(Avvenire) Noi, gli architetti della tradizione

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Avvenire 5-4-2003

IL DIBATTITO
Sensibilità diverse, un disegno comune: riallacciare il legame con il passato. Contro la logica della «storia spezzata»

Noi, gli architetti della tradizione

Da Roma Umberto Folena


Dove trovare le parole per dire del futuro, se non nel passato? Prova provata che chi non sa vedere innanzi a sé un futuro, è perché non possiede un passato: orfano e incapace di generare, nebbia davanti e nebbia dietro. I migliori fendinebbia? Valori condivisi, una scuola animata da maestri veri, una fede che senza protervia non tema però di pensarsi e proclamarsi «vera», un nuovo antropocentrismo sobrio e sostenibile. Gli oltre cento partecipanti al V Forum del Progetto culturale («Di generazione in generazione. La difficile costruzione del futuro») si alternano al microfono sotto l’attenta regia di Andrea Riccardi. Fino alle 17 di ieri erano intervenuti già in venti, in un caleidoscopio di sensibilità e linguaggi diversi. Prevalgono forse i filosofi e i teologi, seguiti da biologi, matematici, fisici, letterati, storici e pedagogisti. La generazione chiama in causa per primi i genitori. Società senza padri o senza madri? «Senza madri – denuncia Vittorio Possenti – per il sempre più frequente rifiuto della maternità o il suo rinvio a data da destinarsi, per la maternità vissuta come una malattia. Colpa della deriva assunta dal peggior femminismo, con la sua rinuncia a una cultura della casa e dell’educazione, in una ricerca esasperata dell’autorealizza-
zione». La replica immediata giunge da Ina Siviglia Sammartino: «Il generare non può essere inteso solo in senso strettamente biologico. La crisi della comunicazione tra generazioni è la crisi della reciprocità tra uomo e donna, della loro incapacità di dire “noi”. Guai a sottrarre alla donna la sua conquista d’uno spazio pubblico». In crisi, per monsignor Lorenzo Chiarinelli, sono i «ponti affettivi sui quali deve transitare anche la fede». In crisi sono i linguaggi dei sentimenti e del cuore; «un’iniziazione cristiana senza prima né poi, ridotta a segmento». Frammenti, segmenti… I partecipanti al Forum sembrano invocare un grande impegno teso a collegare e unire. Antonio Pieretti parla di «scollamento della f amiglia tra etica pubblica ed etica privata, dove oggi è relegata. La famiglia è il luogo dei sentimenti, privatissimi; ma è anche la prima cellula per una vita pubblica». Anzi, la famiglia dovrebbe costituire «la cerniera tra sfera pubblica e privata». E per restituire a ogni età, a partire dall’adolescenza (monsignor Lorenzo Facchini), il senso e il valore del passaggio. Adolescenti e giovani, scuola e università. Altro luogo d’incontro – solo auspicato? – tra generazioni. Giuseppe Savagnone, da uomo di scuola, ne denuncia la sua riduzione «a ipermercato, capace di offrire mezzi, strumenti, competenze, abilità; ma incapace di indicare mete, obiettivi, progetti. Gli stessi insegnanti sono ridotti al ruolo di intrattenitori e consulenti, invece servirebbero dei maestri». Luciano Corradini non rinuncia alle sue armi più consone e consuete, l’ironia e il paradosso: «Ah, queste generazioni deludenti… Pare ne parli anche una tavoletta d’età sumera: dove andremo a finire, commenta un maes tro d’allora, con questi giovani d’oggi?». Ciò non toglie che la questione sia seria: «Quel che manca e va recuperato, tra i giovani, è il senso del limite. Troppi di loro sono indotti a pensare: “Perché sacrificare la mia generazione per le generazioni che verranno?”». Già, perché? Essere responsabili conviene? Prendere in considerazione gli altri conviene? Conveniva a Enea, evocato da monsignor Angelo Scola, patriarca di Venezia, nello stesso tempo caricarsi il padre sulle spalle e condurre il figlio per mano? Eppure «Questo è il cristianesimo, traditio», tenere insieme le cose, «fare esperienza dell’antico come del nuovo», e per le comunità vuol dire «vivere sacramentalmente nel tempo e nello spazio», così come «la communio è una pratica che tocca l’intera esistenza». La fede dovrebbe aiutare a tutto tenere e comprendere. Luigi Alici denuncia la sempre più frequente concezione della «storia come somma di biografie spezzate, che all’origine ha un problema antropologico di fondo, il difficile rapporto dell’io con se stesso». Qualche minuto dopo anche Agostino Giovagnoli userà la stessa espressione, «non storia ma biografie spezzate», per descrivere una società che «non pensa al futuro, si rifiuta di prenderlo in considerazione». I termini antropologia o antropocentrismo (nuovo) tornano più volte, anche se declinati da studiosi di discipline diverse in contesti diversi. Ma proprio per questo il fatto va sottolineato: tanti sentieri, una stessa meta. Lodovico Galleni, da naturalista, indica la «teologia della natura come strumento per il dialogo con la modernità». Che significa? «La più grande scoperta del XX secolo non è il Dna, ma la consapevolezza che viviamo in un equilibrio instabile. Per non farlo saltare, occorrono stili di vita più semplici e frugali, occorre avere di meno per essere di più. La teologia della natura è antropocentrica, certo, ma anche consapevole che l’uomo non può vivere contro la natura». Sembra fargli eco Lucia Alessandrini, docente di geo metria, che vede nella comunità ecclesiale «un luogo non del già detto e del già fatto, ma delle sfide. La prima, a partire dai giovani, è quella di uno stile di vita più sobrio, non incline al consumismo». E Mario Signore idealmente conclude: «Abbiamo bisogno di un nuovo antropocentrismo fondato sulla responsabilità». La fede aiuta? Non solo: è necessaria «per una revisione critica della modernità – sottolinea don Luigi Negri – né catastrofista né irenista, in cui la tradizione cristiana venga riconosciuta nella sua oggettività, senza pregiudizi». E monsignor Rino Fisichella, per una «costruzione del futuro», chiede: «Saremo ancora capaci di dire che Cristo è l’unica salvezza e la fede cristiana è l’unica vera? Non è arroganza né archeologia teologica, ma esigenza della fede. È saper cogliere il primato della rivelazione nella storia». Futuro. E cambiamento. A Lorenzo Caselli sembrano «parole abusate». Cambiare, «ma con quale progetto?». L’economista vede un «legame tra futuro e conv ersione: l’uomo convertito genera novità in vista d’un futuro condiviso». Magari sui valori, come sottolinea Paolo Blasi, fisico: «Senza valori la società non si riorganizza e l’Europa nasce gracile». Se poi questa sintesi sembrasse troppo fredda e sbrigativa, valga per tutti l’invito di Rodolfo Doni: «Le idee fanno la storia solo quando diventano sentimenti». Ai quali ci si allena in famiglia. E il cerchio si chiude.