(Avvenire) Nessuno tocchi Caino. E Abele?

Vita

ANTICHE E NUOVE CONDANNE

CONTRO TUTTI I PATIBOLI. MA PROPRIO TUTTI 

MARINA CORRADI

Avvenire 30-11-2008

Il Colosseo illuminato ieri notte è stato il simbolo suggestivo della campagna che lega mille città del mondo contro la pena di morte, alla vigilia della votazio­ne all’Onu per una nuova moratoria. Tan­ta gente in piazza – grazie a Dio – in que­sta grande battaglia che accomuna cat­tolici e laici, sinistra e destra. Chissà tut­tavia se, tra tante luci, se ne è accesa una contro la morte sentenziata per Eluana Englaro.
  Eppure quella che si vuol infliggere alla Englaro è morte data a una persona vi­va, che autonomamente respira, benché in stato vegetativo. I genitori di Terri Schiavo hanno chiesto che nessun altro muoia mai più come la figlia, nella stes­so stremato abbandono. Ma la morte che pende su Eluana è, nella mente di non pochi italiani, qualcosa che non turba, e certamente non indigna come le sedie e­lettriche e le forche che in tante parti del mondo fanno alacri il loro lugubre me­stiere. Questo benché i giustiziati, alme­no in teoria, siano di qualcosa colpevoli; mentre Terri Schiavo ed Eluana Englaro sono certamente innocenti.
  La morte comminata dentro una logica retributiva è – grazie a Dio – sempre me­no accettabile per la coscienza del mon­do. La morte, invece, data ‘per pietà’ al malato considerato inguaribile, sebbene lunga e straziante come quella per fame e per sete, in Occidente non scuote. È, sostanzialmente, ‘buona’: misericor­dioso è giudicato, e perfino tra alcu­ni cristiani, inter­rompere vite iner­ti, ‘irrecuperabili’, quando al di là di ogni ragionevolez­za si ostinino, quelle creature, a respirare.
  Uccidere Caino è intollerabile, ucci­dere
inermi Abele in stato vegetativo è pietà: «Così smetteranno di soffrire». Un ac­cento, dunque, umanitario in questa pre­tesa.
 
C’è però un fatto storico che dovrebbe mettere in dubbio questo tipo di umani­tarismo. La filosofa ebrea Hannah Arendt dopo aver seguito a Gerusalemme il pro­cesso al nazista Eichmann spiegò detta­gliatamente ne ‘La banalità del male’ che le prime camere a gas, costruite in Germania nel ’39, non accolsero subito gli ebrei: il decreto di Hitler del primo set­tembre di quell’anno le prevedeva infat­ti per «concedere alle persone incurabi­li una morte pietosa». I primi ‘beneficia­ti’ furono infatti cinquantamila tedeschi malati di mente. Solo due anni dopo si passò alla ‘soluzione finale’.
  La morte ‘pietosa’ per gli alienati li­nearmente si saldò con l’Olocausto. Un non detto, atroce retropensiero, eviden­temente accettato da molti in Germania, alimentava però già la soppressione dei folli e degli idioti: e cioè che si è uomini solo se coscienti, se lucidi, capaci di in­tendere. Certo, nulla a che fare tra la
Wel­tanschauung abietta
  del nazismo e quel­la, distratta e buonista, nostra. Noi sia­mo pacifisti, ci sgomentano i boia, ci in­digna ogni crudeltà verso gli animali. So­lo per pietà ammettiamo la morte pro­vocata: del feto deforme, della ragazza da tanti anni addormentata. Perché? Perché in fondo non li consideriamo ancora, op­pure non più, pienamente uomini, giac­ché privi di coscienza. Anche i poveri fol­li del Reich non erano pienamente co­scienti.
  Il passo radicale sta nel non riconoscere l’uomo. Che è sempre, sul patibolo, ma anche inerte in un letto, uomo, e dunque qualcosa di molto più grande di ciò che può fare o capire. Per i cristiani, immagi­ne di Dio. Parallelamente all’avanzante collettivo oblio di questo nesso, la mor­te data a un malato incosciente non è più una condanna inammissibile, ma ma­gnanima pietà – la stessa poi, in fondo, che si avrebbe per un cane malato.