(Avvenire) Per una nuova stagione di testimoni, martiri e santi

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«La dottrina sociale è connessa con tutti gli aspetti della vita e dell’azione della Chiesa: sacramenti, liturgia, catechesi, pastorale No a strumentalizzazioni ambigue o parziali»

«Pagine per difendere i diritti dei più deboli»


«La sfida della globalizzazione ha un significato più profondo di quello semplicemente economico; si è aperta una nuova epoca»


Da Roma Mimmo Muolo

 Obiettivo nuova evangelizzazione. Era già successo con il Catechismo della Chiesa cattolica. E ora anche con il Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Monsignor Giampaolo Crepaldi lo definisce anzi «uno strumento specifico per orientare l’evangelizzazione del sociale». Il segretario del Pontificio Consiglio “Giustizia e Pace” – ieri pubblicamente ringraziato dal cardinale Renato Raffaele Martino, per l’impegno profuso nei quasi cinque anni di preparazione del testo – lo spiega in questa intervista ad Avvenire, sottolineando innanzitutto come il Compendio sia «una guida per il discernimento morale e pastorale degli eventi che caratterizzano i nostri tempi e una fonte di riferimento per ispirare, a livello individuale e collettivo, comportamenti e scelte tali da permettere di guardare al futuro con fiducia e speranza».
Non si tratta, dunque, di un libro per soli addetti ai lavori?
Il Compendio è rivolto alla comunità ecclesiale in tutti i suoi membri. Tutti i credenti hanno responsabilità sociali da assumere. Nei compiti di evangelizzazione – vale a dire di insegnamento, di catechesi e di formazione – che la dottrina sociale della Chiesa suscita, essa è destinata a ogni cristiano, secondo le competenze, i carismi, gli uffici e la missione di annuncio propri di ciascuno. La dottrina sociale implica anche responsabilità relative alla costruzione, all’organizzazione e al funzionamento della società: obblighi politici, economici, amministrativi, obblighi quindi di natura secolare. Questi obblighi appartengono in modo peculiare ai fedeli laici, in ragione della condizione secolare del loro stato di vita e dell’indole secolare della loro vocazione.
Come potrà essere usato dal punto di vista pastorale?
Il XII capitolo offre alcuni spunti interessanti al riguardo. La dottrina sociale, che nasce dalla Parola di Dio e dalla fede viva della Chiesa, è espressione del servizio della Chiesa al mondo, nel quale la salvezza di Cristo va annunciata con le parole e con le opere. Si tratta di rinnovare continuamente la consapevolezza di come questa dottrina sia connessa con tutti gli aspetti della vita e dell’azione della Chiesa: sacramenti, liturgia, catechesi, pastorale. L’esperienza storica ci insegna che quando viene a mancare una simile coscienza, la dottrina sociale finisce per essere strumentalizzata in funzione di varie forme di ambiguità o di parzialità, anche pericolose.
È per questo motivo che il Magistero ha sempre rifiutato l’etichetta di “terza via” tra il capitalismo e il socialismo?
Non é una terza via né alcunché di simile. La Chiesa, con la sua dottrina sociale, non entra in questioni tecniche e non istituisce né propone sistemi o modelli di organizzazione sociale. La Gaudium et spes è molto chiara su questo punto: “La missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è d’ordine politico, economico o sociale: il fine che le ha prefisso è di ordine religioso. Eppure proprio da questa missione religiosa derivano un compito, una luce e delle forze che possono servire a costruire e a consolidare la comunità degli uomini secondo la Legge divina”.
Guerra preventiva, pena di morte, ecologia, globalizzazione. Sono molti i temi di attualità nel Compendio. Quali le principali sfide da affrontare?
Innanzitutto la sfida riguardante la verità stessa dell’essere-uomo. Il confine e la relazione tra natura, tecnica e morale sono questioni che interpellano decisamente la responsabilità personale e collettiva in ordine ai comportamenti da tenere rispetto a ciò che l’uomo è, a ciò che può fare e a ciò che deve essere. C’è poi la sfida posta dalla comprensione e dalla gestione del pluralismo e delle differenze a tutti i livelli: di pensiero, di opzione morale, di cultura, di adesione religiosa, di filosofia dello sviluppo umano e sociale. Pensiamo, infine, alla sfida che ci proviene dalla globalizzazione, che ha un significato più largo e più profondo di quello semplicemente economico, poiché nella storia si è aperta una nuova epoca, che riguarda il destino dell’umanità.
Sempre a proposito di sfide. Leone XIII scrisse la “Rerum novarum” per dare risposta alla questione sociale. Oggi molti parlano di questione antropologica.
Nel IV capitolo il Compendio illustra le connessioni tra questione sociale e questione antropologica, che non possono essere separate. Pio XII affermava “che gli individui non ci appaiono slegati tra loro quali granelli di sabbia; ma bensì uniti in organiche, armoniche e mutue relazioni” e Giovanni Paolo II sottolinea che l’uomo non può essere inteso come “un semplice elemento e una molecola dell’organismo sociale”. Entrambi i Pontefici insistono sulla necessità di non far corrispondere una visione individualistica o massificata all’affermazione del primato della persona.
Per questo il Compendio riserva un posto particolare alla famiglia, esposta ad attacchi sempre più pesanti?
Gli attacchi devono diventare un’occasione in più per dialogare con la cultura del nostro tempo: in particolare per mostrare che la verità cristiana non condanna, ma libera e salva le persone. Il V capitolo del Compendio esprime la convinzione che una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualistico o collettivistico, perché nella sua famiglia la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo. Il bene delle persone e il buon funzionamento della società sono strettamente connessi con una felice situazione della comunità coniugale e familiare.
L’Ue ha fatto suo il principio di sussidiarietà, ma ha rifiutato di citare le radici cristiane nella propria Costituzione. Qual è oggi il grado di recezione della dottrina sociale negli ordinamenti dell’Occidente?
Il principio di sussidiarietà conosce un’inaspettata e consolante fortuna. Non è la prima volta che gli insegnamenti della dottrina sociale, prima combattuti, si dimostrano poi una specie di prophetia futuri. Mi ricordo che a metà degli anni ’70, il mio vescovo mi mandò in una parrocchia del Polesine nella quale la presenza di votanti per il Pci era altissima. Erano gli anni in cui quella ideologia esercitava un fascino enorme anche tra i cattolici. Tutti si sentivano in dovere di avvertirmi che la Chiesa aveva perso il treno della storia. Sono tornato in quella parrocchia nel 1991 per presentare la Centesimus annus e per ribadire ai miei interlocutori che la Chiesa quel treno non l’aveva perso, ma lo aspettava in una stazione più avanti.
Che cosa si aspetta dal Compendio?
Mi aspetto una rinnovata presenza dei cristiani nella società. Mi aspetto che si dia soddisfazione alla esigenza di una nuova progettualità per un autentico umanesimo che coinvolga e vivifichi le strutture sociali. Spero che il Compendio faccia maturare personalità credenti autentiche e le ispiri a essere testimoni credibili. Spero e confido in una nuova stagione ecclesiale di testimoni, di martiri e di santi, anche nel campo sociale.


Avvenire 26-10-2004