(Avvenire) Mentre gli occidentali si battono il petto, la Cina…

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Espansione economico-politica


La Cina in Africa cavalca la latitanza europea



Giulio Albanese

 L’incessante crescita economica della Cina non significa solo concorrenza spietata per le imprese europee. Ma anche l’espandersi di strategie economiche e influenze geopolitiche a interi continenti come l’Africa. E il Forum della Cooperazione sino-africano (Focac) che si concluderà oggi a Pechino, conferma i grandi appetiti dell’impero del Drago. Un’operazione concepita con grande astuzia e disinvoltura sotto la bandiera della moralizzazione, visto e considerato che «nessun governo africano o personalità di quel continente accusano la Cina di colonialismo – sono parole di Liu Jianchao, portavoce del ministero degli Esteri cinese – (…) infatti la cooperazione tra Cina e Africa mira al benessere dei popoli di entrambe le realtà». Un elegante fraseggio per sottolineare il presunto carattere altruistico dell’aiuto cinese, confermato peraltro dal presidente Hu Jintao il quale – di fronte a 1.700 rappresentanti di 48 Paesi africani – ha solennemente dichiarato che il suo Paese offrirà circa 4 miliardi di euro di credito all’Africa e raddoppierà gli aiuti verso il continente entro il 2009.
Sono in molti, però, a dubitare delle buone intenzioni di Pechino. D’altronde non è un mistero che la Cina intrattenga, con grande disinvoltura, rapporti più che cordiali con personaggi del calibro di Omar el-Beshir e Robert Mugabe, rispettivamente presidenti del Sudan e dello Zimbabwe, criticati per lo scarso rispetto dei diritti umani. Sta di fatto che le “formiche gialle” si muovono a tappeto sul continente africano, da settentrione a meridione, investendo centinaia di milioni di dollari secondo logiche clientelari che acuiscono a dismisura la corruzione. Il commercio cinese col continente nero è aumentato in maniera esponenziale dal 2000 ad oggi, raggiungendo i 50 miliardi di dollari nel 2006. E se per secoli l’Africa è stata terra di conquista per gli europei, oggi sono almeno 900 le società di Pechino disseminate nei quattro angoli del territorio africano e che operano n el settore delle grandi imprese e in quello minerario, dal petrolio al carbone, dal cobalto al gas, dal rame al tantalio.
Il governo cinese deve fare i conti con tutte le contraddizioni del libero mercato: dalla gestione di un apparato industriale che può contare su un esercito senza precedenti di oltre 750 milioni di lavoratori disposti ad affrontare ogni competizione; ad una smisurata necessità di risorse energetiche, di materie prime per ogni comparto industriale e persino di beni di lusso per una classe imprenditoriale che pare arricchirsi a dismisura. La parola d’ordine impartita da Pechino alle proprie ambasciate in Africa è una sola: «favorire il commercio», comprando tutto a basso costo, dall’oro nero al cotone passando per diamanti, oro e quant’altro.
Non v’è dubbio che il sistema cinese – tradizionalmente allergico alle istanze della democrazia – spaventi gli occidentali, non solo per la sfrenata concorrenza economica, ma anche per il fatto che Pechino si propone come mediatore su vari fronti, acuendo l’impotenza di certi governi con retaggio coloniale come quello francese. Ma di fronte a quella che pare ormai una strada senza ritorno, l’Unione Europea, lacerata da litigiosità interne, è costretta a stare in panchina, con un ruolo da comprimaria, mentre sul campo di gioco africano la Cina è nettamente in vantaggio anche sugli Stati Uniti in un “big match” di cui è difficile prevedere i reali benefici per le popolazioni africane. Il rischio è che a lungo andare la contrapposizione tra gli interessi cinesi e americani in terra africana, finalizzati soprattutto ad allentare le rispettive dipendenze energetiche dal Medio Oriente, possa destabilizzare irrimediabilmente il continente, già duramente provato dalle bramosie che hanno segnato la sua storia. Il grande poeta senegalese Léopold Sédar Senghor sognava l’incontro tra i popoli «all’appuntamento del dare e del ricevere». Ma i cinesi l’hanno decisamente frainteso.


Avvenire 5-11-2006