(Avvenire) Oltre la Muraglia coi cristiani che vivono in Cina

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PELLEGRINI DI OGGI
Dal santuario che sembra una chiesa parigina alla chiesa del villaggio «salvato» dalla gente durante la Rivoluzione culturale: testimonianze di un incontro tra fede e identità nazionale

Oltre la Muraglia coi cristiani che vivono in Cina

Un viaggio sulle orme di Matteo Ricci nei luoghi più significativi per il cattolicesimo nell’ex Celeste Impero
Dove non è così raro incontrare i ritratti di Giovanni Paolo II

Avvenire 20-3-2003

Di Marco Bonatti
Il vecchio santuario è in cima alla collina, le cappelle della Via Crucis si snodano nascoste nel bosco. Ai piedi del monte, un gruppo è radunato davanti a una statua del Sacro Cuore. Finita la preghiera il prete in mezzo a loro scherza e sorride, accarezza i bambini.
Lo schema consueto, quasi banale di un pellegrinaggio. Unica differenza, siamo in Cina, nella Repubblica popolare e “comunista”. E il prete che accompagna i suoi parrocchiani non appartiene all’associziaone patriottica, è un clandestino. Marcel (il nome è di fantasia), ha superato i 70 ma è prete soltanto da dieci. Amministra i sacramenti, coordina il catechismo, celebra la Messa? Oggi ha accompagnato la sua comunità in pellegrinaggio qui a Zuoshan, la “montagna sacra” dei cattolici a una cinquantina di chilometri da Shanghai: un’antica sede della missione francese, che nell’800 aveva impiantato qui la base principale dell’evangelizzazione.
Marcel e i suoi non entrano in chiesa: lungo il portico che costeggia un minuscolo giardino con la statua della Madonna di Lourdes vanno nei locali della canonica, a rinfrescarsi prima di iniziare la Via Crucis. La gente di Marcel si fa intorno al suo prete, vuole partecipare, vedere da vicino questi occidentali. I cattolici “clandestini” parlano della loro vita di lavoro o di studio: si presentano con il loro nome “cristiano”. Una sensazione di “normalità”, come se conflitti e persecuzioni non ci fossero mai stati, o fossero ricordi confinati in un passato dimenticato. Non è così: ma oggi indubbiamente il clima è cambiato.
Il gruppo dei “clandestini” si incammina lungo la Via Crucis. La chiesa in cima alla montagna è costruita come Notre Dame des Victoires a Parigi; e persino nei mattoni dei muri o nelle piastrelle del pavimento è tutta “occidentale”: chi ha ordinato e dipinto le immagini dei santi, del Signore e della Vergine non ha certo mai sentito parlare di “inculturazione”? Eppure il cristianesimo ha posto ugualmente le sue radici anch e qui, è riuscito a diventare e rimanere “cinese”. Vicino a Zuoshan c’è l’antico villaggio di Zhujiajiao (“l’angolo della famiglia Zhu”). In periferia sono arrivate le costruzioni moderne, ma appena ci si addentra si torna improvvisamente nell’antica Cina, quella dei romanzi di Van Gulik o del “Père Huc”: un percorso ininterrotto di botteghe, aperte sulla strada stretta; dietro le porte scorci di quei cortili dove per millenni la famiglia cinese si ritrovava a mangiare, pregare, far festa, piangere i morti. E intorno, tanta acqua: di fiumi, canali, rii. La chiesa di Zhujiajiao emerge come quella di Torcello: un campanile che si vede da lontano, alto quanto la pagoda che fungeva da torre di guardia.
È una chiesa antica, che risale almeno al 1600; e da allora gli abitanti dell'”angolo di Zhu” hanno tramandato e conservato la fede cattolica, a dispetto di tutte le invasioni; l’ultimo attacco respinto è stato quello delle Guardie Rosse, che durante la Rivoluzione culturale (di cui ogg i tutti i cinesi sembrano sinceramente vergognarsi) volevano abbattere questo simbolo dell’«oppio dei popoli». Ma la gente del villaggio, ci raccontano, li cacciò via senza tante cerimonie, e la chiesa è ancora lì. È dedicata all’Ascensione: a fianco del grande quadro sull’altar maggiore le statue dei “custodi della missione”, Teresa di Gesù Bambino e Francesco Saverio. Alla parete della sala di accoglienza c’è, nel posto d’onore, un ritratto di Giovanni Paolo II. Nelle Chiese d’Occidente si è tante volte dominati dall’ansia di “organizzare l’evangelizzazione”: arrivati qui, si è obbligati ad accorgersi che il Vangelo cammina con le vite niente affatto sensazionali di una comunità che non ha voluto perdere né la memoria né l’identità.
Così, a 400 anni di distanza, torna ad aver ragione Matteo Ricci. Per portare Cristo ai Cinesi aveva capito che era necessario farsi monaco, e poi mandarino; imparare la lingua e costruire pazientemente prestigio e fiducia intorno a sé e ai suoi compa gni, fino a diventare “Li Madou”, occidentale e cinese insieme, missionario e studioso stimato e amato dall’imperatore che concesse – privilegio quasi unico – la sepoltura nella capitale imperiale. Oggi la sua tomba a Pechino è stata restaurata, ripulita e rimessa in ordine. La stele in latino e in cinese racconta la vicenda unica del gesuita che riuscì a tenere insieme l’amore alla Chiesa e la stima dell’imperatore.
La tomba (segno un po’ inquietante ma non casuale) si trova nel cortile interno della scuola quadri del Partito comunista cinese a Zhala; ci si arriva chiedendo il permesso fin dall’Italia; all’ingresso si è accompagnati da una guida del partito, gentilissima, che dà le sue informazioni storiche e poi scompare. Di fronte alla lapide tornano in mente le parole di Giovanni Paolo II: «Egli è stato, da pioniere, un prezioso anello di congiunzione fra l’Oriente e l’Occidente». Il lunghissimo, paziente viaggio di Matteo Ricci attraverso la Cina, resta quanto mai d’attualità.