(Avvenire) Rendere ragione della Speranza

Chiesa
Avvenire 29 Giugno 2009
Solenittà di Pietro e Poalo
Benedetto XVI: il vescovo renda «ragione» della fede

«Fa parte dei nostri doveri come pastori di penetrare la fede col pensiero per essere in grado di mostrare la ragione della nostra speranza nella disputa del nostro tempo». Così il Papa durante la messa in S. Pietro per l’imposizione del Pallio a diversi arcivescovi di tutto il mondo, ha attualizzato il ministero episcopale e sacerdotale. Tre gli arcivescovi italiani che hanno ricevuto il Pallio: mons. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, mons. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Siracusa, e mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, arcivescovo di Lecce.

Partendo dall’esortazione contenuta nella prima lettera di Pietro (3,15), a «rendere ragione della speranza che è in voi», Benedetto XVI ha affermato: «La fede cristiana è speranza. Apre la via verso il futuro. Ed è una speranza che possiede ragionevolezza; una speranza la cui ragione possiamo e dobbiamo esporre. La fede proviene dalla Ragione eterna che è entrata nel nostro mondo e ci ha mostrato il vero Dio. Va al di là della capacità propria della nostra ragione, così come l’amore vede più della semplice intelligenza. Ma la fede parla alla ragione e nel confronto dialettico può tener testa alla ragione. Non la contraddice, ma va di pari passo con essa e, al contempo, conduce al di là di essa – introduce nella Ragione più grande di Dio». «Come pastori del nostro tempo abbiamo il compito di comprendere noi per primi la ragione della fede», l’esortazione papale, secondo il quale ai vescovi e ai sacerdoti spetta «il compito di non lasciarla rimanere semplicemente una tradizione, ma di riconoscerla come risposta alle nostre domande».

«Tutto ciò, ha proseguito il Papa, partendo dalla consapevolezza che «la fede esige la nostra partecipazione razionale, che si approfondisce e si purifica in una condivisione d’amore». Ma «il pensare, così necessario, da solo, non basta», così come «parlare, da solo, non basta», ha precisato il Santo Padre, perché tutti noi, come i discepoli di Emmaus, «al di là del pensare e del parlare, abbiamo bisogno dell’esperienza della fede; del rapporto vitale con Gesù Cristo». In altre parole, «la fede non deve rimanere teoria: deve essere vita», perché Solo dalla «certezza vissuta» dell’incontro con Cristo «deriva poi la capacità di comunicare la fede agli altri in modo credibile».

«Il Curato d’Ars non era un grande pensatore», ha fatto notare il Papa riferendosi al santo cui è dedicato l’Anno Sacerdotale, che inizia oggi: «Ma egli ‘gustava’ il Signore. Viveva con Lui fin nelle minuzie del quotidiano oltre che nelle grandi esigenze del ministero pastorale. In questo modo divenne ‘uno che vede’. Aveva gustato, e per questo sapeva che il Signore è buono».