(Avvenire) L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani

Vita


Dallo sterminio armeno alla Shoah, ma senza dimenticare quello «chirurgico» praticato ogni giorno nel mondo con l’aborto: a Brescia studiosi e testimoni da domani s’interrogano sulla piaga più dolorosa del Novecento


L’ultimo genocidio? È silenzioso



Da Brescia Lorenzo Fazzini

 Genocidi di ieri e di oggi. Omicidi di massa del Novecento e l’odierna strage degli innocenti che ai nostri giorni si perpetua in maniera “chirurgica”. Domani a Brescia un convegno proverà a mettere a confronto gli stermini del secolo breve con il dramma attuale dei milioni di bambini non nati a causa dell’aborto.
L’evento, dal titolo «L’eclissi della bellezza. Genocidi e diritti umani», è promosso dalla Federvita Lombardia e dall’Università Cattolica di Brescia. Si confronteranno testimoni delle tragedie del XX secolo quali la Shoah, il genocidio armeno, le stragi di Pol Pot in Cambogia e l’immane massacro del Ruanda nel 1994, così come l’esperienza dei lager sovietici. Accanto a questo filone storico, ecco l’analisi del “genocidio di oggi”, l’aborto: un miliardo di vite umane soppresse, come conteggiò il giornalista Antonio Socci nel suo Il genocidio censurato. Già Giovanni Paolo II, nel suo Memoria e identità, aveva scritto come pure nell’era attuale «permane lo sterminio legale degli esseri umani concepiti e non ancora nati. E questa volta si tratta di uno sterminio deciso addirittura da Parlamenti eletti democraticamente, nei quali ci si appella al progresso civile delle società».
Che il potere politico possa tracimare in posizioni non-umane è la convinzione di Wanda Póltawska, sopravvissuta al campo di Ravensbrück e amica personale di Wojtyla: «Vale la pena di ricordare Hess (Rudolf, numero tre del partito nazista, ndr) perché forse si può diventare così, forse in misura più modesta, ma comunque non-umana», argomenta la Póltawska, che avvierà il convegno domani sera a Brescia. «L’umanità è data all’uomo come compito. Questo problema è attuale perché anche oggi, quasi in tutto il mondo, si uccidono in massa i bambini piccoli ancora non nati, e per di più lo si fa con l’approvazione della legislazione vigente. Giovanni Paolo II ha ricordato nell’Evangelium vitae che “una legge immorale non è vincolante per l’uomo, al contrario, lo impegna a lottare contro di essa”».
«La dialettica del convegno sarà il confronto tra queste due dimensioni del genocidio» spiega Elisabetta Pittino, esponente del Movimento per la vita e “anima” dell’appuntamento bresciano. «Ogni genocidio è avvenuto nella legalità: la Shoah e i gulag sovietici erano ammessi dalla norme approvate dai rispettivi parlamenti. Anche attualmente, per i cosiddetti nuovi diritti quali aborto ed eutanasia, si cerca sempre di ottenere la legalizzazione da parte dello Stato». Ancora: «In entrambi i casi si toglie il nome alle vittime: chi fu mandato nelle camere a gas venne privato del titolo di persona, che oggi non viene riconosciuto al bambino nella pancia della madre». È questo l’escamotage giuridico che permette ad un uomo di decidere di sopprimere un “non uomo”: «Ai giorni nostri è la questione della soggettività dell’embrione», rimarca la Pittino «ovvero, il diritto del concepito ad avere diritti nel momento in cui c’è. Se viene tolto questo principio, allora non resta spazio per la sua difesa».
Il ragionamento che intende salvaguardare il diritto alla vita dalle sgrinfie del totalitarismo e dell’ideologia abortiva non vuole far leva solo su convinzioni religiose, ma anche su convincimenti prettamente laici: «Torniamo a leggere Kant, la cui morale è riconosciuta come la base della democrazia moderna» argomenta Socci, che interverrà sabato al congresso. «Due sono i principi di Kant: che la mia libertà finisce dove inizia la tua, e che l’uomo deve essere sempre un fine, mai un mezzo». E invece la cultura contemporanea – che sbandiera il diritto all’interruzione di gravidanza come conquista di civiltà – ha tradito il filosofo di Konigsberg: «Si pensa falsamente che l’aborto sia figlio della cultura liberale. E invece la storia dimostra che è il prodotto perfetto dell’ideologia totalitaria», evidenza Socci. Già, perché – come annota si legge ne Il genocidio censurato – «il primo Paese a varare una legge abortista è stata l’Unione Sovietica nel 1920, seguì la Germania nazista».
Come uscire da questo mascheramento? «Bisogna distinguere il concetto biblico di giustizia da quello greco, che ha prevalso nella cultura occidentale» chiosa Luciano Eusebi, docente di diritto penale alla Cattolica, pure lui tra i relatori del congresso. «Secondo i greci la giustizia si identifica nella reciprocità, ben riassunta dall’immagine della bilancia. Il principio della Scrittura, invece, punta su una reazione di bene di fronte al contatto con l’altro. Così, nella prospettiva greca, di fronte al diverso, al nemico, al portatore di handicap, anche al bambino non desiderato, ci si sente autorizzati ad agire in maniera negativa».
Nell’idea di giustizia della Bibbia, invece, Eusebi rintraccia anche quel valore di “bellezza” che nessun genocidio può cancellare: «La giustizia di Dio è bella perché salva ed è liberatrice. Per il credente l’ultima parola non è quella del male, ma l’amore».