(Avvenire) Preoccupazione per le suore rapite

Islam

PAURA E SPERANZA
 A Cuneo attesa tra silenzio e preghiera
 
 La comunità locale si stringe intorno alle famiglie. Veglia dalle Clarisse


 DAL NOSTRO INVIATO A CUNEO

 PAOLO VIANA

 I carabinieri che stazionano giorno e notte davanti all’ingresso di Corso Francia sono lsoprattutto per i giornalisti. La Farnesina ha chiesto il massimo riserbo alla casa madre di Rinuccia e Maria Teresa, le religiose della comunitCharles De Foucauld rapite in Kenya. Un sorriso e l’auspicio di­sentirci presto­tutto quello che si riesce a ottenere dal portavoce della comunit cuneese, padre Pino Isoardi. La scena ­ la stessa di sempre, quando la vita degli ostaggi dipende dalle sfumature. Silenzio stampa e risposte da copione.­Il momento ­delicato, capitecici dice Michele Olivero, fratello di Maria Teresa, che tiene i rapporti con l’unitdi crisi e ostenta la stessa prudenza dei parenti di Caterina Giraudo e della famiglia religiosa delle due suore.
  Aspettano la telefonata liberatoria del ministro
Frattini queste famiglie; e intanto vivono giornate apparentemente normali, come se il voto di donarsi agli altri, con le sue conseguenze, impegnasse tutti, religiosi e laici, suore e nipotini.­Signora, tocca a lei, entri pure: nel suo ambulatorio di Cervasca, sulle colline della Granda, a pochi chilometri da Cuneo, nel tardo pomeriggio i pazienti si sgranano come un rosario. Molti non sanno di Maria Teresa o fanno finta di non sapere, che in questo Piemonte rimasto contadino dentro, non­disinteresse ma rispetto. Telefona il sindaco di Cervasca.­la prima volta che mi capita, Michele, dimmi tu cosa ti servechiede Tullio Ponso. Se­vero che in paese contano il sindaco, il parroco e il farmacista, Ponso conta per due perchil primo cittadino gestisce la farmacia di fronte all’ambulatorio. E condivide i valori degli Olivero, a prezzo di qualche amarezza.­Anche quest’anno ridurremo le luminarie di Natale per devolvere una somma ai nostri missionari impegnati nelle regioni povere del mondo­annuncia. Non­un coup de thtre legato al rapimento: l’iniziativa delle luminarie benefiche dura da anni e c’chi la contesta.­Siamo una terra solidale, ma qualcuno non vede di buon occhio il nostro impegno per gli altri e per la naturaammette Ponso. Infatti, quando, un paio d’anni fa, il sindaco decise di non acquistare un nuovo abete natalizio per addobbare il pino del Municipio la mano ignota del dissenso segnottetempo la pianta pubblica. Gente dalle passioni forti che qualche volta portano a donarsi completamente agli altri. Una scelta che­sempre collettiva, come lo­quest’attesa. ­Quando un figlio rispondeva alla chiamata del Signore e se ne usciva di casa erano pianti, soprattutto se era maschio – racconta Michele – perchnoi si lavorava la terra ed era una terra dura negli anni cinquanta. Il Signore ha bussato tre volte alla porta di casa Olivero. Elsa­entrata come Maria Teresa nelle missionarie di De Foucauld e Alfredo­ sacerdote a Torino.
  Michele ha fatto visita alla sorella in Kenya. Prima a Nairobi­dove viveva con gli ultimi in una
bidonville costruita sopra le fogne della citt. Poi a El Wak, un ‘deserto bianco’ senza futuro nlegge.­Mia madre, prima di morire, volle vedere dove viveva sua figlia e perchmai era cosfeliceracconta il medico di Cervasca. Sapevano, lei e le sue due famiglie, che era rischioso vivere l. Avevano gitentato di rapire le religiose italiane, ma la popolazione si era opposta.Rinuccia aveva chiamato un’ora prima del rapimento, dicendoci che era serena e questo non era un bel segnale per chi la cono- scetestimonia Piero Giraudo, al telefono da Boves, il centro del cuneese da cui proviene Caterina. Piero, Enrica, i cinque figli e gli otto nipoti aspettano senza perdere il sorriso. Lunedsera sono stati alla cittdei ragazzi, cuore della comunitdi corso Francia, la quale conta 130 religiosi ed­ presente con le sue missioni in quindici nazioni. ­La preghiera – raccontano i Giraudo – in questo momento­come un filo che non si spezza. Ieri sera, le Clarisse di Boves hanno promosso una veglia e una catena di preghiera­organizzata dalla parrocchia di San Bartolomeo.
  Servono molte preghiere, ammette Michele Olivero, che ci fissa con lo sguardo di chi, laggitra il Kenya e la Somalia, ha visto qualcosa che pufare paura.­Ma mia sorella – commenta – ha vissuto con queste povere persone per decenni, sa parlare a loro come io parlo ai miei pazienti, che li conosco uno per uno. Un anziano si avvicina gli si avvicina sulla porta dello studio, con gli occhi lucidi:­
Ven a nans . Avanti un altro, aspettando che il telefono squilli.

Avvenire 12-11-2008