(Avvenire) L’illuminismo origine della irreligione

Fede e ragione
Avvenire 6 Gennaio 2009
NUMERI E FEDE/5
Matematica, il fascino della verità

«Ho l’impressione che la percentuale di credenti sia più alta nel Dipartimento di Matematica, al Politecnico di Torino, dove lavoro, che tra le persone che incontro camminando per la strada o viaggiando in treno. Alcuni dei miei colleghi non solo sono credenti ma fanno parte di movimenti, come ad esempio quello dei Focolari. Però credo che non sia  questione di percentuali da calcolare. C’è una differenza più profonda, che salta all’occhio. Tra i miei colleghi di università, credenti o no, incontro persone disposte a parlare, e anche a  discutere, di fede. Invece per la strada o in treno, se nella conversazione accenno a un argomento di fede, vengo guardato come un fenomeno da baraccone, con stupore più che con indifferenza. E, se apro un giornale o una rivista, specie nelle pagine di scienza, genetica o medicina, come credente mi sento circondato da ostilità e rancore», riferisce il professor Giovanni  Pistone, ordinario di Probabilità al Politecnico di Torino, membro della Chiesa Valdese.

Professor Pistone, tra tutte queste cause di "irreligion", qual è la predominante?
«La gente parla di religione ma non sa nulla circa le cose di cui parla. Ignora l’immenso patrimonio culturale accumulato in duemila anni di cristianesimo. Crede che la preghiera si riduca a poche frasette pie o formule superstiziose. Non ha alcuna idea di che cos’è la Rivelazione, il Credo, la liturgia, la Bibbia. A dire il vero, con molti scienziati, ricercatori, persone dotate di un’elevata abitudine all’argomentazione razionale, non ho difficoltà a parlare di fede. Trovo ascolto. Invece, fuori dalle mura dell’accademia, avviene ciò che  non finisce mai di  ferirmi: spesso mi trovo di fronte  persone, specialmente tra gli anziani, che provano una netta avversione per la fede. In Italia ha lasciato tracce profonde l’illuminismo francese, programmaticamente ateo e rivoluzionario, molto diverso dell’illuminismo di tipo americano che non è affatto antireligioso. Negli Usa, lo abbiamo visto nella propaganda per le elezioni presidenziali, spesso i discorsi di Obama e di McCain  seguivano i canoni della predicazione. I politici americani sono soliti  manifestare in pubblico la loro fede religiosa. Da noi invece la fede è considerata un fatto privato. E poi, in Italia, appena si comincia a parlare di religione, la conversazione è minata da un grosso equivoco».

Quale equivoco?
«Spesso io vorrei parlare di teologia ma mi accorgo che i miei interlocutori, quando dicono ’religione’ pensano alla politica, e basta. Si confonde la fede  con le posizioni che le chiese legittimamente assumono nel dibattito  politico e civile. Pensiamo, ad esempio, alla mancata visita del Papa all’università di Roma. Ritengo che il Papa avrebbe dovuto parlare alla Sapienza e che molti degli autorevoli accademici che hanno firmato la lettera contro la sua visita siano stati mossi da  un pregiudizio politico e da immotivate paure, in un quadro completamente falsato. Ora poi si sta formando una cultura fortemente antireligiosa dalle cui pubblicazioni esce un leit-motiv martellante: attenti alla religione perché è "pericolosa", "fanatica", "scatena odii e guerre", dato che "chi crede in qualcosa disprezza gli altri che non credono". Tutto questo da un lato è vero, in certi casi, come dimostra la cronaca quotidiana dal mondo. D’altro lato, nel concreto della situazione italiana, questi allarmi sono senza fondamento. Dalle nostre parti, ad esempio, le accanite lotte del passato sono assopite e sostituite da polemiche accese ma pacifiche; perfino nelle edizioni per la catechesi dei bambini c’è collaborazione fra la nostra casa editrice e quella salesiana».

Nel suo caso, è nato prima il matematico oppure il credente?
«Vengo da un ambiente di campagna, sono nato a Chieri da una famiglia proveniente dalle Langhe. I miei appartenevano al mondo artigiano, in un contesto aperto ma religioso. In famiglia c’era sempre stato un certo numero di evangelici. E anche molti sacerdoti. Come in tanti altri casi, questa tradizione, che alcuni consideravano oppressiva, si è persa. Quasi tutta la mia vita è passata senza pensiero di fede: studi di matematica, famiglia e poco altro. In me il credente è nato dopo i 50 anni. Non per un evento particolare ma per un’evoluzione progressiva. Quando arrivano dei momenti di crisi – e arrivano per tutti – succede qualcosa: quello che per noi evangelici è la "chiamata". Il Signore ti cerca sempre e, quando sei in fondo al pozzo, lo riconosci».

E come ha reagito alla "chiamata"?
«Facendo quello che so fare, cioè studiando. Se si leggono le opere degli scienziati inglesi contemporanei di Newton, si scopre che erano tutti  credenti, alcuni anche apologeti. Leggendo le loro opere appare chiaro che per loro non c’era contraddizione tra scienza e fede; anzi erano convinti che scienza e fede non siano due cose diverse. Non vedevano alcuna  differenza tra scoprire teoremi e  aver fede».

Ma qual è la ragione principale per cui non v’è contraddizione tra scienza e fede?
«Come dice la Bibbia, e poi la Chiesa di tutti secoli, "se si guarda con fiducia la creazione, si vede il Creatore". I matematici poi sentono particolarmente il fascino della verità. Studiano oggetti che considerano perfetti e che sono, inoltre, applicabili alla descrizione della natura. Ciò che affascina lo scienziato è che il mondo sia stato non solo creato, ma creato comprensibile. E il fatto che il mondo sia intelligibile è un dato a priori. È l’attestato del ruolo che il Creatore ripone nella scienza dell’uomo. Chi si occupa tutti i giorni di scienza si domanda: com’è possibile che una persona – sia pure geniale come  Einstein – che lavora all’Ufficio Brevetti di Zurigo – capisca com’è fatto il mondo, e che le sue teorie vengano poi confermate sperimentalmente?».

Lei è appena arrivato da Hanoi, dove ha parlato in un convegno di Statistica. E sta per partire per Berkeley in California. La verità cui la matematica anela è universale, passa attraverso culture e tradizioni  diverse…
«Hanoi è la capitale di un paese socialista, il Vietnam, con tante difficoltà da superare, e una cultura molto distante dalla nostra. Ma, quando parliamo della nostra scienza, non c’è differenza che tenga. La matematica cinese e quella di Euclide sono la stessa cosa. Altri campi della cultura umana non hanno questa caratteristica».

Luigi Dell’Aglio