(Avvenire) Roma ’43: 4000 ebrei salvati in convento

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Non poche centinaia, come sostenevano gli storici, ma quasi la metà degli abitanti del ghetto furono nascosti dai religiosi della capitale Nuovo rapporto sui dati


Roma ’43: 4000 ebrei salvati in convento



Di Gianni Santamaria


Furono più di quante si riteneva finora le case religiose che accolsero e salvarono ebrei durante l’occupazione di Roma e, di conseguenza, il numero degli ebrei salvati è stato finora sottostimato: furono oltre 4mila (vedi box e scheda a fianco). Sono i risultati di una ricerca in corso, che saranno presentati domani a Roma nel convegno Povertà e ricchezza di una storia nascosta, organizzato dal Coordinamento storici religiosi (residenza La Salle, via Aurelia, 476, partire dalle 8). Un punto della situazione anche in vista del 60° dalla deportazione degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943.

 In quei giorni «subito alcuni istituti vengono invasi. E nel giro di alcuni giorni sono tutti stracolmi. All’inizio gli ebrei si dirigono verso gli istituti più vicini all’ex ghetto. Man mano, invece, si spostano in periferia, pensando di essere più sicuri. Quindi anche gli istituti più periferici conoscono le ondate di questa sorta di esodo», spiega suor Grazia Loparco, Figlia di Maria Ausiliatrice, docente di Storia della Chiesa al Pontificio Ateneo «Auxilium», nonché vicepresidente del coordinamento.
La ricostruzione si basa sulle cronache delle case. «Tranne alcuni casi, elenchi generalmente non ce ne sono. Ma alcuni indizi mi fanno pensare che in giro negli archivi si possa trovare della documentazione», sottolinea suor Loparco. Lo sforzo è «guardare i fatti sia dal punto di vista dei religiosi – e soprattutto le religiose, che quantitativamente furono il numero maggiore – sia da quello degli ebrei», prosegue. Tra i relatori del convegno ci sarà, infatti, Bruno Pacifici, presidente dell’associazione Amici di Yad Vashem (il Museo dell’Olocausto dove sono ricordati i Giusti tra le nazioni, tra i quali molti religiosi) e testimone dei fatti. E se la storia dei salvati fu soprattutto scritta da suore, non mancò l’apporto dei religiosi. Il laico Bruno Marchi, ex allievo orionino (vissuto tra Genova e Roma in quegli anni) e don Flavio Peloso porteranno i dati e le esperienze riguardanti la Piccola Opera della Divina Provvidenza in varie località: Genova, Torino, Milano, Roma. Nell’Urbe si distinse, ad esempio, il provinciale don Piccinini. La Città eterna, dunque, ma non solo. «Ci stiamo concentrando su Roma. Con la speranza di coinvolgere i vari istituti religiosi della penisola, in modo che indaghino e forniscano dati per questa ricerca», spiega la Loparco. Suor Maddalena Lainati delle Francescane di Maria parlerà di Firenze, dove fu il cardinale Elia Della Costa a raccomandare l’ospitalità e fu la curia a fornire liste di indirizzi cui rivolgersi. Di quelle suore, madre Ester Busnelli è stata inserita nell’elenco dei giusti. Tra i nascosti dalle suore vi fu proprio Pacifici, mentre sua madre fu deportata. Per una delazione.
Era questo uno dei principali pericoli. Gli ospiti, perciò, dovevano essere occultati anche in caso di perquisizioni. Molte furono le strategie: gli uomini venivano nascosti nei sotterranei e coperti di foglie o tavole, alle donne veniva prestato l’abito religioso, i maschi fatti passare per chierici. Oppure ci si adattava al tipo di opera: negli ospedali gli ebrei divenivano malati, nei collegi i bimbi ricevevano documenti appartenenti ad alunni degli anni passati. Si cercò di mantenere la distinzione uomini/donne, ma i fatti la travolsero e vennero ospitate famiglie intere. «È molto interessante il fatto che in brevissimo tempo persone che non si conoscevano e per strada non si sarebbero neanche salutate, sotto lo stesso tetto si legarono in un solidarietà comunicativa, elaborando vere e proprie strategie: un certo tipo di tocco di campanello significava “attenzione”», nota la Loparco. I bimbi ebrei non si dovevano distinguere dagli altri e perciò venivano portati a Messa. Come racconta Marchi, don Piccinini, per delicatezza faceva fare il centralinista a un bimbo ebreo durante la Messa, sollevandolo così dal rito senza destare sospetti. Qui si apre un problema spinoso: i religiosi hanno spinto psicologicamente per le conversioni? Non fu così. «Nei casi in cui ci una conversione ci fu, viene sottolineato dai racconti come fosse una scelta libera scaturita dalla testimonianza di fede e amore che quelle persone avevano trovato».
Nella stragrande maggioranza dei casi, l’accoglienza fu gratuita e a prezzo di grandi sacrifici (gli ebrei non avevano le tessere dell’annona e, come potevano, contribuivano con i propri beni). In questa vicenda, insomma, «i cristiani emergono nella carità», sottolinea suor Loparco. Si pensi che si era ben prima del Concilio e del dialogo con i fratelli maggiori. «E sussisteva ancora un certo antigiudaismo teorico. Ma quando si deve salvare la pelle a qualcuno le differenze religiose cadono».


Avvenire 24-9-2003