(Avvenire) Risorgimento senza cattolici?

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“Avvenire” — Agorà, Giovedi 26 settembre 2002

Discussioni

L’Unità d’Italia e il ruolo della Chiesa: troppe inadempienze nei manuali di
storia? Rispondono Rumi, Traniello e Pellicciari

Di Gianni Santamaria
L’analisi sulla lettura data dai manuali scolastici del Risorgimento
condotta ieri su queste pagine da Paolo Simoncelli solleva alcune domande
sul ruolo giocato dalla storiografia di ispirazione cattolica in questa
interpretazione. Un’interpretazione che influisce sin dai banchi di scuola
sui fondamenti della identità nazionale e su come i rapporti tra Chiesa e
Stato risorgimentale siano passati nella lettura datane nel secolo scorso,
dominata – come Simoncelli scriveva – dalla «vulgata» marxista, che oggi
sembra lasciare il passo a una di taglio liberale. Cosa ne pensano tre
storici di matrice cattolica?
Giorgio Rumi, docente alla Statale di Milano, trova «molto importante che si
cominci a parlare della conoscenza storica di base o dell’autocoscienza di
questo Paese, che si forma a scuola, poi in subordine alla tv e nella
politica degli enti locali: ad esempio nell’intitolazione di strade e
piazze». Infine, «la ricerca universitaria, che sui grandi numeri è poca
cosa e ha un’influenza importante ma indiretta». Ben venga, dunque, la
polemica anche se cattiva. Cattiva? «Simoncelli lo è stato un po’ con gli
storici. Dice cose vere: ma lo storico porta una certa passione civile. Si
batte, dice anche cose sbagliate o deformate, ma comunque scende in lizza.
Ciò in un Paese “povero” culturalmente come il nostro è anche un bene». Il
limite del nostro Paese sono state le «chiesuole». Una divisione che ha
limitato la «crescita spirituale». In questo i cattolici che hanno fatto e
fanno storia hanno avuto una vicenda «gloriosa», perché meno «intruppati»,
meno «nucleo di pressione». «Per evitare il rischio di essere collaterali
alla Dc, hanno infatti avuto un “surplus” di coscienza nel tener distinti i
piani: si pensi a studiosi che sono anche stati parlamentari, come De Rosa o
Scoppola, o che hanno guidato importanti associazioni come l’Ac, come
Alberto Monticone». Nella storiografia liberale, infine, Rumi vede una certa
sottovalutazione del peso dei cattolici come problema, al punto che «quando
domando ai miei studenti cosa vuol dire il non expedit non ne hanno idea.
C’è una riduzione del problema cattolico alla Questione romana e al Papa
“prigioniero”».
Francesco Traniello non è d’accordo con Simoncelli quando parla del revival
di “nuovi” manuali dopo la caduta del Muro: «Ce n’erano già». Inoltre
Traniello (che ha scritto un volume per gli studenti) lamenta alcune
esclusioni: «Io ho studiato al liceo sul manuale dello Spini, uomo di
sinistra ma difficilmente riportabile al marxismo». Più in generale «anche
se ogni discussione sui testi scolastici è utile», lo storico torinese
dubita che a essi «si possano far risalire modi di sentire comuni in
relazione ai grandi temi della stori a nazionale». Invece «bisognerebbe fare
un discorso sugli insegnanti, che li mediano». Il “mito fondativo”
risorgimentale, proprio per la sua centralità e la sua funzione di
formazione di una coscienza nazionale, «è soggetto a letture che dipendono
dall’ottica dei tempi presenti». Fondamentali da parte cattolica sono stati
nel dopoguerra i contributi sul Risorgimento di Arturo Carlo Jemolo, Ettore
Passerin d’Entreves, Vittorio Emanuele Giuntella, Fausto Fonzi e lo stesso
De Rosa. «Ma non mi sentirei di dire che la storiografia di ispirazione
cattolica sia assente. Però non è stata riconosciuta in modo esplicito anche
perché non ha costituito una “scuola”». Alla circolazione di opere e
all’influsso sui colleghi non è corrisposta una ricaduta sui banchi. Da tali
storici è venuta però una riconsiderazione del ruolo dei cattolici nel
processo risorgi mentale: il fratello di Cavour, Minghetti, Ricasoli. Poi
certo c’è stata la persecuzione «ma ciò va inquadrato in un fenomeno europeo
del periodo, basti pensare a Bismarck e alla Terza Repubblica francese»,
conclude Traniello.
Si dice in aperto disaccordo con Simoncelli Angela Pellicciari, studiosa dei
rapporti tra Chiesa e Risorgimento. «Dà addosso ai marxisti, mentre essi
hanno messo in luce alcuni aspetti concreti di come è andato il
Risorgimento. Ad esempio i plebisciti. I testimoni liberali dell’epoca, non
solo la Civiltà Cattolica, hanno raccontato come siano stati organizzati da
un certo Filippo Curletti, capo della polizia politica, legatissimo a
Cavour. Lo racconta lui stesso, quando, morto il conte, era caduto in
disgrazia, perché era anche a capo di una banda di mascalzoni. Esule in
Svizzera scrive un memoriale sui plebisciti». La storiografia di stampo
liberale «si limita, invece, a enunciare principi be llissimi, mentre, in
pratica è successo il contrario». Vale a dire l’attacco frontale alla Chiesa
e, perciò all’identità e al patrimonio nazionale. «Se intendiamo per
liberalismo quello che i manuali vogliono farci intendere, non capiamo come
un Papa quale Pio IX possa aver scritto il Sillabo». Invece dietro la
libertà formale la realtà fu: «Soppressione degli ordini religiosi, oltre
57mila persone, svendita di tutti i beni, eliminazione delle Opere Pie, più
di 20mila. Questo ha gettato la popolazione nella miseria». Quella di Pio
IX, poi, fu una profezia. «perché poi i comunisti si attaccheranno al carro
liberale e useranno gli stessi principi». Nessun personaggio del
Risorgimento si salva. «Questo però non viene fuori mai, neppure nella
storiografia cattolica».