(Avvenire) Per la rinascita della religiosità popolare

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DIBATTITO
Né folklore né superstizione: dopo anni di dimenticanza si rivaluta la religiosità fatta di riti e vitalità. La polemica viene dal Sud

Un convegno a Molfetta fa il punto su quella che gli antropologi hanno ingiustamente chiamato la «religione delle classi subalterne». Feste e processioni vanno rivalutate e non relegate ai margini della fede cristiana

Dal Nostro Inviato a Molfetta Maurizio Blondet

Padre Ignazio Schinella rievoca l’uso popolare di ornare i Sepolcri,
allestiti in chiesa, non con fiori qualunque, ma con germogli di lenticchie
o di grano. «E’ un’evidente allusione a Giovanni: Se il seme non muore…».
Parla della più antica usanza della gente del Sud di passare la notte prima
di Pasqua sulle tombe dei propri morti: attesa della resurrezione. O la
festa calabrese dell’Affruntata, sacra rappresentazione dove è San Giovanni
ad annunciare alla Madonna che suo Figlio è risorto: come dire che anche la
Vergine, per credere, ha bisogno della Chiesa. «La pietà popolare è pura
teologia giovannea», conclude, «metafisica sensibile». Padre Schinella è
relatore al convegno, voluto a Molfetta dalla Pontificia Facoltà Teologica
Meridionale, il cui titolo già dice molto: «Cristianesimo popolare oggi:
persistenza o novità? Rischio o chance?». Ma quel che emerge dalla
discussione è un vero mutamento di prospettive, da parte di docenti e
teologi.
«Il punto è che, specie nel Meridione, mentre la pratica religiosa cala,
permangono molto radicate forme di religiosità popolare», dice monsignor
Carlo Greco, preside della Pontificia Facoltà. «Dobbiamo sforzarci di
capirle, prima di guardarle con sufficienza», rincara Salvatore Palese,
direttore dell’Istituto Teologico Pugliese: «E’ un deficit della cultura
cattolica questo svalutare la pietà popolare: o parliamo di “religione delle
classi subalterne”, facendoci succubi dell’analisi marxista dell’etnologo
Ernesto De Martino, o sentiamo il bisogno di “purificare” e “correggere”
manifestazioni “folkloriche”… il risultato è che ci siamo appiattiti sull’
aspetto dottrinale, soffocante, mentre la fede popolare è vita. E’ la
cultura del reale, la via del Verbo che s’incarna».
E’ significativo che questa revisione venga rivendicata dal Sud: non solo
perché qui vivono ancora le forme popolari, ma perché è la fine, forse, di
un complesso d’inferiorità. «C’è una “questione meridionale” nel mondo
cattolico», spiega Palese: «Ai te mpi di Pio X, furono mandati qui vescovi
del Nord che fecero piazza pulita, con un’incomprensione che, oggi, lascia
sgomenti». Specie da quando si rispettano le forme etniche della fede, e si
importano messe africane o messicane. «E’ forse venuto il momento di farsi
evangelizzare dalla religiosità popolare», sostiene il teologo Adolfo Russo,
docente della Pontificia Facoltà.
Molti dei relatori si sono domandati se, in certa pratica del post-Concilio,
non si sia esagerato nella volontà di “purificare” e di razionalizzare. «La
Festa del patrono spostata a giorno feriale, per non svalutare la Messa»,
esemplifica Schinella: «Il risultato è che la gente non va a Messa la
domenica». Angelo Natale Terrin (antropologo culturale alla Cattolica di
Milano e a Padova) dubita che nel post-Concilio si sia troppo voluto
«spiegare, parlare, rendere esplicito» il rito cristiano, finendo così per
«soffocare l’esperienza vissuta», e il mistero. In ogni religione, ha
ricordato con Mircea Eliade, il rito è «una rottura di livello», che prepara
l’accesso al sacro con un potente “stacco” dalla vita di ogni giorno. Una
liturgia molto verbale e pedagogica, con le migliori intenzioni, è fredda. E
soffre della «competizione dei riti profani», dalle partite di calcio ai
concerti rock, dove si cerca «l’esperienza collettiva», fortemente
ritualizzata.
Come dice Schinella, «noi abbiamo smesso di fare le processioni, e la Cgil
fa ancora le manifestazioni». Lo psicologo Angelo Sabatelli (Istituto
Teologico Pugliese): «Nel magistero, fede popolare non è mai opposta a una
fede dei dotti, di élite. Questa contrapposizione viene dall’ideologia,
marxista o illuminista». E s’è chiesto: «Questa persistenza del “popolare”,
che inquieta molti pastori, non sarà anche una resistenza sana alla
globalizzazione massificante?».
Certo è, per Schinella, che «i giovani che vengono ai seminari non sono
figli delle lettere pastorali e dei testi conciliari, sono figli del
cattolicesimo popolare. Quello che hanno ap preso in braccio alla mamma e
alla nonna. Quello vivente».
Ma, appunto, una tradizione vivente non rivive, una volta recisa. Non si
chiude a stalla a buoi scappati? Domenico Pizzuti, sociologo della
Pontificia Facoltà, nota che la fede popolare è oggi frammentata, smagliata,
contaminata dalle forme della modernità mediatica. «E’ un flebile rumore di
fondo. Quanto informa davvero la vita?». Col rischio che davvero resti
folklore da museo, “superstizione” (che significa appunto “residuo”). Del
resto, non tutti sono d’accordo con la nuova attenzione all’antico sapere
del popolo. Un sacerdote continua a temere che nella fede popolare si annidi
“il virus del paganesimo” (ben altri virus ci insidiano oggi); un altro nota
che, effettivamente, il richiamo del Concilio a un cristianesimo “adulto”
non sembra aver fatto breccia. Forse non tutti possono essere adulti.
Il popolo resta bambino, vuole miracoli, guarigioni. A questa osservazione,
Schinella ricorda: «Cartesio, padre del razionalismo, lamentava che gli
uomini nascessero bambini, giungendo tardi alla ragione: secondo lui, ciò
impediva il progresso. Voleva nascessero adulti». Gesù disse il contrario.
«Se non diventerete come bambini…».