(Avvenire) Per le donne qualcosa di più del diritto d’aborto

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USCIAMO DAL SILENZIO


NON CON LE PAROLE VECCHIE



Eugenia Roccella

Tante donne in piazza, a Milano, con uno slogan che condivido, “usciamo dal silenzio”. Non fa niente se c’è un eccesso di presenza di partiti e sindacati, troppa Cgil, i pullman, e un’organizzazione tipica della sinistra; nel corteo ci sono tante donne che vogliono riprendere la parola, lasciata cadere ormai molti anni fa. Il lungo silenzio femminile non ha significato, però, passività, inerzia, povertà di pensiero. In questi anni la riflessione delle donne è andata avanti, ha affrontato nuovi temi, sviluppato nuovi percorsi. Peccato che tutta l’elaborazione maturata non venga a galla, e che la manifestazione si attesti su una vecchia barricata, a difesa di una vecchia legge, quella sull’aborto.
Sembra che poco o nulla sia cambiato, a guardare il corteo: i nemici sono identificati con le gerarchie ecclesiastiche, la libertà da salvaguardare è, a distanza di trent’anni, ancora quella di abortire. Eppure, niente è uguale a prima. Secondo le statistiche, il desiderio di maternità tra le donne è sempre alto, però non si fanno più figli. La tecnoscienza avanza, e pretende nuovi diritti sul corpo femminile e sulla vita dell’embrione, strappato alla naturale e secolare protezione del ventre. Nel mondo 150 milioni di donne sono già state sterilizzate in nome dei cosiddetti “diritti riproduttivi” e l’aborto è favorito e utilizzato come mezzo di controllo demografico da regimi teocratici, autoritari e misogini. L’aborto chimico (la Ru486), pubblicizzato come indolore e facile, ha già ucciso almeno 9 donne, e si è rivelato un’amarissima beffa per chi vi ha fatto ricorso. Anche senza approfondire, è evidente che gli scenari sono mutati in modo radicale, e che è urgente una risposta femminile meno usurata di quella proposta dalla manifestazione di ieri.
Se poi l’obiettivo del corteo fosse davvero la difesa della 194, si aprirebbe una curiosa contraddizione nello schieramento abortista: gli unici a voler ridiscutere la legge sono infatti i radicali, non i cattolici o i tanto vituperati “neocon”. Proprio ieri la Rosa nel pugno ha presentato il suo nuovo progetto, che snaturerebbe profondamente l’attuale normativa, rendendo legittimo l’aborto eugenetico, permettendo alle minorenni di abortire all’insaputa dei genitori, abbreviando il tempo di riflessione preventiva e allungando quello in cui l’interruzione di gravidanza è consentita. Forse è da queste manipolazioni che bisogna difendere la 194.
La paura è che la strumentalizzazione politica incanali l’energia e la voglia di esserci delle donne verso strade che non conducono a niente. Non è un timore infondato: è già successo con la procreazione assistita, che ha allargato, nel mondo femminile, la divaricazione tra chi ha voce pubblica e chi non ne ha, ma fonda solidamente il proprio giudizio sull’esperienza.
Anche in quel caso sembrava che le donne fossero tutte da una parte, e che il sì al referendum fosse in continuità con le battaglie femministe degli anni Settanta. Si è visto, poi, che le donne si sono interrogate non su astratte questioni di libertà, ma su concrete opzioni personali: lo farei, io? Mi farei bombardare di ormoni, butterei nel cestino un certo numero di embrioni, pur di avere un figlio “naturale”, o preferirei altre soluzioni?
Anche sull’aborto, l’esperienza delle donne è lontana dai rischi denunciati dalle manifestanti. Le donne sanno che in Italia si può tranquillamente abortire, che all’uscita dei consultori non ci sono i militanti del Movimento della Vita che sparano ai medici (un pericolo prospettato da Gianna Pomata nella trasmissione di Gad Lerner), e che comunque l’aborto non è il massimo che una donna possa volere. Si pu ò ottenere di meglio, e di più.


Avvenire 15-1-2006