era in contatto con nostro fratello, padre Alberto, missionario in Brasile, e pensava di trasferirsi là. Ma Gianna, a causa della sua costituzione fisica, non sopportava il caldo. Alla fine, dopo un’intensa corrispondenza con padre Alberto e grazie anche all’intervento del suo padre spirituale, ha scoperto che il Signore le indicava un’altra strada: il matrimonio». Una vocazione diversa rispetto a quella che Gianna aveva immaginato fino a quel momento, ma vissuta con la stessa intensità nel segno di una fede profonda e meditata.
«Ha messo fin da subito la sua nuova famiglia sotto la protezione del Signore», osserva don Giuseppe Beretta, 84 anni, fratello di Gianna.
Che cosa può insegnare la santità di sua sorella agli sposi di oggi?
A vivere il matrimonio secondo il criterio di Dio, ad amare e a rispettare il Vangelo della famiglia, ad aprirsi alla vita con generosità.
Quale immagine di Gianna porta nel cuore?
Quella della gioia e della semplicità. È la vera santa del quotidiano. Amava profondamente la vita. Noi tutti abbiamo ricevuto una seria educazione cristiana. Poi Gianna, grazie ad una serie di esercizi spirituali seguiti da studentessa, ha colto con maggior consapevolezza il senso della fede. Da allora la sua spiritualità è andata affinandosi. È cresciuta nella vita coniugale, nell’amore per i figli, fino al sacrificio estremo».


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Quattro santi italiani


Cerchiamo Dio non solo in Chiesa



Elio Guerriero


Paola Elisabetta Cerioli, Gianna Beretta Molla, Annibale Di Francia, Luigi Orione: quattro nuovi santi per la Chiesa tutta, ma quattro nuovi santi che si levano sull’orizzonte della comunità italiana come un arco di pace e di alleanza (Genesi 9). E allora il primo sentimento è quello della gratitudine verso Dio che ci ha donato queste donne e questi uomini, i quali ancora nel nostro tempo hanno fatto vedere e sentire il Vangelo vivo. La loro testimonianza, peraltro, venne percepita da credenti e da non credenti.
Cominciamo da questi ultimi. Ricordo la presentazione di un volume su don Olinto Marella al Circolo della Stampa a Milano. Tra gli altri relatori Indro Montanelli che, tra il serio e il canzonatorio, sorprese i presenti: «Io non credo in Dio, ma ai santi sì, perché di santi io ne ho incontrati e tra questi vi era don Marella». Ora, padre Olinto fu il primo a rendere testimonianza alla santità di Gianna Beretta Molla. Con un misero furgone veniva da Bologna fino a Mesero (Milano), allo stabilimento della Saffa, di cui era direttore l’ingegner Molla, per ritirare ogni genere di oggetti che potevano essere utili per i suoi ragazzi. Fu lui «che aveva assistito Gianna nella settimana di agonia, a comporre e a far stampare un opuscolo nel quale si diceva convinto della santità di Gianna» (Pietro Molla).
Poi, naturalmente, vi è la testimonianza di Ignazio Silone a favore di don Orione in Uscita di sicurezza. Non credo di offendere qualcuno sostenendo che ad oggi quel ricordo è il testo più bello che ho letto sul sacerdote piemontese. L’apice è nella raccomandazione che ancora negli ultimi anni Silone citava con commozione: «Ricordati di questo – mi disse a un certo momento -: Dio non è solo in chiesa. Nell’avvenire non ti mancheranno momenti di disperazione. Anche se ti crederai solo e abbandonato non lo sarai. Non dimenticarlo». Don Orione, che Silone aveva incontrato in occasione del terremoto della Marsica (1915), si era fatto le ossa in occasione del precedente, catastrofico sisma di Messina (1908), al punto che il pontefice Pio XI lo volle per qualche anno vicario generale del capoluogo siciliano. Lì egli ebbe l’occasione di conoscere il messinese padre Annibale Maria Di Francia, che a me ricorda tanto il palermitano padre Pino Pugliesi. Come il suo più giovane confratello, padre Annibale non fece grandi proclami, ma risanò il quartiere Avignone della sua città, proponendo un metodo pedagogico, basato sulla dignità della persona e del lavoro. Prete sociale del Sud, padre Annibale credette pienamente nella forza della preghiera come attesta la fondazione dei Rogazionisti del Sacro Cuore di Gesù. Dal profondo Sud il viaggio dello spirito ci porta a Bergamo, città di Paola Elisabetta Cerioli. Come Rita di Cascia, fu sposa, madre, vedova e fondatrice dell’Istituto delle suore della Sacra Famiglia, con l’intento di trasmettere il senso della paternità-maternità benevola di Dio ai figli abbandonati dei poveri contadini del suo tempo.
Senza volerlo, abbiamo seguito una linea cronologica andando a ritroso nel tempo, ma gli accostamenti possibili sono molteplici, insistendo sulla solidarietà, sul senso della famiglia, sulla dignità della donna, sull’amore per i più poveri e i più deboli. Ritorniamo però alla Chiesa italiana e a questi quattro nuovi santi, testimoni della vita di ogni giorno e della sua apertura verso Dio. Essi invitano a stare uniti e ad amare la Chiesa, il cui volto hanno reso più splendente. Secondo il monito di san Luigi Orione, essi ricordano pure che Dio non è solo in chiesa ma ci accompagna in ogni passo della nostra vita.


Avvenire 16-5-2004